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Di te che te ne vai.

Ho voluto perdere l’ultima occasione di vederti.

Questo pensavo seduta nell’aereo che mi riportava a casa il ventisette luglio, sulle ginocchia una Settimana Enigmistica appena iniziata. Di solito parto dai cruciverba grandi, quelli che richedono un po’ di tempo per essere completati e hanno defininizioni simpatiche per giustificare le tante vocali che si raggruppano negli angolini alla fine delle parole (ad esempio “Fiume elvetico che sfocia nel Reno – Aar“. Normalmente impiego un’oretta a trovare tutte le risposte e riempire le caselline di lettere; quel giorno ne avevo già finito uno prima del decollo. Fare cruciverba mi tiene le mani e la testa occupate quando non voglio pensare.

Ero certa di aver rinunciato a incontrarti un’ultima volta prima che tu morissi; mi sento in colpa del fatto che non riesca a sentirmi in colpa, ma non avrei potuto fare altrimenti. Negli ultimi anni non c’è cosa che mi abbia logorata tanto come vederti stesa quasi immobile su quel letto spoglio, notare la tua pelle ogni volta farsi più sottile e gli occhi più chiusi, sentirti farfugliare qualche risposta alle mie domande sciocche  – “Allora, era buono il budino oggi?” – raccontarti cosa succedesse fuori: della neve alta che ricopriva le strade a febbraio, della pioggia che riempiva i canali ad aprile. Sentirmi chiamare per nome, quando riuscivi a ricordare appena il tuo. Uscire ogni volta dalla tua stanza fingendo di sorridere ripetendoti che tutto andasse bene e che fossi felice, poi varcare la porta e sentire la gola stringersi, le lacrime pesantissime rigarmi il volto e andare a posarsi stremate alla base del collo, finalmente libere dopo essere state trattenute tanto a lungo.

Sono nata col tumulto dentro e tu l’hai sempre saputo. Eri l’unica che lo avesse capito dall’inizio, da quando a sei mesi appena compiuti mi sedevo sulla culla e parlavo coi fantasmi, come ti divertivi a raccontare alle tue amiche. In tanti anni difficili dove casa non voleva dire altro che paura, la tua, di casa, è stata il mio porticciolo riparato. Le tue cure e la tua severità irremovibile, tipica di chi abbia vissuto negli anni difficili della guerra, che a volte non riuscivo a comprendere e alla quale mi opponevo ferocemente, sono state il motore silenzioso che mi ha permesso di diventare quella che sono nonostante le ferite e i sentieri bui che ho dovuto attraversare.

Ho sempre somigliato a te, sia nell’aspetto che nel carattere. Quando nel tuo paesino di origine, sperso tra le colline toscane, gli anziani del luogo mi chiamavano col tuo nome – Anna – anziché col mio, tanto eravamo simili, mi sentivo bellissima e piena di orgoglio. Per me eri (e sempre sarai) la ragazzina che andava a lavorare nei campi e scavava le buche in cui ripararsi dagli attacchi aerei durante la guerra; la donna scappata di casa verso la fortuna in città, quella che metteva a tavola quindici, venti persone, cucinando almeno cinque portate. 

Mi sono ritrovata spesso a guardare il calendario immaginandomi quando sarebbe successo; a me le date piacciono molto, e mi fa sempre un certo effetto pensare che alcune siano legate indissolubilmente a eventi o persone importanti. Tu avevi smesso di vivere dieci anni fa, e mi sono chiesta tante volte cosa stessi aspettando ad andartene definitivamente, per non soffrire più. Ora che l’hai fatto, ho capito. Volevi che io tornassi a stare bene e fossi circondata da amore. Il giorno prima che tu te ne andassi, poco prima di addormentarmi, ho abbracciato forte l’uomo che amo e ho pensato: questo è stato un giorno perfetto. Lo sapevi: avevo finalmente un cuscino morbido su cui attutire il colpo.

