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Archive for gennaio 2009

Oggi ho capito che tentare di uccidere una zanzara con il barattolino del vinavil è molto più dannoso per me che per la zanzara stessa.

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Sentenze.

Io sono borderline.

Me l’ha detto Wikipedia.

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Ad alta voce.

La neve ha smesso di scendere.

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A luglio,  prima di tornare in Italia dall’Olanda, scrivevo queste poche righe. Non so perché non si siano pubblicate al momento giusto, non so neppure perché abbiano deciso di saltar fuori proprio ora.  Ma tant’è.  Che strano leggerle.

“Troppo, troppo vino, e un viaggio in treno disastroso – che non ho idea di come sia riuscita ad arrivare a casa, dato che alla stazione seguono 20 minuti in bici. So solo che pedalavo velocissima, la strada era buia, ed avevo paura, tanta da non sentire la fatica.

Poi, durante la notte mi sono picchiata col sacco del piumino; ho anche pianto disperatamente perché non riuscivo a infilarlo nella maniera giusta ed ho sognato Hikmet, che mi diceva qualcosa riguardo una poesia, le parole non dette e bla bla. Non lo ascoltavo, lo ammetto. Ero piuttosto intenta a sistemare le mie cose nella valigia – questo si, questo no – ché non è mica facile decidere cosa prendere e cosa lasciare.

Manca una settimana. Mi piace fare i conti alla rovescia, e mi diverto specialmente quando il conto giunge alla fine. C’è una sorta di euforia quando cominci a pensare meno sette, meno sei, sai che ci sei quasi ma ancora no, ancora no, bisogna aspettare. 

A casa non si sarà mosso niente, gli oggetti nella mia camera saranno allo stesso posto e mi sentirò come se non me ne fossi mai andata. Sarà bellissimo; adoro i ritorni. E poi ci sono delle cose che devono succedere, lo so. E’ bello bello bellissimo. Sono felice, si.”

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Oramai è deciso: per questa volta non ingoierò il Paraflù. Le ragioni principali sono le seguenti:

1)  Ho una cena di sushi. Che non significa che sono invitata a mangiare sushi da qualche parte; ho una cena di sushi nel senso che Io, Mei, dovrò cucinare sushi per alcune persone – non ancora ben identificate – insieme ad un mio amico. Come ho già specificato altre volte, non sono molto adatta alla vita sociale. Sono tendenzialmente timida, e sono convinta di stare sui coglioni al 90% della gente che mi conosce. Ma cosa ancora più importante, amo cucinare e temo il giudizio altrui a riguardo. Lo temo al punto che se preparo qualcosa anche per il mio migliore amico, col quale mangio spesso, e del cui giudizio non dovrei avere paura, trattengo il fiato ogni volta che mette in bocca il primo boccone di ciò che ho intrugliato e ricomincio a respirare solo dopo aver visto sul suo volto un’espressione soddisfatta e compiaciuta. Per questi motivi, la sushi-cena sarà una vera e propria sfida – che pretendo di superare. Attuerò dunque il seguente piano:

– cucinerò con la massima cura
– appena avrò finito di sistemare tutto in tavola mi ubriacherò fino a non riconoscere nemmeno le facce di chi ho intorno, in modo da evitare di diventare rossa per ogni strullata o abbassare gli occhi per via di alcuni sguardi da me ritenuti (non  so se a ragione o meno) di odio e disprezzo.

2) Mi esibirò a Gioia Tauro. Un artista ha chiesto che cantassi durante una sua mostra di fotografie, accompagnata da un mio amico musicista. Tutto ciò mi riempie di orgoglio. Adoro cantare, e non sono nemmeno mai stata a Gioia Tauro. In più, per l’occasione mi comprerò un vestito figo, e mi farò bella, o quantomeno, ci proverò.

3) A casa abbiamo finalmente una moka. E’ incredibile quanto sia bello svegliarsi, metter su il caffè e nel frattempo andare in bagno; tornare in cucina e berne una quantità esagerata, uscire, accendere il lettore mp3, dar fuoco a una sigaretta e iniziare a camminare, respirando piano e godendo degli effetti della caffeina.

4) Mio malgrado, ho quasi finito Neve. Sono triste, infinitamente triste, ma so che dopo queste ultime 10 pagine potrò tornare a vivere “normalmente” e a non sentirmi Ka, che non è certo cosa facile.  Gli eventi riprenderanno il loro naturale corso, almeno fino a quando non comincerò a leggere Berlin Alexanderplatz , mi tramuterò in Franz Biberkopf,  e un’altra era di esistenza mistica avrà inizio.

