Subito dopo essere usciti dalla porta del piccolo teatro, fummo assaliti da una fame spaventosa. Contrariamente alle nostre aspettative, il concerto di pianoforte al quale avevamo assistito ci aveva annoiati e innervositi, tanto che avevamo cominciato a camminare verso la stazione senza dire una parola.
Era la terza volta che uscivamo, io e T. Le ore che trascorrevamo insieme passavano in silenzio, senza troppi fronzoli, e ci piaceva così. Ci eravamo conosciuti qualche tempo prima, al locale dove gli altri colleghi andavano a bere dopo il lavoro. Non combinavamo mai niente di esaltante, eppure sentivamo il bisogno di stare insieme continuamente.
Mi aveva chiamata qualche ora prima per invitarmi al concerto – durante una delle nostre brevi conversazioni dovevo avergli raccontato del mio amore viscerale per il pianoforte – così, in tutta fretta, mi ero preparata e avevo preso il primo treno per la città.
Come ogni volta, T. mi aspettava di fronte al chiosco dei giornali, con una scatola di donuts glassati tra le mani. Era il nostro modo di darci il benvenuto.
Così, dopo il concerto non ci parlammo per più di mezz’ora. Il pianista di quella sera era stato davvero terribile, i pezzi banali e ripetitivi e il teatro, pieno di studenti universitari che normalmente si recavano lì più per ritrovarsi che per vero interesse verso gli spettacoli, era intriso del fumo delle centinaia di sigarette che ci si accendevano intorno. Questo miscuglio di elementi negativi aveva contribuito a renderci più taciturni e bruschi del solito, perciò continuavamo a passeggiare con le bocche serrate.
Finché lo stomaco di T. non cominciò a gorgogliare rumorosamente. Un lamento lento e dilatato, che cercammo entrambi di ignorare con grande sforzo, per mantenere la nostra ostinata fermezza. Ma non passò molto tempo che anche la mia pancia prese ad emettere suoni buffi e continui, dapprima piano, poi più forte. A quel punto non potemmo evitare di fermarci e scoppiare a ridere come due pazzi. I nostri stomaci sembravano essere andati in tilt, due sacche vuote e lamentose che reclamavano urgentemente qualcosa di solido. Ascoltammo per un po’ il buffo concerto che nostro malgrado producevamo, finché non ci decidemmo ad entrare in un 24-hours market per comprare del cibo.
Tra gli scaffali stipati di prodotti c’eravamo solo noi. Il commesso era impegnato a guardare una partita di football americano, così pensammo – nonostante la fame – di decidere in tutta calma cosa comprare. Volevamo assolutamente trovare qualcosa di perfetto, quello che le nostre pance vuote chiedevano con tanta insistenza, e dividercelo equamente. Io andai verso il reparto dolciumi, mentre T. si addentrò nella zona dei salati. Di fronte a me, centinaia di incarti colorati, confezioni lucide e scritte che rimandavano al contenuto delle scatole. Dopo aver barcollato come un’ubriaca tra i vari ripiani, decisi nauseata che niente di tutto quello che avevo visto faceva al caso nostro, e mi recai alla ricerca di T. Setacciai il negozio in lungo e in largo, ma sembrava proprio essere sparito nel nulla. Controllai reparto dopo reparto senza successo, chiesi al commesso se per caso il ragazzo moro, alto, coi capelli un po’ scompigliati che era entrato insieme a me non fosse già passato di lì, ma si limitò a scuotere la testa senza spostare gli occhi dalla sua partita. Scoraggiata, uscii dalle porte scorrevoli e mi appoggiai alla parete, in attesa. T. non poteva essere andato lontano. Per tranquillizzarmi cominciai a fischiettare un motivetto, quando apparve dall’angolo della strada, sorridente. In mano reggeva un sacchetto da tre chili, gonfio di mandarini. “Scusami, ma sono stato all’altro negozio, quello che vende anche la frutta. Ho fatto bene, no? Avevano solo sacchi da tre chili, ma che importa”.
Aveva ragione. I mandarini erano quello che ci voleva.
Ci sedemmo su una panchina del parco vicino, e aprimmo con foga il sacchetto. Dapprima non parlammo quasi, ognuno impegnato coi suoi piccoli frutti. Sembravano essere tanti da non finire mai. Io sbucciavo i miei con impetuosità, come un bambino che scarta i regali la mattina di Natale, mangiando lentamente spicchio dopo spicchio. T., invece, agiva con pazienza, partendo dalla cima del frutto e creando, millimetro dopo millimetro, una spirale di buccia perfetta. Quando me ne accorsi, smisi di darmi da fare e rimasi imbambolata a guardare quel gesto elegante. T. sorrise. “E’ solo questione di pazienza, sai? Basta cominciare dall’alto, e piano piano scendere, seguendo la linea del mandarino. Non è difficile, prova”. Così cercai di imitarlo, e dopo i primi tre goffi tentativi cominciai anche io a fare delle spirali discrete. T. mi guardava imbronciato, annuendo in silenzio. “I mandarini mi fanno venire in mente le virgole”, dissi, “chissà come mai. Forse perché non smetterei mai di mangiarli, così come non smetterei mai di usare le virgole quando scrivo”. “Ah, ah. E pensare che a me non fanno venire in mente niente. Niente di concreto almeno. Richiamano qualcosa, in effetti, ma non saprei descriverlo. Hanno a che fare con quando ero bambino, credo”.
Trascorremmo così almeno tre ore, dicendo due parole tra un mandarino e l’altro. Si era fatto tardi, avevo perso l’ultimo treno verso il piccolo sobborgo dove abitavo, così T. si offrì di farmi dormire a casa sua. Ci eravamo improvvisamente resi conto di aver finito i tre chili di mandarini, uno dopo l’altro. Sotto la panchina, riposava allegra una montagna di bucce arancioni.
Quella notte, per la prima volta, facemmo l’amore.
