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Digimon.

Qualcuno mi rammenta i Digimon.
I Digimon è uno dei pochi cartoni animati dei quali ho potuto vedere la prima puntata, insieme ai Pokèmon, Lady Oscar, Heidi e Fiocchi di Cotone. Da piccola questa cosa mi emozionava, vedere la prima o l’ultima puntata di una serie, mi riempiva di entusiasmo, perché le fasi intermedie si potevano beccare ogni pomeriggio, invece il principio e la conclusione capitavano solo due volte. Mi sono affezionata un sacco a questi cartoni animati, sono quelli che ricordo con più amore, in effetti.

Avevo un’amica brutta e antipatica che veniva ogni estate in vacanza in montagna, mi pare si chiamasse Caterina. A dodici anni pensava e agiva già come una quarantenne, era alta, magra, sobria, vestiva solo Lacoste e colori pastello quali bianco, azzurrino, verdino. Portava i capelli castani lisci come spaghetti legati in una coda di cavallo, a guardarla bene sembrava sempre che fosse in procinto di andare a giocare a tennis. Non ricordo assolutamente come la conobbi, per quanto possa pensarci non mi viene in mente. Ma finì che cominciammo a uscire insieme. Io non la sopportavo, a volte mi scatenava un odio profondo, però mi faceva anche una gran pena. I suoi argomenti di discussione preferiti riguardavano la barca a vela del padre (“ma è solo un guscio di noce, davvero piccola”) e la  scuola – era una gran secchiona, almeno per quel che diceva, una volta finite le medie si sarebbe iscritta al liceo scientifico indirizzo Brocca, “quello più difficile” ribadiva. Io sentivo “Brocca” e scoppiavo a ridere perché mi pareva assurdo che una scuola si potesse davvero chiamare così, lei puntualmente si offendeva e io piombavo nell’imbarazzo più grottesco, di fronte ai suoi musi lunghi non sapevo mai come comportarmi, sembravo una specie di Yeti ferito, ma questa è un’altra storia. Per quanto però mi stesse antipatica il fatto di passare un po’ di tempo con lei non mi pesava. Perlomeno non era stronza quanto le altre ragazzine con cui uscivo. A volte mi faceva addirittura sentire bene, e doveva essere un sentimento reciproco perché una sera se ne uscì dicendo “vorrei che tu mi considerassi la tua migliore amica”, cose da vomito insomma. Io diventai rossa come un peperone, me ne andai senza dire niente e non ne volli più sentir parlare.

Ma dicevo, i Digimon. Capitava che qualche volta mi fermassi da Caterina per cena. Abitava con la nonna in una graziosa casina del centro storico, mi piaceva stare lì. Era tutta di legno, il pavimento, le travi sul soffitto, i mobili, davvero carina. Una sera vedemmo la pubblicità di questo cartone animato e io impazzii letteralmente; ero già una fan sfegatata dei Pokèmon, dovevo assolutamente seguire anche questa nuova serie. A dire il vero la prima reazione fu di rabbia “li hanno copiati!! hanno copiato i Pokèmon!”, ma poi mi calmai e decisi di prendere saggiamente in analisi la prima puntata. Caterina mi chiese se potevamo vedercela insieme, l’avrebbero trasmessa pochi giorni dopo verso le quattro del pomeriggio, e acconsentii anche se tutta la faccenda mi sembrava strana dal momento che lei non guardava nessun tipo di cartone animato.

Alla fine la guardammo davvero insieme quella puntata, e fu divertente sebbene i Digimon non mi piacquero molto. Sì, la grafica era carina, e anche la storia tutto sommato, però c’era qualcosa che non mi convinceva, forse il fatto di sentire che in qualche modo stavo tradendo i Pokèmon. Continuai a seguire tutta la serie, ogni pomeriggio, anche quando la scuola cominciò e Caterina tornò al suo paese e da lì non credo di averla più vista, in effetti l’avevo completamente rimossa e magari se non fosse stato per i Digimon non l’avrei ricordata proprio mai più.

I fantasmi e i Bei Momenti.

