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Archive for agosto 2008

Viba.

E’ bello anche guardarti silenziosamente da lontano.

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Oltre.

Andare oltre i confini è strano.

Anche se l’hai aspettato per tanto tempo. Sei finalmente dall’altra parte, e ti gira la testa.

E’ strano. E’ strano. Sembra sia l’unica cosa che riesca a dire. Che è strano. Ho una fortissima smania di scrivere ma sono rintontita.

Mi sento quasi ubriaca.

Ecco, non so che fare. A parte ripetere i miei sciocchi ecco.

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Notte.

Ma perché al culmine più culminoso della curiosità improvvisamente spariscono tutti, non mi risponde nessuno e gli interrogativi rimangono sospesi????Perché???

E’ come avere un prurito gigantesco, e le mani legate.

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Pensavo.

Io mi arrabbio, ma non riesco mai ad arrabbiarmi veramente. E poi mi arrabbio con me stessa per non essermi arrabbiata.

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Condivido.

It shouldn’t hurt me to be free
It’s what I really need
To pull myself together
But if it’s so good being free
Would you mind telling me
Why I don’t know what to do with myself?

(E. Torrini)

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E’ il 24 Agosto.

Sarà che ci metto talmente poco ad abituarmi al calore che si prova tra le braccia di qualcuno.

Che ci stia una notte, due, tre, un’eternità o un secondo. Quel tepore mi rimane dentro, mi riempie il respiro e i pensieri. Riesco a farmi cullare anche da un solo attimo di sicurezza, forse è proprio per questo che complico infinitamente anche la più inutile delle situazioni. E la fantasia, sì, anche quella. Le scintille che mi accendono i mondi dentro – che poi è difficile uscirne da quelle bolle di sapone.

Avevo bisogno di provare qualcosa, perché troppa aridità mi rende vuota e poco lucida. Mi sono sforzata, come quando da piccola tiravo fuori le lacrime a fatica per guardarmi allo specchio e vedere che stavo piangendo. Non ho dato tregua a ostacoli e differenze, alle asimmetrie del pensiero e mi sono convinta di quello che volevo vedere. Vestendo un manichino degli abiti che desideravo vedergli addosso, ma che in fin dei conti ci incastravano poco e niente.

Ancora. Ci sono dei posti che mi fanno stare bene, uno di essi è quello in cui ho trascorso gran parte di questo mese caldo e travagliato – un luogo dove respiro e non sono costretta a infilarmi nel bozzolo in cui automaticamente e inconsciamente mi chiudo ogni volta che sono a casa. Sarà per l’energia positiva, ma soprattutto per le persone che riescono a trasmettermela. Lì diventa così facile immaginare di stare bene che le nuvole sono quasi solide davanti ai miei occhi.

Ieri pensavo che a guardare le onde enormi che il mare mi scagliava addosso ci sarei rimasta tutto il giorno, e tutta la notte senza chiudere occhio. Musica alle orecchie per annullare i rumori inutili ma non il fragore dell’acqua che si spezza, e via. Lasciar correre il tempo senza rendersene conto. Oggi guardavo dall’alto il tramonto lontano e il pensiero di quel mare mi stringeva il cuore.

Non soffro per quello che è successo, quanto per il dover essere in un posto e desiderare di stare in un altro. E perché preferisco proiettare l’ombra di chi sto veramente cercando su qualcuno che poco ne ha a che vedere, piuttosto che decidermi a fare qualcosa di meglio che sperare che i miei riferimenti vengano decifrati. Ma rimanere in disparte a guardare, e ogni tanto stare male – non so perché e non l’ho mai saputo – mi fa paradossalmente sentire bene. Forse perché mi fa semplicemente Sentire.

Come la malinconia di stasera; se non ci fosse avrei solo un gran buco indifferente dentro, e nulla più.

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Sangue e ferite.

In mancanza di argomenti, i miei sogni continuano ad essere una divertente materia di osservazione. Quello di stanotte è stato particolarmente violento e realistico. Ve lo racconto.

All’inizio ricordo solo me e la mia omonima livornese, sdraiate l’una accanto all’altra. Un amico teneva un grosso coltello in mano, e Alessia chiedeva di avere due pugnalate al petto. Io guardavo la scena come estasiata e chiedevo di essere a mia volta accoltellata; l’amico agiva leggero, senza esitazione infieriva a fondo sul mio petto, dalla parte del cuore. Mi meravigliavo per il fatto di non sentire dolore, ma subito dopo iniziava a formarsi una grossa spaccatura che lasciava scivolar via litri e litri di sangue. Da qui in poi tutto è confuso. Alessia correva di fronte a me, col vestito bianco zuppo di sangue, urlando che non riusciva a morire. Io correndo mi rendevo conto di non voler morire e chiedevo aiuto a tutti coloro che incrociavo. “Dov’è un’ospedale?” – ho urlato migliaia di volte e nessuno sapeva darmi un’indicazione, nessuno che volesse aiutarmi. Ero a Firenze, ne sono certa, e ad un tratto non so come il pronto soccorso si materializza davanti ai miei occhi. Entro in preda al panico, inizio a cercare un dottore ma mi ritrovo in un cortile dove le infermiere sono intente a saltare la corda. Mi guardano stordite, e in tutta tranquillità mi dicono “signorina…oggi è domenica, l’ospedale è chiuso”.

Muoio. Accasciandomi piano sull’erbetta fresca, e col sole in viso. E come sempre, dopo essere morta mi sveglio.

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