È un tesoro grande quello che mi hai lasciato. È la base di tutto quello che sono e dell’amore che riesco a dare. Nella mia piccola televisione, rivedo spesso le migliaia di ricordi che ho legati a te; fa male, ma è un dolore dolce, come scorgere una stella cometa l’attimo prima che scompaia per sempre. Conservo lì la sensazione della pelle morbidissima delle tue mani. Il profumo dei tuoi capelli. L’odore del pane fresco nella tua dispensa, il mobiletto con la cioccolata, il contenitore di vetro pieno di caramelle Rossana, il congelatore stracolmo di lamponi, le carote alla julienne che sapevi che adoravo e che per quanto io provi e riprovi non riesco a preparare come te, il nostro libro “Trecentosessantacinque dolci con Lisa Biondi” dove sceglievamo le ricette delle torte da preparare dopo scuola, l’odore della tua stufa a legna nei giorni d’inverno, e mille altre cose che non serve che io stia qui a elencare.

Se potessi esprimere un desiderio in questo momento sarebbe solo uno. Vorrei poterti vedere ancora una volta come qualche anno fa, quando ancora stavi bene, seduta sul divano immersa in una delle tante telenovelas che guardavi – o “fotoromanzi” come li chiamavi tu – un giorno qualunque dopo pranzo. Mettermi il cappotto dopo aver lavato i piatti e sistemato la cucina, abbracciarti forte e dirti: “via nonnina, buona serata, ci vediamo domani”.

Mi mancherai, nonna, come mi manchi ormai già da tanto. E mentre sento questo grande pezzo di me che si scioglie e si perde nel tempo lasciando tanti piccoli segni nel mio cuore, ti dico: fai buon viaggio. So che, prima o poi, ci rivedremo.

Ora lo so.

Mi sono arrovellata per mesi cercando di capire cosa mi sia preso qualche tempo fa, quando ho deciso di stravolgere tutto e andare incontro al buio. Non sarei capace di contare le notti e le mattine in cui mi sono svegliata solo con la voglia di sbattere la testa contro il muro. Quante volte ho guardato indietro analizzando giorno per giorno le parole che avevo detto, le sensazioni, il senso di disorientamento, l’incapacità  di riconoscere anche solo per un attimo la persona che ero, urlandole contro e chiedendo dal futuro: perché.

Invidio le persone che comprendono se stesse a fondo. Sono facili da riconoscere – almeno per me – calme e posate, hanno gli occhi fermi e tranquilli. Io non sono così. Ho sempre avuto, fin da bambina, un tumulto dentro: quello che mi portava a strappare senza alcun motivo le piante della vicina, ad andarmene da casa di nascosto, quello che ha portato a galla i sassolini scuri nei miei occhi verdi. Qualcosa che si muove senza che io possa controllarlo, che mi spinge avanti, mi fa annoiare dei posti dopo tempi più o meno brevi. Non posso tenere questa cosa a bada. Quando provo a farlo, mi esplode contro con effetti disastrosi che non riesco a controllare. Non basta neanche l’amore a calmarlo.

*

Sono stata già molte altre volte in questa stazione. Qui ho aspettato, ho corso, ho incontrato amici e amori, ho mangiato, mi sono seduta e ho pianto. Quando capito in luoghi come questo mi sento in pace. La gente va di fretta, non ha nessun motivo di essere qui, sta solo andando da una destinazione all’altra; alcuni si salutano, altri si ritrovano, altri ancora camminano soli con l’ombrello sotto braccio, senza lasciarsi infastidire troppo dalla pioggia che scroscia poco fuori l’entrata. Qui, io e il mio tumulto siamo in pace: ci muoviamo con tutto quello che si muove intorno a noi.

Mi sono arrovellata per mesi cercando di capire cosa mi sia preso qualche tempo fa. Ora lo so. Ed è molto più semplice di quanto immaginassi.

Non avrei mai potuto chiamare un posto, qualsiasi esso fosse, “casa”. Avevo ancora bisogno di treni, di sconosciuti, di partenze, strade bagnate e scure, caffè bollenti in bicchieri da asporto. Avevo bisogno di andare. Il mio tumulto è un fuoco che macina quantità industriali di combustibile. Non sarei mai stata capace di fermarmi, per nessun motivo. Credevo che l’amore sarebbe bastato – e ne avevo a sacchi. Non è servito. Mi si è rivoltato tutto contro, con una violenza tale che non potevo più riconoscere nemmeno il palmo delle mie mani.

