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Cime e spuntoni.

Avere i capelli corti è davvero buffo, specialmente la mattina appena svegli. Dopo essermi sciacquata la faccia con acqua gelata mi guardo allo specchio e seguo con gli occhi i contorni della mia chioma: cime, vallate, onde e spuntoni. Talvolta sono un marinaio al ritorno da una terribile bufera in mare, altre un gatto rientrato a casa dopo essere stato sorpreso dalla neve durante una delle sue passeggiate pomeridiane.
Poi comincia il giorno, e queste cose non le ricordo mai – sebbene i capelli mantengano più o meno una certa scompigliatezza. Ogni tanto mi tornano in mente mentre lavoro,  difatti eccole qui.

Per la prima volta nella vita ho i capelli così corti.  Sono stati lunghissimi (alle ginocchia) fino ai miei 17 anni, poi sempre più o meno all’ altezza delle spalle. Chi ha i capelli lunghi sa certamente a cosa mi riferisco quando dico che sentire il loro peso dà una certa sicurezza.
E’ un po’ come avere una zavorra che assicura la testa sul collo.

Con i miei, di capelli, ho sempre giocato un sacco. Da che ricordi, li ho sempre toccati, arrotolati, e in seguito sfilacciati, rovinati, strappati. Così, avendoli ridotti a una matassa informe di laniccio indefinito, ho deciso di tagliarli definitivamente e per farlo ho delegato una mia carissima amica – detesto i parrucchieri, i chiacchiericci, gli odori delle lacche e degli spray.
E se devo rovinarmi preferisco farlo fare a qualcuno cui voglio troppo bene per potermi arrabbiare.

Il risultato è quello che è. Bella non sono mai stata, e non lo sono neppure adesso. Ma sto meglio, chissà perché. Forse tra tutti quei nodi si erano annidate troppe cose brutte,  avevo bisogno di disfarmene.
Non che sia cambiato molto da prima, io sono rimasta quella che ero, con tutto il mio corredo di fisime e irragionevolezza, eppure mi sembra di reagire a quello che succede in maniera migliore.

Ma forse è solo un’ impressione.

(Non ho tempo per leggere ultimamente, e si nota parecchio. Chiedo venia).

M.

C’era una volta Mei in una città. C’erano dei panzerotti buonissimi, la pioggia, un ostello carino, un ombrello colorato, un amico buffo e uno Starbuck’s fasullo. La valle degli Emo, il crodino da 1/2 litro, la fermata Bande Nere, il QT8, avanti e indietro da – e verso Lampugnano, un cappello grigio perso allo spizzico e uno nero recuperato al negozio di fronte, le ciambelle alla cioccolata come quelle di Cooper, il duomo, i balletti scemi, un viaggio accartocciato in autobus e un sacco di ammòre. E in mezzo a tutto questo anche i Massive Attack.

Poi un lunedì c’era Mei tornata dalla città, che cercava di scrivere qualcosa ma dopo lavoro e corso era troppo stanca, allora scarabocchiò questo intruglio solo per lasciare un piccolo segno di tutto quello che nei giorni prima era stato.

Ringraziando, ovviamente, chi di dovere.

Còse.

Non sono molto pratica sotto la pioggia. Vesto principalmente lana, cose fatte a maglia, e molto spesso dimentico l’ombrello a casa; il risultato è che dopo quindici passi sono fradicia come un pulcino e tutto quello che indosso è pesantemente impregnato di goccioloni gelati. Sarà per questo che mi ammalo circa ogni settimana, altro che carenza di difese immunitarie.

Questo doveva essere un post un po’ malinconico. Purtroppo non riesco a scrivere quello che volevo, perché ho appena trovato una cosa che cercavo da tantissimo tempo, e sono talmente felice che la serotonina mi ha fatto dimenticare quello che pensavo poco fa. Cioè, a grandi linee lo ricordo, ma non avrebbe senso scriverlo ora. Risulterei ridicola. Fare regali alle persone che amo è una delle cose che mi fanno stare meglio al mondo, se fossi ricca starei sempre lì a fare regali. Ma alla fine perderebbe di senso come ogni cosa ripetuta a lungo, immagino. Comunque, più o meno rimuginavo sul fatto che indietro non ci voglio guardare mai più. Né dietro a me, né tantomeno dietro agli altri. Non ne sono capace. E non serve proprio a niente. Anzi, penso che tutti i passati di tutto il mondo dovrebbero sparire in un buco nero. Mh.

Prière.

Ho alcune cose da pregare. Ma non le scrivo. Intanto mi rallegro.

Due.

Qualcuno che apre una porta, al piano di sopra. Tende bianche. La tv manda canzoncine per bambini, accompagnate da scenette animate. Domenica mattina, le sette e un quarto. Da molto tempo oramai non riesco a dormire di più. Qualche minuto dopo le sette apro gli occhi, completamente riposata. Guardo il soffitto per un po’, poi mi alzo e inizio a prepararmi. Acqua bollente, estate e inverno.