Stanotte ho sentito quella del piano di sopra che faceva l’amore. Cioè, più che sentire lei ho sentito il suo letto che scricchiolava. Cricri cricri cricri, bodobom bodobom bodobom, prima piano piano poi forte, dieci minuti di fuoco. Ero incantata a fissare il lampadario quando è successo, è stato buffo. Pensavo, io sono qui illuminata solo dal fedele Vate (il mio abat-jour) con un libro semiaperto sul petto, e loro a poca distanza ci danno dentro. Ci separa solo il soffitto – o il pavimento, dal loro punto di vista. Non voleva essere una considerazione perversa, però l’ho fatta, così, tanto per constatare qualcosa.

Poi non riuscivo a dormire. Ero convinta che ci fosse un fantasma a spiarmi, ogni tanto mi succede. Beh a dire il vero mi succede da sempre, da quando ero bambina.
Da piccola i miei avevano una casa con una sola camera da letto perché non avevano esattamente programmato il mio arrivo, così per qualche anno abbiamo dormito tutti e tre insieme. Per carità, una vera goduria per me – quale bambino non sogna di poter passare ogni notte in mezzo a mamma e papà – però sono convinta che questa cosa mi abbia rovinato. Per farla breve, dopo un po’ la mamma rimase di nuovo incinta e così dovemmo cambiare casa. I miei trovarono un grande appartamento, dove sia io che il futuro fratellino avremmo avuto una stanza tutta nostra. Per me fu l’inizio di un incubo continuo. Stare da sola al buio mi terrorizzava, vedevo spuntare mostri da ogni angolo della camera, tant’è che avevo cominciato a riconoscerli e a dar loro dei nomi (non proprio fantasiosi, ma insomma). Ad esempio, dovevo raggomitolarmi quanto più potevo altrimenti i Diavolini (delle piccole creature a forma di diavolo, dotati di corna e tutto) mi avrebbero infilzata coi loro mini-forconi. Oppure dovevo addormentarmi prima delle 10 sennò dalla porta spuntava il faccione di Mostrorosa, una specie di chewing-gum gigante, che mi avrebbe punita leccandomi la faccia con la sua lingua bitorzoluta. Ma questo non era ancora niente. Infatti più crescevo, più queste manie diventavano consistenti. Per un certo periodo dell’adolescenza ho avuto talmente tanta paura – del buio? di non addormentarmi? dei mostri? – insomma, di qualcosa che avesse a che fare con l’accoppiata letto – sonno che non ho dormito per interi mesi. Cioè un po’ dormivo, però magari dalle cinque alle sette del mattino. Poi blabla è passato il tempo e sono guarita ma non è questo il punto.

Quello che volevo dire è che ho ancora paura dei fantasmi, o di qualsiasi cosa si tratti. Stanotte, dicevo, ero convinta che ci fosse uno di quei cosi qui accanto al mio letto. Spegnevo la luce, irrimediabilmente pensavo alla “presenza” e cominciavo a tremare, a sentire il cuore battere all’impazzata, così riaccendevo la luce e via così allo stesso modo fino alle quattro, quando stremata mi sono lasciata andare. E’ stata una notte davvero terribile, se ci ripenso poi mi spavento di nuovo.

L’oroscopo dice che sto avendo un Bel Momento. I Bei Momenti mi stanno sulle balle, perché sono controproducenti. Nei Bei Momenti faccio sempre la cazzona, scrivo stronzate come questa e non sono abbastanza depressa per poter davvero pensare di fare qualcosa di buono. Ah, e dico anche un sacco di parolacce in più, come quei bambini che giocano a insultarsi e si divertono come pazzi (puzzi! fai schifo! te sai di vomito e di cacca! e te sei fatto di stronzolini! te c’hai il pisello!ahahahahah).
Ok, la smetto.

Ci sono delle cose

che non ho mai capito. Tipo se i miei occhi siano grandi oppure piccoli. In foto sembrano sempre minuscoli, invece nello specchio diventano due fanali giganti. Ma anche, non ho mai capito di che colore siano. Grigi? Azzurri? Verdi? Blu? No, blu no di certo, ma insomma. E i miei capelli sono lisci o ricci? Sono grossi, se li asciugo col phon diventano delle specie di setole scalmanate; forse sono solo brutti.