Raramente quello che ho dentro si calma e mi lascia in pace. Una delle poche, pochissime occasioni in cui si addormenta, è quando riconosco qualcuno come me, con lo stesso fuoco dentro e lo sguardo rivolto verso l’alto, alle stelle e allo spazio, perché piano piano è lì che vorrà arrivare, poco importa tra quanto. Mi è successo solo una volta. È bastato incrociare il suo sguardo, un secondo, dall’altro lato della stanza.

Mi riesce difficile credere di poter stare bene. Quando non ho pensieri e me ne accorgo, comincio a guardarmi intorno con fare sospetto, alla ricerca di qualcosa di sbagliato. È vero che sta succedendo a me? E quello che sento, lo sento veramente? Queste domande mi hanno spaventata molte, moltissime volte in passato; ora non hanno alcun potere. All’inizio anche questo mi faceva molta paura, poi ho capito. Lui ha il mio stesso fuoco. Nel calore del suo corpo, a notte fonda, il tumulto che ho dentro si lascia cullare piano, come un bravo neonato. È disarmante, e bello, rendersi conto di quanto alla fine sia semplice.

Acque amiche.

Non so perché non abbia nuotato per tutti questi anni: se i miei muscoli lo permettessero, potrei andare avanti e indietro nella piscina per ore. Purtroppo non sono ancora molto forte, e non ho molto tempo a disposizione. Provo comunque a fare del mio meglio.

Quello che preferisco è mettere la testa sott’acqua, dove i rumori si attutiscono e persino le voci nella mia testa si fanno più soffici, meno severe. Non riesco a sentirle bene quando dicono che non posso essere felice; diventano solo tante piccole particelle, solitarie e innocue.

In questi ultimi due anni ho provato spesso a ricordarmi come si stesse quando si sta bene. Non riuscivo a credere che nella mia vita ci fossero stati giorni in cui al mattino mi svegliavo felice, senza sentire un macigno sul petto, o senza dovermi trascinare in cucina come una massa informe e grigia, costretta ad affrontare la giornata perché non c’era altro da fare. A volte guardo indietro e mi complimento con me stessa per essermi spinta fuori casa anche nei giorni più bui, per aver convinto le mie gambe a correre cinque, dieci, venti chilometri. Non so come abbia fatto. Forse ero solo sicura che prima o poi qualcosa sarebbe cambiato. Nonostante la malinconia perenne che mi contraddistingue sono un’inguaribile ottimista; per quanto questo possa suonare patetico, non trovo altro modo per descriverlo. Forse ho solo letto troppe favole da bambina. Ogni momento brutto mi sembra una prova da dover superare per poter arrivare a qualcosa di bello. Non so se questo sia l’atteggiamento giusto, ma è una cosa che mi ha sempre aiutata.

Arrivare ai suoi occhi ha richiesto molto tempo e molte strade tortuose. Foreste buie, mostri, avvoltoi, piante velenose, paludi e torrenti in piena. Lo rifarei mille volte. Mi sento come una principessa guerriera che dopo mille disavventure ha finalmente trovato la chiave per il grande portone del palazzo.

Non sono mai stata capace di scrivere quando sono felice. Chiedetemi di parlare di tristezza, di raccontare storie angosciose, e potrei scrivere per ore. Quando sono felice riesco solo ad elencare le piccole cose belle dei miei giorni. Il profumo del suo caffè al mattino. Sentire il suo corpo accanto al mio, nelle prime ore dell’alba. Il cuore che fa un piccolo salto allegro l’attimo prima di vederlo. L’odore dei suoi capelli. Sentirlo ridere. Quando siamo innamorati siamo tutti un po’ smielati allo stesso modo.

Una delle sensazioni più belle è stata slegare canzoni, luoghi e libri dai vecchi ricordi; pulire le tele e ritrovare nuovi spazi bianchi da riempire.

È una cosa che mi fa sentire tanto leggera.

Yuuki.

Non sarò mai più felice.