5) Come già accennavo in un altro post, ho iniziato ad elaborare il mio fiocco di neve personale. Mentre ci pensavo, appena sveglia, ho avuto la seguente illuminazione: delle persone che amiamo, bisogna apprezzare e comprendere soprattutto le mancanze e le assenze. Che fa molto Osho, e che sicuramente tutti danno per scontato, ma io sono lenta e a certe cose ci arrivo piano piano.

Bene. Credo che tutto ciò sia sufficiente a farmi desistere dai miei intenti masochistici.
E poi, dato che non ho smesso di fumare, ad uccidermi ci penseranno le sigarette – peraltro di una morte lenta e dolorosa, come specificato sui pacchetti.
Posso ritenermi soddisfatta.

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A Grazia, al suo entusiasmo, e a Giulia, che è stata una prerogativa più che buona.

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Da una parola.

“Sai perché mi piace quella statua?Perché ha un segreto. Di solito gli scultori comunicano molto apertamente ciò che vogliono dire, ma lei, lei no, se ne sta lì con le braccia conserte e la testa leggermente china, sorride appena, come se ripetesse nella sua mente qualcosa di importante, una Verità che non ha intenzione di condividere con nessuno. Ho le lacrime agli occhi mentre la ammiro, immobile in una posa tanto delicata – vorrei sfiorare le sue fredde braccia di marmo, e con una pressione leggera svelare il segreto dei suoi piccoli seni, aggrapparmi a uno dei boccoli pietrificati e attorcigliarmelo tra le dita. Vorrei, credimi, tenerla stretta a me e immaginarne il gelido busto divenire caldo al contatto col mio petto. Con grazia le solleverei il mento, e sfiorerei per infiniti minuti le labbra tanto carnose, descritte da un cesello attento; così, le lascerei sciogliersi in un bacio. Mi guardi stupita, e non ti biasimo; ma non esiterei un solo istante a ripetere ciò che ti ho appena svelato, di nuovo guarderei questa figura dai fianchi rotondi, la guarderei con gli occhi commossi e sul volto un’ espressione di dolore incredulo, come a ripetermi che non è certo cosa comune quella di sentir tali slanci nei confronti di una donna di Marmo – di Marmo, capisci? – eppure tanto viva da farmi dire con sicurezza ciò che ho appena raccontato. 

Ecco perché non ho vergogna di ammetterlo: la amo.”

A P., con un inchino e un grazie.

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La ragazza è al pc. Gioca con un videogioco – il volume della colonna sonora (ripetitiva e facilmente riconoscibile) è piuttosto alto. Il ragazzo è sul letto, le dà le spalle, ha le coperte fin sopra la testa. 

RAGAZZO: “Abbassa ‘sta musica” – (con voce stanca e sonnolenta).

La ragazza non risponde e continua a giocare. Il ragazzo riprova.

RAGAZZO: “Abbassa ‘sta musica…”

RAGAZZA: (distrattamente, con poca attenzione) “Ah…si”. La ragazza abbassa la musica. Gioca per altri dieci minuti. Si volta. Il ragazzo dorme, russando piano. La ragazza inizia ad innervosirsi.

RAGAZZA: “Non è possibile però, cazzo. Dormi sempre…” – (in tono scocciato e arrabbiato). Comincia a spogliarsi con gesti nervosi, butta i vestiti in qua e là. Cerca di riordinare le coperte del letto, facendo volutamente chiasso. Il ragazzo si volta appena.

RAGAZZO: “Ma che hai?”  

RAGAZZA: “Ma come che ho?Ma come che ho?Non è possibile che tu dorma sempre, dio santo!” – (in crescendo, prima un mugolio leggero, poi sempre più forte fino ad urlare)

RAGAZZO: “Ma stavi giocando al computer, avevo sonno e mi sono addormentato” (placido, sereno e calmo)

RAGAZZA: “Ho capito ma che palle!Non mi ascolti mai, lo vedi?” (piagnucolando)

Il ragazzo sospira e si riaddormenta. La ragazza prende un libro in mano, i gesti sempre più infuriati, gli si sdraia accanto e inizia a leggere. Sbuffa spesso, rumorosamete. Il ragazzo continua a dormire. La ragazza mugola, dicendo un lagnoso “Uffaaaa” di tanto in tanto. Il ragazzo continua a dormire. La ragazza si infuria sempre di più, chiude il libro e lo lancia sul pavimento. Il ragazzo si sveglia, di scatto.

RAGAZZO: “Ma che cazzo fai????Ma sei impazzita???E’ il mio libro quello!”