Io non devo andare a vedere film sentimentali al cinema, perché poi mi viene da piangere e mi vergogno. Ieri ho cercato di nascondere la faccia in tutti i modi, di asciugarmi le gote con le maniche del maglione per non destare alcun sospetto, ma uscita dalla sala di proiezione mi hanno chiesto tutti se avessi fumato qualcosa di strano, tanto i miei occhi erano gonfi. E non mi passava. Nella strada di casa ho continuato a piangere come una fontana e mi sentivo triste, giuro, tristissima. Accidenti ai cani, non li ho mai sopportati, però questo sembrava un peluche, era giapponese e mi ha intenerito. Le storie di fedeltà poi mi straziano, davvero.

Altre cose non capisco, tipo perché ho perso il mio Ipod. L’ho raccontato a qualcuno per cercare un po’ di appoggio morale, ma tutti hanno risposto che è solo colpa mia, che sono sbadata ecc. In questo caso posso assicurare che non è vero e che io non c’entro niente. L’Ipod si è volatilizzato nel tragitto che va dal parcheggio a camera mia, senza che io me ne accorgessi. Oppure, come mai s’è sfilato il rullino dalla macchina fotografica dopo che avevo messo tutto il mio impegno e tutta la mia buona volontà per imparare a fare foto con l’analogica, e soprattutto perché l’ho scoperto solo alla fine, con somma frustrazione.
Sono sfigata.

Ripetizioni.

Le cose ruotano, col tempo. Ad un certo punto tu sei avanti, e chi era avanti a te ti è oramai dietro, fino a che di nuovo qualcuno non ti supererà. Adesso io pulisco e cucino per chi tanto per me ha cucinato, ogni giorno, per molti anni. Mentre lei siede sul divano, le braccia poggiate sul supporto in metallo che le serve a camminare, io impasto la carne col formaggio e tutto è quasi pronto. Mi sposto in camera da letto per chiudere la persiana, c’è una gran condensa sui vetri. A. ha sempre freddo, il gas non basta e così accende anche la stufa. Tutti si lamentano del gran caldo che fa nella sua piccola cucina, a me non dà fastidio. Il comodino di sinistra, da tempo inutilizzato, porta su i pochi oggetti di chi è già andato via: una spazzola per le scarpe, una confezione di lucido neutro.

In un modo o nell’altro finisco sempre per parlare di ciò che è stato, di chi non c’è più e di chi sta per partire.

Chi va in bicicletta.

Ho la bicicletta solo da qualche ora e già mi sembra di avere centinaia di storie da raccontare. E’ come se tutti i piccoli avvenimenti che di solito mi succedono andando a piedi – incrociare altri passanti, litigare con gli automobilisti sconsiderati, guardare le vetrine e dentro le finestre delle case al primo piano – grazie alla velocità delle due ruote si fossero moltiplicati ed avessero acquistato forza e importanza. Non riesco a spiegare bene questo processo; forse è perché in bicicletta mi sento più in pericolo ed ho voglia di catturare tutto quello che vedo intorno, o forse avendo un mezzo mi preoccupo meno della lunghezza del tragitto e della fatica e riesco a godere di più del viaggio. Certo, perdo molti particolari che altrimenti, retta solo dalle mie due gambe, avrei potuto afferrare, ma nell’insieme credo di averci guadagnato molto.

