Qualcuno è sparito anche dalla mia vita, senza dare troppe spiegazioni. Dopo una lunga e tormentata situazione, e un periodo di apparente felicità, un bel giorno ha spento il telefono ed è scomparso. Succedeva tempo fa, ero ancora una ragazzina. Per quattro anni ho atteso il suo ritorno, quasi immobile, o almeno una sorta di giustificazione. Dopo la scuola, immaginavo che mi attendesse di fronte alla porta di casa, pronto a raccontarmi che cosa lo aveva portato a fuggire da me. Lo sognavo. Quando uscivo, aguzzavo la vista in cerca disperata della sua figura. Le poche volte che mi è capitato di avvistarlo, in lontananza, non sono riuscita a fare altro che tremare, e non dire una parola. Durante questa sfiancante attesa, ho trascorso due anni con un altro ragazzo, che non ho amato.
Di questa storia non parlo quasi, e non riesco a scriverne, mi sembra assurdo averla liquidata in queste poche righe. Non ne faccio un vessillo o una giustificazione a quello che sono ora, non ne trascino i segni come cicatrici indissolubili. Ho lasciato che si adagiasse in un angolo della mia città, silenziosamente, che fosse ricoperta dalla polvere, o che marcisse e scomparisse, finalmente. Non è successo. Semplicemente, se ne sta lì e mi guarda, in attesa di qualcosa. Non capisco di che cosa. E’ talmente difficile anche solo pensare a quel periodo che ogni tre parole mi tormento i capelli, o mi mangiucchio le unghie. Di tanti episodi non resta che un vago ricordo, più simile a un sogno che a qualcosa di veramente vissuto. Ho questa specie di capacità, che forse tutti abbiamo, di eliminare dalla memoria ciò che fa male. A cosa mi serva tornare a voltarmi in quella direzione non lo so, eppure c’è qualcosa che chiama. Tutto è partito col sogno di stanotte: ero una bambina in un bosco, dopo aver camminato a lungo giungevo in una sorta di rudere – forse un antico anfiteatro – dove mi attendevano un gatto gigante e quel ragazzo. Nessuno dei due parlava. Io guardavo il gatto, poi il ragazzo, e non facevo niente. Osservavo. Il cielo era scuro e frizzante di stelle, la strada per tornare indietro si celava oramai sotto l’erba alta. Dovevo rimanere.
Sarà che devo ripercorrere certe zone come puntini in una mappa, legarle con un filo rosso e soltanto alla fine guardare il disegno che si è venuto a creare. O più probabilmente, sarà che ho troppa immaginazione. Procedo in avanti, comunque. Qualcosa succederà.

Non credi che la mancanza di spiegazioni mascheri spesso la debolezza di chi scappa?
E’ un po’come far pagare all’altro la propria vigliaccheria.
si, sicuramente. ma anche parecchio egoismo.
sono d’accordo.
Vuoi un po’ di birra bavarese?
mh mh, perché no? direi più che volentieri. la birra è sempre gradita.
cerchi non chiusi; prima o poi si dovranno chiudere. perché se non si chiudono da sé, ahi.
anche io ne ho, lo sai, ma da un po’ ho in mente il modo di chiudere e mandar via quelle cazzo di bestiacce che mi sono entrate in cantina.
magari è solo un’idea, ma chi ha detto che le idee srampalate non funzionino. non è mica matematica.
Se ti può consolare, (ma non credo, in effetti) anche io non riesco a candeggiare il cervello.
Consoliamoci con una birretta e con una pacca virtuale sulle spalle.
manta, lo so bene che ne hai. i tuoi cerchi non chiusi sono talmente prepotenti che disturbano anche me. questo è molto male. quindi manda via quelle bestiacce, in che modo non lo so, e lava la cantina; io provvederò a fare altrettanto con la mia.
sullerive: è strano, non devo essere consolata a riguardo. solo, mi dà fastidio che questa pulce ogni tanto torni a ronzarmi nell’orecchio. dopo tutti questi anni.
maccapirai. è semplicemente una sensazione di disagio.
rabbiosa per varie ragioni tra le quali non ultimo il fatto che detesto essere a disagio.
si, però…anche basta, no?
omacchévvòi.
AHAHAHAH
c’avrei scommesso 2000 euro che rispondevi così…l’ho scritto apposta