E’ una conclusione a cui sono giunta con non poca fatica, dopo tanto tempo. Ammetto che sia stata piuttosto dura da accettare. Non ho avuto un’infanzia facile, e per un periodo della mia vita – piuttosto lungo, ma breve se comparato a un’esistenza intera – ho potuto capire cosa significhi essere felici, davvero; svegliarsi inondati dalla gioia di affrontare una nuova giornata, tornare a casa, in una casa che si sente propria, dove si e’ protetti, al sicuro. Sprofondare nel letto e l’attimo prima di addormentarsi, pensare alle stelle e al cielo, immaginarsi tutti i pianeti allineati, ma non come lo si intende astronomicamente: pensarli l’uno dietro l’altro formare una figura armoniosa, una di quelle immagini che ti fanno sentire sereno solo a guadarle, come i mandala. E poi sognare torte e cioccolato, perche’ non c’è altro da sognare, e di certo non ci sono incubi di cui avere timore.

Mi chiamo Yuuki e ho quasi ventinove anni. Vivo in un piccolo appartamento di sei tatami vicino a questo lago; mi avrete sicuramente vista passare al mattino quando vado a lavorare, o la sera quando mi alleno, correndo. Mi piace correre anche se non riesco a raggiungere risultati entusiasmanti, e le gare mi intimoriscono. Qualche tempo fa mi sono preparata per una mezza maratona arrivando a correre diciannove chilometri, una distanza impensabile per me fino a poco tempo fa; tuttavia, il giorno della gara, ho deciso di tirarmi indietro, chissà per quale ragione. Io sono fatta così. Ma non è questo di cui volevo parlarvi.

Non ho un gatto, anche se vorrei averlo. A volte dò da mangiare a quello dei vicini, un simpatico brontolone bianco sempre sporco di fuliggine. Gli piace essere accarezzato, seppur solo per il tempo che decide lui. Se lo si accarezza un attimo di più, Pipoca, che significa “popcorn” in portoghese – il padrone ha vissuto in Brasile per vent’anni – si stufa e inizia a borbottare con un miagolio strano, che non avevo mai sentito prima. Io e Pipoca siamo molto simili, anche se io, se fossi un gatto, sarei sicuramente nero.

Ho iniziato a realizzare che non sarei mai più stata felice quando per qualche mattina di fila, svegliandomi, l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era il colore grigio. Una distesa informe, nebbiosa, senza sfumature intermedie. Una parete di un palazzo di periferia, perfettamente uniforme e noiosa.

In quelle mattine mi chiedevo: perché sono sveglia?
A dire il vero, ormai capita quasi tutti i giorni.

*

Le pareti del mio appartamento sono giallognole e le finestre di legno. Mi piace molto cucinare. Per un periodo avevo smesso, non avendo nessuno per cui farlo, ma poi, col tempo, ho ricominciato. Ho persino comprato un paio di nuovi piccoli elettrodomestici che mi aiutano nelle mie creazioni. Il mio preferito è senza dubbio il frullatore, che ha anche una lama speciale per tagliare le verdure alla julienne in pochi secondi; mi ha praticamente cambiato la vita, lo dico senza esagerare. Adoro la verdura alla julienne, ma detesto grattugiarla a mano. Lo uso anche per tritare le carote per la mia famosa torta; i miei colleghi sono sempre felici quando la porto in ufficio. E’ una torta di carote ricoperta di cioccolato. La ricetta è brasiliana, mi è stata data dal padrone di Pipoca, anche se lui dice che la mia viene sempre un po’ meglio di quella che fa lui.

*

Da fuori non si vede niente. Sono una persona allegra, attiva, ho una vita sociale piuttosto vivace quando voglio. Ho molti amici, un buon lavoro, qualche frequentazione fugace – non riesco a legarmi per troppo tempo, forse perché mi apro solo superficialmente, o chissà per quale altra ragione. Ma sono come divisa a metà. C’è un lato piu’ oscuro di me che nessuno, ma proprio nessuno, conosce, e che si fa ogni giorno più forte. Mia sorella deve averlo intuito. Ogni tanto, quando mangiamo insieme, la sorprendo a guardarmi con gli occhi preoccupati, quasi timorosi. Né io né lei, però, vogliamo parlarne. Per ora lasciamo le cose come stanno, perché in fondo a cosa servirebbe. Penso al mio lato buio come a un oceano profondo, abitato da creature contorte, che ho visto talmente tante volte da non farmi neppure più paura. O forse non mi fanno paura perché io sono come loro.