Stamattina, dopo aver gonfiato le ruote ed aggiustato le ultime cosette, ho finalmente portato Mariella – perché così ho chiamato la mia bicicletta – in strada. Inutile spiegare quanto fossi terrorizzata. In Olanda ho usato la bici come unico mezzo di trasporto per interi mesi, ma tra girellare nel traffico ordinato e corretto olandese e tra quello furioso e spreciso italiano c’è una bella differenza. Così ho provato ad andare su e giù per una pista ciclabile vicino casa, che porta dritta all’ospedale, e dopo aver acquistato sicurezza sono partita verso il posto in cui dovevo andare. Pian piano anche i muscoli delle gambe che ho lasciato addormentati per un sacco di tempo hanno ripreso a funzionare bene, ed è stata una meraviglia. Le salite le ho fatte a piedi, certo, ma non mi è dispiaciuto. Dall’alto della collina ho potuto ammirare il centro della città, che così lontano sembra ancora bellissimo. Poi ho lasciato Mariella vicino ad un palo, assicurandola con due catene. Le chiavi dei lucchetti sono piccole ed identiche; per distinguerle, ho messo quella della catena anteriore nell’anello delle chiavi di casa di qui, città di F.; quella della catena posteriore sta insieme alle chiavi di casa del mio paese natale, A. Tendo purtroppo a dimenticare questo tipo di associazioni, così mentre pedalavo ripetevo tra me e me “F. davanti, dietro A.” quasi fosse una filastrocca. Ed ho cantato, quanto ho cantato. Non posso ascoltare musica, è senza dubbio troppo pericoloso in bicicletta perché bisogna avere il doppio degli occhi e delle orecchie rispetto a quando si va a piedi, così ho intonato qualche motivetto mentre percorrevo le stradine secondarie, con meno gente. E’ stato un viaggio fresco e leggero, qualcosa di buono.

Tornata a casa, ho lasciato Mariella ed ho aspettato che il semaforo diventasse verde per attraversare. Dall’altra parte della strada un ragazzo coi capelli lunghi guardava nella mia direzione. Gli ho sorriso e quasi gli sono corsa incontro, chissà perché. Mi è venuto da pensare che ci vuole un sacco a costruirsi delle radici e a sentirsi finalmente parte di qualcosa; considerazione banale, ma che in quell’istante mi ha fatto sentire quasi realizzata.

Qualcuno ruberà Mariella un giorno. Forse succederà addirittura stanotte.

E’ una casa sul mare: non ho voluto dirti altro. La vecchia casa di un vecchio amico. Mi siedi di fianco nell’auto azzurra, con le valigie sulle ginocchia; non hai avuto la pazienza di sistemarle nel bagagliaio quando sono passato a prenderti. Hai dei grandi occhiali da sole con una grossa montatura in plastica rossa, scorgo la punta del tuo naso e la bocca leggermente aperta, respiri regolarmente. Stai dormendo.

Arriviamo che si è appena fatta mattina. La casa è isolata, su una piccola altura; dall’altra parte la spiaggia e il mare. Scendi quasi di corsa e guardi in alto. Dici quello che vediamo: è una vecchia costruzione, in legno dipinto di bianco, oramai scrostato dagli anni e dalla salsedine. L’aria profuma. Ho sempre odiato l’estate, ma quello che abbiamo ora mi fa cambiare idea. Mi prendi le chiavi dalla tasca e ti precipiti all’interno; sento i tuoi passi sul pavimento cigolante, avrei voglia di entrare ma decido di rimanere fermo dove sono. Trovi alcune cose che ti fanno contenta, e lo sento da qui. Poi sali le scale, vengo anche io.

Siamo in una soffitta umida, entra qualche spiffero da un vetro rotto. Tieni in mano una bottiglia polverosa, che protegge un minuscolo veliero. Lo guardi meravigliata; è perfetto in ogni dettaglio. Ma come ce lo avranno infilato, lì dentro – dici, e non so risponderti. Mi alzo per dare un’occhiata al cortile: l’erba è quasi alta quanto la porta secondaria.

Ho esitato a lungo prima di chiamarti, non sapevo se questa ti sarebbe sembrata una buona idea. Ma l’hai accolta con entusiasmo. Mi sono procurato il necessario per poter rimanere tutto il tempo che volevamo. Potremmo essere in molti altri luoghi, in effetti, ma siamo qui.

Sei uscita fuori e hai attraversato il cancello verso la spiaggia, seguo il tuo percorso dalla finestra della soffitta. Il cielo è illuminato quasi completamente oramai. Il mare si muove appena, sfiorato da un vento impercettibile. Ti guardo fare piccoli passi sulla sabbia, con le scarpe ancora addosso. Risplendi d’oro nell’aria dell’estate.

