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Archive for febbraio 2009

Ho visto tanto di quel rosso oggi da sentirmene quasi satura – in senso ovviamente positivo. Rosso dei mattoni, delle chiese coi soffitti alti e gelidi, del pavimento sotto i portici. E’ tutto un po’ più piccolo e proporzionato, a Bologna, o perlomeno sembra così, a me che sono abituata a districarmi nel pretenzioso centro di Firenze. 

Ancora. Ogni volta che vedo una torre, una cupola, o qualsiasi cosa che mira verso l’alto, ho questa smania di dover arrivare per forza in cima, salire tutti i gradini per vedere il mondo da su. C’è il silenzio, di sopra, e le persone piccole sulla strada. Viene da chiedersi cosa si possa provare a metà del cammino che dal cielo va alla terra. Mi viene in mente una gran paura, ma non solo. 

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Stamattina è successo un miracolo. Poco gradito, ma pur sempre un miracolo.

Ho chiesto alla mia fornaia di fiducia di mettermi gentilmente una sfoglia alla crema in un sacchettino. Ho seguito ognuno dei suoi movimenti, dalla selezione della sfoglia alla chiusura del pacchetto, e me ne sono uscita trotterellando. Poi ho guardato nel sacchettino, e con mia grande sorpresa, non ho trovato nessuna sfoglia.

Al suo posto troneggiava tronfia una brioche ripiena, che mi guardava con aria beffarda e vittoriosa.
Ora; io odio le brioche, e ogni giorno le prendo in giro dal vetro dello scaffale dei dolci. Sono brutte e gonfie, e come se non bastasse mi ricordano l’odore di una tizia che avevo in classe – che detestavo. Perciò niente colazione, per stavolta.

Eh vabbè. Avrei dovuto immaginarmelo che prima o poi si sarebbero vendicate dei miei sbeffeggiamenti.

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Quanto è bello quando quello che hai intorno si muove a tempo con la tua musica. Credo di averlo scritto già molte volte, ma non sembra mai abbastanza. Voglio dire; hai una canzone alle orecchie, che nel mio caso era “A&E” di Goldfrapp, cammini e lipperlì non sembra succedere niente. Poi, improvvisamente, mentre Alison si accinge a cantare con voce dolcissima quell “aaaah” che precede la strofa “how did I get to accident” ecc ecc, ti coglie una folata di vento, brusca ma carezzevole, ti porta indietro i capelli e ti fa stringere nel cappotto, il tutto rigorosamente in base alle note e all’intensità del pezzo in quel momento. Non so, è una cosa che mi emoziona sempre tanto. Ma a scriverla non è che renda molto, in effetti; è come quando vedi qualcosa di molto divertente o molto triste, ma tentando di spiegarlo a qualcuno a parole non riesci a riportare le tue emozioni. Eh vabbè.

Vorrei riuscire ad ammettermi alcune cose. Ma vorrei anche poterle scrivere. Così, con leggerezza. Ma non posso mica.

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Non riesco più ad ascoltare un disco. Peccato, mi andava. Ma già dalla prima nota del primo brano inizio a sentirmi strana, e allora sono costretta ad evitare. Eh vabbè.
Questo sabato vedrò finalmente il mare, credo, e spero. Vorrei che in cielo ci fossero tante nuvole, e per strada nessuno. Si si.

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Forse hai ragione tu, Francesca: è questione di ottimizzare i tempi. Se una cosa non fa stare bene, allora cambiarla, metterla da parte. Per quanto i tuoi discorsi siano, come hai tenuto a sottolineare, banali e già sentiti – ma mai abbastanza ripetuti – so di doverti ascoltare. E ringraziare, anche; c’era qualcosa di triste scritto qui sopra, poco fa, e l’avviso di una brutta giornata. Ogni ferita un muro che inizia a costruirsi – si cambia per sopravvivere, dici, e non posso darti torto.

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Parole.

Pensandoci, vorrei sì, essere sicura come le parole che scrivo. Vorrei essere le mie parole.

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Game Over.

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