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Archive for marzo 2009

After all, all I have in my mind
Is just silence all around
A thousand times I have tried to find
Pieces of dreams, visions and sounds
And then I pray for better days

Do you know how it is without anyone
Do you know anyone?
Don’t let it go
Never forget that when
I think of you
You’re not alone

After all, all I have in my heart
Are the pieces, that I found
Shades of blue, swimming in the moon
Counting the stars all around
I say a prayer for better days

Do you know how it is without anyone
Do you know anyone?
Don’t let it go
Never forget that when
I think of you
You’re not alone

Do you know how it is without anyone
Do you know anyone at all?

(Bebel Gilberto, Masaharu Shimizu, Marius De Vries)

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Alif.

Ah, se sono belli gli Autogrill a notte fonda.

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Mi rendo conto di sentirmi particolarmente sola quando capisco che preferirei essere ovunque, ma non qui. Quando non riesco a scriverne, di certe cose.

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Eppure, sebbene mi sia difficile crederlo, un anno è già passato. Mi si stringe la gola, a pensarci.

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Oggi aspetto sotto il porticato grigio, e so che arriverai. Brucia piano la sigaretta; stamani qualcuno mi ha fatto notare che, stranamente, indosso poco nero.

Un passo indietro verso l’ombra, ed eccoti, di passaggio veloce e disattento, hai qualcuno con cui parlare e non mi noti. E’ buffo trovarsi, ma non vedersi –  mi sento soddisfatta: ciò che doveva essere è davvero stato.

Chissà perché ho questa mania di cercare le persone, lasciarle comparire  per guardarle in silenzio. Non è mai per caso, e questo lo so bene. Già.

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Viene, nella notte, a trovarmi un bambino. Porta con sé un grande sacco di velluto grigio – “è da gonfiare” – dice, col sorriso sulle labbra. Ha il profumo del vapore sui capelli, sembra assurdo riconoscerne la voce, come se gli anni non fossero mai trascorsi e niente fosse accaduto. E gonfiamolo allora questo guscio vuoto, ma per quanto possa sforzarmi nel soffiare, niente si smuove, tutto resta fermo.

Scosta un ciuffo dal mio viso, il bambino, mi ricorda che sediamo sul letto di una mamma. Ci sporgiamo verso le scarpe sotto e sembra tutto più grande. Ho paura e non voglio scendere.

Torna il riflesso di un sabato mattina assonnato, e un cappuccino troppo caldo. Due donne, di fronte, mi raccontano di un pianista incapace di donare ad ognuna delle sue dita lo stesso peso. Ne descrivono i suoni goffi – pam pa pam doon – e mi viene da sorridere.

Il silenzio di una camera da letto, dopo che la luce si è spenta, con poca convinzione. Chiudere nel sonno ciò che si ha da dire e pensare, per stavolta mandar giù è la cosa migliore. O almeno, così sembra.

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E’ trascorso un anno. Sembra incredibile che io sia ancora qui, ed abbia ancora questa foga di scrivere. E’ strano, per me, mantenere qualcosa a lungo – dalle idee, ai passatempi, alle relazioni – sono incostante per natura e trovo difficile continuare quello che già c’è, senza lasciarmi imbambolare dagli altri stimoli e sciocchezze che mi frullano in testa.

Sarà perché, in un certo senso, credo di dover tanto a questo blog. Auguri.

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Quando mi ammetto di avere paura, veramente paura, comincio a sentirmi piccolissima.  E a pensarci, ora, mi sento minuscola.

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Ho 19 anni e una gonna lunga bianca. Una canottiera a righe rosa, che mi lascia respirare le spalle arrossate. Un’auto abbandonata nel parcheggio della stazione, sotto il sole cocente di luglio, con la speranza che non si squagli durante la mia assenza. Un viaggio in treno appena concluso, una storia d’amore finita, un’altra appena iniziata.

Vago annebbiata per Firenze, con la speranza di riuscire a piantare l’ancora da qualche parte. Ho un piano in testa – so bene che ne sarò presto stanca; me ne interesso poco, infatti, e preferisco passare le ore che mi restano in solitaria, al fresco di una libreria non troppo affollata.

Poi arrivi, ed io non ti amo. So di non amarti perché cammino lentamente verso il binario, ed ho come la sensazione che i miei piedi vogliano tornare indietro, piuttosto che continuare in avanti. Lo so perché quando mi arrivi di fronte ti saluto con freddezza, senza mettere in conto che non ci vediamo da un po’, e che hai attraversato mezza Italia solo per tenermi per mano qualche ora.

Passeggiamo. Davanti lo sciame dei turisti accaldati, e intorno l’odore faticoso delle città in estate. Parli, ma ascolto poco. I tuoi progetti mi riguardano e non mi interessano, dici di vederci ancora, e qualcosa di importante, che lascio sfuggire nei gorghi del fiume di sotto.  

Arriva la sera, poi. Di tutte le mani che hanno stretto la mia, forse la tua è quella più calda e sincera, ma non mi muove. Ha un che di robotico il mio agire meccanicamente, con grazia calcolata e poca dolcezza, e tu mi abbracci, mi scaldi, mi stringi. Io sono qui, ma non sono qui, e te ne accorgi. – questa non è l’ultima volta – fingi di non capire che anche se fosse, cambierebbe ben poco. C’è il cielo rosso sulla pensilina, e un gomitolo di ragnatele ne disegna il congiungersi con il pilastro che la tiene ancorata a terra. 

Qualche saluto sussurrato, parole dolci non accolte e infine, il fianco grigio dell’eurostar che mi scivola di fronte, lasciandomi intravedere un binario, e un altro, e un altro ancora.

E io penso che di tutta la giornata, questo è il primo, vero, sospiro di sollievo.

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