*

Non lascio mai i capelli sciolti. Non mi sentirei a posto, e poi fare queste trecce complicate mi rilassa infinitamente. E’ una cosa che ho sempre amato fare. Quando mia madre da bambina mi regalava una bambola la volevo sempre coi capelli lunghissimi per poterli acconciare come più mi piaceva. Sono diventata brava con le trecce alla francese e all’olandese; al mattino mi sveglio sempre venti minuti prima di quando dovrei, solo per sistemare i capelli.

Alcuni di voi sapranno certamente cosa significhi vivere con un grande vuoto dentro: quello che viene quando muore un famigliare, quando si abbandona un’amicizia, quando si perde un compagno. So che sapete di cosa sto parlando. E’ un vuoto sordo, pesante, che non smette mai di pulsare dal momento in cui ci svegliamo al mattino a quando chiudiamo gli occhi prima di dormire, e talvolta prosegue nei sogni. C’è sempre, anche quando ridiamo e ci divertiamo durante una serata fuori con gli amici. E’ come uno spillo piantato dietro il collo, che quando finiamo di sorridere per qualcosa, proprio nell’attimo in cui la nostra bocca torna a una posizione neutrale sul viso e gli occhi smettono di brillare, si spinge un po’ più a fondo e ci dà una piccola scossa come a dire: sono qui, sempre.

Io avevo tutto e per qualche motivo – non ho mai capito bene perché – ho deciso di lasciarmi tutto alle spalle. Il mio vuoto è il risultato di qualcosa che io stessa ho fatto. Non posso dare la colpa a nessuno, o arrabbiarmi contro qualcosa. E’ successo dentro di me e intorno a me, con conseguenze catastrofiche. Da quel momento, ogni giorno ha iniziato a coprirsi di una patina grigia, prima appena percettibile, ora spessa, gelatinosa, impossibile da ignorare. Ho dovuto imparare a conviverci. Imparare la normalità di aprire gli occhi al mattino e non voler essere sveglia, assorbire quel pensiero per dieci minuti, poi alzarmi e proseguire la giornata.

So di essere stata molto fortunata ad aver provato cosa significhi essere felici almeno per un periodo. Mi rendo anche perfettamente conto che avendo rinunciato a tutto volontariamente, la mia infelicità – o meglio, il mio torpore costante, la mia anedonia – è una conseguenza naturale, che ho meritato. Come ho già detto, non sono arrabbiata con nessuno, e non biasimo nessuno.

Tuttavia, devo continuare a vivere.

Ammetto di aver pensato spesso alla morte, ma sono troppo codarda per morire. Le persone sembrano lanciarsi giù dai grattacieli o sotto i treni tutti i giorni; mi chiedo dove trovino il coraggio. Io mi limito a sperare sommessamente che la morte mi cada in testa come un mattone dal terzo piano. Che in un giorno qualunque un pezzo di cornicione si stacchi da un palazzo proprio mentre io cammino lì sotto per andare a comprare il pranzo. Queste storie si sentono spesso, in fin dei conti. Non ci sarebbe niente di male. Non avrei nessuna lamentela da fare, una volta passata all’aldilà. Nessuna situazione rimasta in sospeso da risolvere, nessuna cosa che avrei desiderato ardentemente fare prima di morire. Sparirei senza battere ciglio, forse sentendomi quasi sollevata.

*

La cosa più difficile a cui ho dovuto dire addio è la musica. Non tutta la musica, s’intende, ma alcune canzoni – a dire il vero molte – che non potrò mai più ascoltare. La musica ha il potere di legarsi indissolubilmente ai momenti di cui fa parte, e ogni volta sentire determinati pezzi è un grande dolore di cui non ho bisogno.

A volte penso di non essere mai stata capace di vivere come gli altri: sono un essere umano difettoso. Non lo penso con rabbia o rancore, solo come una constatazione oggettiva.

Come guardare questo lago e dire: l’acqua è verde.