Ad A.

Geluk.

Tonda nel ciel di maggio
come un formaggio d’olanda
monta la luna in viaggio
ed il suo raggio ci manda
questo paesaggio che miraggio!
che sogno,
che sogno!

Dorme il mulino a vento
sotto la luna d’argento
dorme l’olandesino
nel suo lettino piccino
ogni cosa giace tutto tace
che pace…
che pace…

Odi i fior parlar tra looor!
parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan
muoveranno in coro i tuli
tuli tuli tulipan
odi il canto delizioso
nell’incanto sospiroso
parlano d’amore i tuli
tuli tuli tulipan
deliziosi al cuore
tutti i sogni miei ti giungeran
e di me ti parleranno
i meravigliosi tuli tuli tuli
tuli tuli tuli tulipan

Parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan
muoveranno in coro i tuli
tuli tuli tulipan
oggi tu
parli col suon che vien dal cuore
pieno di languore
nell’incanto dei tuoi sogni
oh, tenero amor

La luna di lassu’ dalla cupola blu
sporge gli occhi all’in giu’
udendo questa canzon
il suo bianco faccion
si confonde
e le pare – fatto strano!
di ascoltare
le Lescano
che cantano tuli tuli tulipan
tuli tuli tulipan

Nel cantar questa canzone
le tre Lescan
ti sembreran
tre tuli tuli
tuli tulipan…

Chi cammina.

Io mi sento importante rispetto a quelli che mi strisciano accanto inscatolati nelle automobili; mi sveglia il fresco nella faccia. Passo di fianco ai palazzi e ai bar appena aperti, con le saracinesche ancora a metà. Ho la musica alle orecchie e se voglio posso andare a tempo mentre gli altri siedono spenti di fronte al semaforo. Certo, non posso leggere mentre passeggio, ma non è poi così necessario.

Mi piace camminare la mattina presto, raccolta nella giacca di lana.

Venticinque.

Si parla di molti anni fa. Qualcuno regalò alla nonna un libro sulla storia del suo paese. Dentro poche scritte e molte foto in bianco e nero.

Ho passato gran parte dei miei doposcuola su quelle pagine, a decifrare figure e studiare didascalie. Le immagini raffiguravano in gran parte lo stesso paesaggio visto da diverse angolazioni e molte scene di vita quotidiana: vecchi signori radunati intorno a un tavolo, la banda del paese di fronte alla chiesa, un gruppo di bambini seduti al pozzo, contadini teatranti su un palcoscenico improvvisato; facce allegre di chi si trovava forse per la prima volta di fronte a una macchina fotografica. Ammiravo la compostezza delle strade di un tempo, le stesse in cui io mi ritrovavo a giocare pressappoco cent’anni dopo, oramai aspre e abbandonate, franate dalla terra verso una terra più profonda. Riconoscevo le vie e le piazze, gli angoli nascosti e i volti. Mio nonno vestito da Amleto rincorrere qualcuno con una spada durante una rappresentazione, scuro e giovanissimo. Mia nonna seduta su un muretto, a guardar altri ballare in un giorno di primavera.