Qui non c’è quasi nessuno. Oltre la strada asfaltata, dopo le ultime case del piccolo sobborgo, le rotaie. La domenica passeggio lì accanto, a lungo, con la musica alle orecchie. Ogni trenta minuti, dieci secondi di fragore del treno che passa. Mi fermo a guardare.

Una volta non sapevo come parlare. Mi arrabbiavo, forse solo per il gusto di farlo. Non ammettevo di non riuscire ad arrivare dove volevo giungere.

Ora sono sola, non ho niente da dire o da spiegare. Questa quiete perenne mi fa sentire bene.

Se è vero che ogni cosa arriva, rimane per un po’, e poi passa, io non so come fermarla. Ora è quasi buio, mi cammini accanto; c’è stato un tempo in cui avevo paura, passavo per questa stessa strada. Ti cercavo in ogni posto e non sapevo dove trovarti. Tanto che a pensarci, adesso, sto ancora male come allora.

Un giorno cambierai faccia e nome, che non è una certezza, ma una conclusione. Cambierai vesti, amori e abitudini, ma la paura, quella rimarrà la stessa.

Che deve ancora essere.

Questo è ciò che vedo dalla mia finestra: una strada, un marciapiede nero, l’erba verde che delimita l’area del parco. Alberi di fronte e cassonetti blu sulla sinistra. Camera mia si trova al primo piano; ogni mattina mi sveglia il camion della spazzatura, alle 5:45. Fuori è buio pesto, non si vede niente e nessuno, ma resto dietro al vetro a guardare. Lo faccio anche di sera.

Non indosso mai i pantaloni e porto i capelli corti. Alle 6:30 prendo l’autobus che mi porta al lavoro. C’è odore di tappezzeria polverosa e i posti sono quasi tutti vuoti. Alcuni ragazzini dormono con la musica alle orecchie. Io resto vigile, a scrutare la campagna che si illumina, metro dopo metro. Dovrei essere già stanca di vedere sempre il solito percorso, ma non ne sono annoiata. Man mano che ci avviciniamo alla città le strade si allargano e il traffico aumenta. Case, palazzi, tir e insegne luminose. Le stazioni bianche immacolate della metropolitana. Sudore e scale. Un altro giorno che comincia.

Poi di nuovo sera. Talvolta scendo qualche fermata prima per passeggiare un po’. Costeggio il parco dove non va mai nessuno.  I lampioni sbiaditi. Poco lontano le luci delle villette a schiera, animate dalla cena. Arrivo al mio indirizzo ed entro. La sera è senza dubbio il momento che preferisco. Poso le chiavi sul mobile d’ingresso, mi tolgo la giacca e guardo fuori. Una donna con il bastone. Un’automobile rossa, ne  esce un bambino con due grosse scatole del take-away tra le braccia. Entra in casa trotterellando, mentre il padre posteggia accanto ai cassonetti.

Quello che ho da fare: una doccia, la cena. Poi un libro, come sempre. Nella  mia piccola routine sono infinitamente serena.

Grazie a.

C’è un perché.

Grazie.

Allenamento.

E’ uno strano allenamento.

Da principio non resistevo. Succedevano alcune cose e cominciavo a impazzire e strepitare. Il sangue mi saliva alla testa con una forza disumana, e col volto paonazzo camminavo da un lato all’altro della stanza, respirando forte. Non trovavo una ragione agli eventi,  cercavo spiegazioni come se dovessi morire da un momento all’altro. Soffocavo, e non c’era modo di uscire da quello stato, se non lasciare che il tempo affievolisse la mia rabbia.

Questa strana scenetta si è ripetuta alcune volte, per ragioni sempre differenti ma comunque legate l’una all’altra dallo stesso filo rosso. E volta dopo volta ho cominciato a cambiare. La rabbia è divenuta meno impetuosa, le reazioni più calibrate. Ci si abitua proprio a tutto, pensavo, a forza di sentire la stessa cosa si finisce per perderne il significato e non percepirla più. Come sottolineare con un evidenziatore tutte le righe di un libro, o ripetere una parola allo sfinimento.

Il fatto è che in realtà non è cambiato proprio niente. Dentro sento la stessa identica rabbia folle. Solo, le pareti sono divenute più solide e riesco meglio a nascondere. Non sono improvvisamente più controllata e ragionevole, affatto. Sento un dolore tremendo di fronte a queste situazioni di cui parlo, sono solo più abile nel ricacciarlo a fondo, come i vestiti dentro un armadio già stracolmo. E pare andar bene così.

Mah.

Ho 22 anni e devo imparare a non piangere.

Ah, ah, che cosa ridicola.

A 22 anni non ho ancora imparato a non piangere. Che vergogna. D’ora in poi, ogni volta che avrò le lacrime agli occhi mi ripeterò questa cosa. A 22 anni non ho ancora imparato a non piangere, frigno e belo per ogni stupidaggine, e ho paura delle discussioni. A 22 anni ho paura di litigare, e non ho ancora imparato a non piangere.

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