Non c’è mai nessuno qui, chissà perché, nonostante le numerose panchine e gli alberi di ciliegio. Una volta ho incontrato un serpente, correndo, ma non credo che la gente non venga qui per quello. Deve essere stato un serpente innocuo, tra l’altro. Sembrava più spaventato di quanto non lo fossi io.

Stamattina, prima di venire qui, ho fatto colazione con pane tostato e marmellata di fragoline di bosco. Ancora prima, mi sono svegliata a fatica, una cosa molto insolita per me che di solito mi sveglio facilmente, dopo un bellissimo sogno. Nel sogno ero in visita al mercato del paese con la mia vecchia classe, avrò avuto sì e no tre anni, e la cosa che ho sognato è successa davvero: durante la visita incotrammo mio nonno paterno passeggiare verso la pineta poco distante, e il solo vederlo mi riempì gli occhi di lacrime di gioia. La maestra fu così sorpresa dalla mia reazione che mi lasciò andare via con lui. Il nonno mi prese in braccio e proseguimmo la nostra mattinata insieme, camminando intorno al lago e altri posti che ci piacevano particolarmente.

Non so quante volte mi sono ripetuta “sarebbe bellissimo tornare a quel momento”. Ormai queste parole suonano consumate, come un disco rotto. Però sarebbe davvero bellissimo. Davvero tanto.

Conclusioni.

Io ho un grande difetto, tra gli altri. Mi ricordo sempre tutto. Ogni data, ogni nome, ogni piccolo racconto. E’ una cosa che normalmente potrebbe tornare molto utile, ma che invece e’ un grande ostacolo quando si cerca di mettere via una parte del proprio passato.

Nonostante cio’, ho notato tanti piccoli cambiamenti. Al mattino sono felice di svegliarmi; non succedeva da tempo. Sentire determinate canzoni non mi fa nessuno strano effetto, cosi’ come leggere nomi buffi e vedere faccine negli oggetti e nei paesaggi di tutti i giorni – cose che potrebbero sembrare sciocchezze, ma che fino a poco fa mi riempivano gli occhi di lacrime.

Lo scorso anno, quando facendomi una violenza infinita mi tiravo fuori dal letto e andavo a correre sotto la pioggia o la neve con le mani e il naso congelati dal freddo, non avrei mai creduto di poter tornare ad essere serena. La verita’ e’ che per quanto abbia tenuto stretti gli ultimi brandelli di ricordi, ho iniziato a dimenticare. E’ una bella sensazione.

Non sono brava a parlare direttamente di quello che sento. Devo sempre cucire i miei pensieri intorno a situazioni inventate, per proteggermi un po’. Stavolta pero’ non riesco a trovare niente dietro cui nascondermi, forse perche’ non ce n’e’ bisogno.

In questi anni mi sono rimproverata a lungo e profondamente per le scelte fatte e per non aver saputo affrontare quello che mi succedeva nella maniera migliore; tuttavia, alla fine, guardando tutto da dove mi trovo ora so di avere fatto quello che andava fatto.

Tempo fa, leggendo Fight Club di Chuck Palahniuk, una frase mi rimase molto impressa: “Sposati prima che il sesso diventi noioso, altrimenti non ti sposerai mai”. Ricordo di aver pensato quanto fosse vera; da allora, ogni volta che prendo una decisione mi viene in mente. E’ una specie di memento.

Non avrei mai pensato di dirlo, ma chiudere vecchi capitoli e’ proprio bello. Poi ci sono cose belle che rimangono belle in ogni momento della vita, come camminare con la musica alle orecchie.

 