RAGAZZA:”Lo vedi?LO VEDI?Te consideri solo i tuoi cazzo di libri!Ti ho chiamato per mezz’ora e non mi hai mai calcolata!Solo ora che ho lanciato il libro ti sei svegliato!!!!” – inizia a piagnucolare, si volta di schiena. Il ragazzo raccoglie pazientemente il libro e lo sistema sulla scrivania. Si sdraia e si rimette a dormire.

La ragazza sbuffa. Respira forte e strepita. Urla cose a caso (“Ma ascoltami!”/”Che palle!”/”Uffa!”), piagnucola. Il ragazzo continua a dormire, e inizia a russare piano. La ragazza si scalda ancora di più. Inizia a piangere. Continua a ripetere “Uffa”, scalcia, si gira e rigira facendo baccano. Spegne la luce, lamentandosi. Si gira ancora un po’. Il ragazzo dorme ancora. La ragazza sbuffa. Il ragazzo dorme.

La ragazza sbuffa e strepita.

Infine, stremata, si addormenta.

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I(don’t)Mac.

Io ho un Mac.

E nonostante ciò detesto i Mac-chisti. Che a quanto pare ci tengono a ricordarmi, ogni volta che ho qualcosa a che fare con loro, quanto siano odiosi, superbi, ingabbiati nel loro mondo di design-tecnologia-fighitudine-mele.

E niente, entro in questo negozio  in cerca di un mousepad nero per l’ufficio, convinta – vedendo dalla vetrina alcuni comuputer – di essere nel posto giusto, ma soprattutto, di non essere fuori luogo. La commessa – bassa, modaiola del genere “urban”, orecchini di plastica recanti scritte poco educate in inglese – è impegnata a spiegare ad un tizio – anch’egli basso (credo che il Mac-chista standard non possa superare il metro e settanta, per motivi di stile – o style) coi capelli ingellati in una crestina antipatica, che le entrate nonmiricordocome dei nuovi Mac non sono uguali alle entrate nonmiricordocome dei vecchi Mac e che quindi – il tipo ingellato – avrebbe dovuto comprare questo questo e quest’altro, e parlano per un buon quarto d’ora, mentre io aspetto in un angolo, ed ho fretta perché è orario di lavoro e sto facendo una commissione per la mia capa; noto la presenza di un’altra commessa anch’ella super stylish che però, a quanto pare, ritiene la mia persona troppo out per essere degna di stare dentro un punto vendita ufficiale Mac, e non mi si fila minimamente.

Così continuo ad attendere, paziente, mentre scruto le cover di cattivo – se non pessimo – gusto per i tecnologicissimerrimi Iphone.  Finché, dopo circa 30 minuti di bla bla bla alle mie spalle, non mi si avvicina la tizia con gli orecchini brutti e mi fa, con la classica aria del Mac-chista scocciatello:

“Prego?”

“Vorrei due mousepEd” – dico – enfatizzando la e pronuncia di “pad”, non sia mai che si sbagli l’inglese in una rivendita Mac ufficiale,

“No, scusi. Due mousepEd?” e alza le sopracciglila, stizzita

“Si, due mousepEd“, ripeto, e inizio a guardarmi intorno e sentirmi colpevole di qualche reato gigantesco che non ero a conoscenza di aver commesso

“Si…però abbiamo solo quelli col logo. E’ per un Mac?”

“Ehm…a dire il vero no, ma-“ mi interrompe

“Ah beh capisco… mi spiace, arrivederci” e indica con aria stucchevole l’uscita.

Così, dopo aver realizzato la situazione, me ne vado con in faccia un’espressione di sopresa mista al disgusto, raggiungo il primo negozietto inutile all’angolo e ripeto la scenetta del mousepad, ma senza enfatizzare nessuna pronuncia, anzi, proponendomi al commesso con le testuali parole – vorreiduetappetiniperilmouseneriperfavore – ed eccomi servita nel giro di dieci secondi, mousepEd alla mano e la voglia di buttare il mio intelligentissimo-ultrafigherrimo-superstylish Mac (peraltro rotto) dalla finestra. Chissà che un gesto tanto brutale non porti la commessa del negozio – e con lei tutti i Mac-chisti invasati – al suicidio di massa.

Perché quella è una setta, ve lo dico io.

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Aus.

Non so.

Spesso, camminando, ho come l’impressione di guardare da fuori un quadro bellissimo, del quale però – per un motivo che non mi è chiaro – non posso fare parte. E’ una forte nostalgia, poi, quella che sento.

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