Andavamo spesso a quel paese per far visita a parenti morti e vivi, gli uni nel piccolo cimitero fuori dalle mura, verso valle, gli altri nella casa di famiglia, accanto alla chiesa. Partivamo la domenica con l’auto bianca di mio padre, e il viaggio – un continuo saliscendi tra tornanti e curve – mi disturbava tanto da lasciarmi intontita per tutto il giorno. Forse è per questo che non ho un buon ricordo di quel posto. Mentre gli adulti si rinchiudevano nella piccola cucina a parlare del più e del meno, io esploravo le strade silenziose. Non c’era quasi mai nessuno in giro, e si aveva l’impressione di essere spiati da ogni finestra. Trottavo per le scale, salivo sui muretti e guardavo i pesci rossi nel vecchio lavatoio. Percorrevo gli angoli dei racconti di mia nonna, il piccolo forno dove tutti andavano a cuocere il pane, la piazza del mercato e l’antico frutteto di famiglia. Rientravo in tempo per l’ora di pranzo. A tavola mi si faceva notare che parlavo troppo poco, e mangiavo poche verdure. Poi le donne riordinavano la cucina e io annusavo la pipa spenta del mio bisnonno, morto l’anno della mia nascita. La sua poltrona aveva lo stesso identico odore. Ogni volta non vedevo l’ora di andare via, avvertivo uno strano senso di confusione; era come se ogni pietra di ogni casa volesse dirmi qualcosa, come se sotto le strade qualcosa che non riuscivo a capire mi chiamasse a gran voce in una strana lingua. Questo mi faceva paura e mi disorientava. Ma sul libro il paese mi piaceva. Gli stessi luoghi e le stesse strade viste da lontano, ferme su un foglio di carta, immortalate tanto tempo prima non avevano in me nessun effetto negativo, e anzi, poter vedere i luoghi della vita di mia nonna mi rendeva immensamente felice.

Oggi riprendo questo libro in mano dopo tanti anni, mentre gli altri giocano a carte a conclusione della cena di Natale. Lo sfoglio allo stesso modo di un tempo, con cura e attenzione, leggendo date, didascalie e ammirando le figure. Il paese, la banda, la gente, i bambini, la nonna e il nonno. Mi accorgo per la prima volta che mio nonno ha firmato il volume nell’ultima pagina, con la sua calligrafia tremolante e sconnessa. Chissà quando l’avrà fatto, mi chiedo – è morto quattro anni fa, stroncato da un infarto un giorno di luglio, dopo aver salito le scale di casa. Poi la nonna mi chiama per accompagnarla a letto. Ha già tolto la dentiera, le gote svuotate le ciondolano ai lati del viso. Mi rendo conto di quanto sia vecchia. Bofonchia qualcosa tra le gengive e mi dà la buonanotte. Rimango a guardarla mentre si sistema lentamente sotto le coperte e quasi mi manca il respiro. Poi chiudo la porta e mi rintano a piangere in cucina.

Da S. per A.

Mi annoio. Non so cosa dire. Piove. Ho poco da fare.

Questa è una delle mattine. Cara A., io ti odio perché anche lontana non riesci a distaccarti da qui. Se dovessi pensarti come una cosa saresti di certo un lecca-lecca di Salmiak, carino ma disgustoso. Hai mai mangiato un lecca-lecca di Salmiak, A.? Immagino di no. Non è un cibo sano, no. Tu non mangi schifezze, solo cioccolata artigianale.

A., manca poco al Natale. Lo festeggi a casa coi parenti e gli amici. Hai fatto dei graziosi sacchettini di biscotti speziati, a forma di stella e abete, come pensiero di auguri. Qualcuno ti ha detto che dovresti aprire una pasticceria, tanto sono buoni. Io li ho mangiati con foga, uno dopo l’altro senza quasi respirare sebbene non mi piacessero. Poi ho strappato la carta trasparente che li conteneva, e ho buttato via i nastrini colorati con cui li avevi legati con tanta cura. Ma grazie lo stesso.

A., non sopporto la tua voce, specialmente quando cambi timbro per sembrare più gentile. Vorrei potertelo dire, ma so che non capiresti. Te la prenderesti, le gote ti s’infuocherebbero e gli occhi diventerebbero umidi; questo mi sarebbe ancora più insopportabile. E poi non posso mica chiederti di stare zitta tutto il giorno. Certo è che questa casa, senza le tue belle faccine e i tuoi sorrisi di circostanza, respira. Oh, so bene che non lo fai apposta, che ti viene naturale. Non per questo mi disgusti di meno.

E’ tempo di rispondere alle cartoline di auguri. Ne abbiamo un sacco in fila sul tavolo rotondo, N. è già la che mi aspetta. Non può scriverle lei perché dice di avere una brutta calligrafia, e come darle torto. Non ho per niente voglia di aiutarla, A., ma ho imparato da te. A fare le belle faccine si sopravvive meglio.

Auguri. S.

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