BRX

La signora al controllo passaporti apre il mio, con sguardo annoiato. L’avevo gia’ notata qualche momento fa dalla fila; mi era sembrata una di quelle persone sempre arrabbiate, con la bocca piegata in giu’. Chissa’ quanta gente vede ogni giorno, ho pensato. Forse anche io avrei l’espressione scocciata, dopo il duemilatredicesimo turista che mi sfila di fronte diretto chissa’ dove – o meglio, diretto ad Amsterdam, Parigi, Lille, Londra o Marsiglia, perche’ da qui sono solo queste le destinazioni. La vedo sorridere, anzi, direi proprio ridacchiare, sotto i baffi. Studia la mia foto nel passaporto, mi lancia uno sguardo divertito, poi si toglie gli occhiali. Io ho gli occhi gonfi di pianto, e il suo sorriso e’ la prima cosa che mi fa sentire bene da almeno due giorni. “Quando hai cambiato colore di capelli?” chiede, in francese. “Due anni fa. Anzi, direi tre”. “Vorresti cambiarlo di nuovo?” “No”, le dico, mentendo, perche’ e’ gia’ da qualche tempo che ho iniziato a pensare a tingermi la testa nero corvino, senza nessun riflesso. Solo nero. La signora continua a guardare la mia foto, gongolandosi sulla sedia girevole. “Stai molto bene con i capelli rossi. Non cambiarli”.

Mi siedo in un angolo della sala d’attesa. Sono arrabbiata e triste, cosi’ tanto da aver dimenticato di prendere la crema spalmabile di speculoos – una delle cose che preferisco al mondo. Come sempre, essere in una stazione mi fa sentire piu’ tranquilla. Nelle stazioni e negli aeroporti non devo essere niente, non devo fare niente se non aspettare il mezzo che mi portera’ via, la vita fuori quasi scompare. Scompaiono i negozi chiusi, le famiglie che tornano a casa dopo la giornata festiva, le nuvole, i panifici e i caffe’. Metto le cuffie alle orecchie e mi faccio piccina piccio’ nel sedile del treno, con la testa poggiata al finestrino.

Una volta tanto, sono felice di tornare a casa.

 

 

 

Di ricordi e di ritorni.

La cucina di mia nonna e’ molto piccola. Nel brevissimo tragitto che separa il frigorifero dal lavandino – due passi, forse tre – si potrebbero sbattere le ginocchia anche quattro volte: una sulla gamba del tavolo, due sulla sedia, una contro il divano a sinistra. Una volta, d’estate, c’era sempre la finestra aperta; dava sul retro della casa, si potevano vedere l’orto del nonno e il giardino della chiesa di fronte.

Qualcuno stamani mi ha chiesto di pensare al ricordo piu’ bello della mia infanzia, per poter ricreare la stessa sensazione nel presente. Mi e’ bastato chiudere gli occhi mezzo secondo per rivedere quella cucina e quella finestra aperta in un giorno di inizio giugno non troppo caldo (non che dalle mie parti faccia mai caldo davvero, di quello brutto che ti schiaccia sul letto); io seduta al tavolo e mia nonna che tira fuori dal congelatore una confezione sbiadita di gelato alla nocciola, dove dentro non c’e’ del gelato ma tantissimi lamponi rossi colti dal nonno il giorno prima, sommersi nello zucchero e messi a freddare. Poi ancora io che prendo un cucchiaio dal cassetto e inizio a separarli piano, godendomi lo scricchiolio del ghiaccio e dello zucchero che cedono ai miei colpetti. Quando li metto in bocca, i lamponi sono freschi e dolcissimi.

Non so quante volte questa scena si sia ripetuta durante la mia infanzia; non sono brava coi numeri e non mi mettero’ certo a contare, ma direi ogni giorno da giugno ad agosto per tutti i miei anni di vita fino ai diciassette. Quella cucina e’ talmente stampata nella mia testa che non ho neanche bisogno di concentrarmi per ricordare esattamente dove stesse il contenitore con le caramelle Rossana, in quale ripiano trovare i biscotti (sempre e solo Oro Saiwa) e il cioccolato, il telecomando coi tasti smangiucchiati dai tanti usi e il colore dei cuscini che coprivano la cassapanca. Riesco quasi a sentire il profumo che c’era: un misto di pane fresco e bucato pulito.

Per quanto possa conoscerla bene non saprei come riprodurre la sensazione di quei giorni nel presente. Mia nonna e’ in ospedale da tempo. Mio nonno e’ morto dieci anni fa, e i lamponi non credo li colga piu’ nessuno. Quel ricordo pero’ rimane un faro acceso, che mi fa pensare che nonostante tutto, da qualche parte c’e’ un luogo da poter chiamare casa. E che quando si va nella direzione giusta, le porte si aprono da sole senza doverle forzare.