A giugno coglievamo i lamponi. La nonna aveva un piccolo orto proprio di fronte alla chiesa, accanto alla piantagione di meli. Subito dopo esserci lavati, correvamo per le scale verso i rovi carichi di gustosi frutti rossi. Ci rincorrevamo tra le volute verdi e facevamo a gara a raccogliere più frutti nel minor tempo, ognuno con la sua bacinella di plastica; io quella blu, lui quella bianca. Ci accompagnavano i cori delle signore a messa, che ogni mattina sfilavano silenziose verso la chiesa.
Tra i ramoscelli giovani riposavano parecchie farfalle. Io ne avevo il terrore, F. lo sapeva bene. Quando giocavamo si nascondeva tra loro, per farmi un dispetto. Non so perché, ma ho sempre detestato le farfalle. Celano il loro corpo bitorzoluto e peloso sotto grandi ali colorate, ma restano pur sempre poco più che bachi. Non ho mai visto niente di poetico nel loro svolazzare, tranne che a guardarle da lontano. In un campo verde, centinaia di farfalle bianche in volo possono sembrare molto belle.
Avevamo entrambi gli occhi blu. F. era magro, slanciato, coi capelli un poco lunghi. Un bambino allegro come ce ne sono tanti. Uno dei miei pochissimi amici, forse l’unico. Si divertiva ad accompagnarmi in queste spedizioni, alle quali gli permettevo di partecipare solo in cambio di qualche pomeriggio a giocare insieme con le bambole. Per il mio sesto compleanno, me ne regalò una grandissima, Serafina. Era più alta di me e aveva le gambe blu, il corpo morbido e profumato.
Dopo aver raccolto una quantità sufficiente di lamponi, salivamo di corsa dalla nonna con le bacinelle colme. Nella strada che ci divideva dal pianerottolo di casa, mangiucchiavamo un frutto in qua e là, e per gioco ce li lanciavamo addosso. Avevamo sempre il contorno della bocca orlato di vermiglio e piccoli semi. La nonna ci ripuliva pazientemente e ci ringraziava per la raccolta, ricompensandoci con pane e zucchero.
Nel pomeriggio ci allontanavamo in direzione del bosco. Ci fermavamo prima del Buco – lo chiamavamo così, non sapevamo a che cosa potesse servire – una gola nera piuttosto larga, forse lo sbocco di qualche vecchia fognatura. Il Buco ci terrorizzava, eppure ci divertivamo a stare lì davanti. Io raccoglievo i piccoli ragni che camminavano sul tronco marcio dove ci sedevamo sempre, toglievo loro le zampe con minuzia, e li porgevo a F., che li mangiava. Li ingoiava interi, così com’erano, senza batter ciglio. Io lo guardavo ammirata, e mi sentivo importante a svolgere quel compito per lui. Uccidere ragni non mi faceva schifo, né pena. F. si sentiva rinvigorito da questa disgustosa pratica, e ogni giorno non vedeva l’ora di cominciare a mangiare quei piccoli insetti neri.
Questa era l’estate prima che F. sparisse.
La mattina che F. mancò l’appuntamento, la nonna aveva cominciato a preparare la salsa di pomodoro. Chili di ortaggi ribollivano borbottando nelle grandi pentole sulla stufa. Ad attenderli, decine di bottiglie di vetro con i coperchi impilati a un lato del tavolo. Fuori il cielo terso della mattina si rigava di nuvole leggere in qua e là. F. tardava ad arrivare. Ogni tanto mi sporgevo dalla finestra e guardavo in direzione di casa sua. Aspettai pazientemente per due ore, seduta in cucina, e non successe niente. Spiavo i lamponi nell’orto, che quel giorno sarebbero rimasti silenziosamente al loro posto.
Si seppe che F. era scomparso la sera dello stesso giorno, quando i barattoli di salsa già chiusi giacevano ancora caldi accanto alla credenza. Sua madre correva di casa in casa, con una sola domanda preoccupata. Diceva che il bambino era uscito di presto, quella mattina, come sempre per venire da me. Interrogò nervosamente mia nonna, lanciando ogni tanto un’occhiata risentita in mia direzione. Diceva che era colpa di quel Buco, come lo chiamavamo noi. Che spesso F. ci andava da solo, e rimaneva lì a guardare, senza far niente. Lo aveva trovato lì spesso, quando lo aveva cercato in passato, ma stavolta di lui non c’era traccia.
Seguirono ricerche disperate, appelli e richieste. F. non fu mai ritrovato.
Per tutto l’anno, io e mia nonna mangiammo quella salsa di pomodoro senza dirci una parola. Sedevamo al tavolo, portando di tanto in tanto un boccone di pasta alla bocca. Non colsi più i lamponi, che caddero e colorarono la terra del loro lento marcire. Ogni notte sognavo F. uscire dal Buco e chiamarmi, ma non tornai più lì. Finché il tempo non si portò via anche questa storia, la salsa finì, e nessuno, di F., disse più nulla.

svolta horror!
iLLoveit
(i ragni non sono insetti)
rullodicofoni
tu hai gli occhi blu?
no…non ce li ho, manta. quindi?
ma Il buco era questo?
http://it.wikipedia.org/wiki/Sarlacc
http://www.rocketfettscollection.com/swchpics/sarlacc.jpg
no, così. era per sapere.
lo sai benissimo, raspone. sì, il buco era quello pero ‘nfondo c’era IT sanguinolento