Il rumore dell’impasto di un dolce che scivola liscio sulla teglia, prima di essere infornato, è una delle cose che amo di più. I ghirigori delle ultime gocce rimaste attaccate alla ciotola, e la superficie che pian piano torna immobile e perfetta.
14 Novembre 2009 di meeei
Il rumore dell’impasto di un dolce che scivola liscio sulla teglia, prima di essere infornato, è una delle cose che amo di più. I ghirigori delle ultime gocce rimaste attaccate alla ciotola, e la superficie che pian piano torna immobile e perfetta.
e il sacco a posh?
ma come caspita si scrive.
ahahahahah
sacco a poche.
che merda i francesi.
schifo i francesi, schifo.
peccato che non ho qui il mio bellissimo dizionario etimologico
sennò glielo farei vedere io a quei mangiaranòcchi.
ahahahah!
si scrive sac à poche, ed è femminile.
che casino con quel coso èh? 2 ore per fa quella faccina schifida
(concesso commentare ad un’adoratrice della cultura francese? senza nulla togliere a quella italiana)
è sempre molto piacevole leggere il racconto di questi gesti quotidiani: l’attenzione in queste piccole faccende in fondo è molto zen, meditativa (detto in senso estensivo, ossia da ignorante), rende la vita di tutti giorni più sopportabile.
e quando la superficie si gonfia ed esce quel profumo? mi è rimasta un’abitudine bambinesca-regressiva: finire i residui d’impasto nella ciotola mangiandoli col cucchiaino!
sì, anche io li vedo come piccoli rituali. spesso ripensare a questo tipo di momenti mi rilassa molto
bello il dolce quando si gonfia, e bellissimo leccare l’impasto rimasto nella ciotola…pensa che ieri ho sciolto 400 gr di cioccolato fondente, non sai che goduria.
ti dirò, a me piace molto anche guardare la cucina dopo aver preparato un dolce; i cucchiai sporchi, il pacco della farina mezzo aperto, lo zucchero appiccicato alla bilancina, le terrine un po’ incrostate. non so, è uno sporco buono.
qualche anno fa ho lavorato in una pasticceria, e nonostante odiassi trovarmi lì (per via della capo maledetta) adoravo rintanarmi in laboratorio tra pentole e mestolini vari, quando non c’era già più nessuno.
la francia non esiste. esistono solo i francesi.
che vuol dire cultura francese. ora mi inalbero. ora vo su tutte le furie. ora sono furibondo.
sono una massa di barbari.
una delle cose buone che fanno è il Calvados
e non ha un nome che sembra francese.
anche il Pastis, via.
poi di buono fanno anche Yann Tiersen, ma hanno perso lo stampino.
non che l’italia sia meglio, assolutamente.
un’altra cosa che invidio loro sono le banlié. qua non ne abbiamo di belle come quelle. sono fra le còse più moderne ed anche poetiche mai viste. lì è la modernità, in ogni omicidio, in ogni rapina, in ogni passo che ti avvicina ad un accoltellamento. è la cosa che si appressa in assoluto di più alla Brooklyn raccontata da Selby.
lì sono all’estrema avanguardia, ed è un bene. non c’è museo o maglia a collo alto che tènga.
(giraffessa, non ascoltarlo e non dargli spago, te ne prego)
mi sono immaginato il tizio del piano di sotto che batte con la scopa sul soffitto “e basta, con questo rumore di impasto di dolce che scivola liscio sulla teglia, di prima mattina!”.
da qualche parte, nel mondo, spero sia successo.
hahaha
da qualche parte forse, ma non a casa mia
shhhhhh
uh sì sì e sì, mi piace l’immagine del casino dopo la creazione. avrei immerso tutta la mia faccia nel pentolino del cioccolato fondente fuso, figurati
jyaaa che cosa orribilmente bella immergere la faccia nel cioccolato fuso
comunque il vicino impazzito me lo immagino come dwayne, il sindaco di twin peaks.