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Archive for marzo 2009

E’ trascorso un anno. Sembra incredibile che io sia ancora qui, ed abbia ancora questa foga di scrivere. E’ strano, per me, mantenere qualcosa a lungo – dalle idee, ai passatempi, alle relazioni – sono incostante per natura e trovo difficile continuare quello che già c’è, senza lasciarmi imbambolare dagli altri stimoli e sciocchezze che mi frullano in testa.

Sarà perché, in un certo senso, credo di dover tanto a questo blog. Auguri.

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Quando mi ammetto di avere paura, veramente paura, comincio a sentirmi piccolissima.  E a pensarci, ora, mi sento minuscola.

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Ho 19 anni e una gonna lunga bianca. Una canottiera a righe rosa, che mi lascia respirare le spalle arrossate. Un’auto abbandonata nel parcheggio della stazione, sotto il sole cocente di luglio, con la speranza che non si squagli durante la mia assenza. Un viaggio in treno appena concluso, una storia d’amore finita, un’altra appena iniziata.

Vago annebbiata per Firenze, con la speranza di riuscire a piantare l’ancora da qualche parte. Ho un piano in testa – so bene che ne sarò presto stanca; me ne interesso poco, infatti, e preferisco passare le ore che mi restano in solitaria, al fresco di una libreria non troppo affollata.

Poi arrivi, ed io non ti amo. So di non amarti perché cammino lentamente verso il binario, ed ho come la sensazione che i miei piedi vogliano tornare indietro, piuttosto che continuare in avanti. Lo so perché quando mi arrivi di fronte ti saluto con freddezza, senza mettere in conto che non ci vediamo da un po’, e che hai attraversato mezza Italia solo per tenermi per mano qualche ora.

Passeggiamo. Davanti lo sciame dei turisti accaldati, e intorno l’odore faticoso delle città in estate. Parli, ma ascolto poco. I tuoi progetti mi riguardano e non mi interessano, dici di vederci ancora, e qualcosa di importante, che lascio sfuggire nei gorghi del fiume di sotto.  

Arriva la sera, poi. Di tutte le mani che hanno stretto la mia, forse la tua è quella più calda e sincera, ma non mi muove. Ha un che di robotico il mio agire meccanicamente, con grazia calcolata e poca dolcezza, e tu mi abbracci, mi scaldi, mi stringi. Io sono qui, ma non sono qui, e te ne accorgi. – questa non è l’ultima volta – fingi di non capire che anche se fosse, cambierebbe ben poco. C’è il cielo rosso sulla pensilina, e un gomitolo di ragnatele ne disegna il congiungersi con il pilastro che la tiene ancorata a terra. 

Qualche saluto sussurrato, parole dolci non accolte e infine, il fianco grigio dell’eurostar che mi scivola di fronte, lasciandomi intravedere un binario, e un altro, e un altro ancora.

E io penso che di tutta la giornata, questo è il primo, vero, sospiro di sollievo.

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Investimenti.

E dopo aver tanto pregato, un camion mi ha davvero messa sotto.  Olè.

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E’ questione di ricercarsi nelle strade dove il bandolo della matassa aveva cominciato a correre da solo. Camminare sopra le impronte sbiadite, lasciarsi guidare dalla musica – ché la strada è dritta e non ha deviazioni. Nel buio, aspettare l’ombra comparire alla luce dei lampioni, seguirne l’inclinarsi secondo l’andatura e giungere, infine, dove qualcosa era rimasto ancora a metà, stagnante nella sua acqua tiepida e dimenticata.

Ci si può scoprire a sorridere ancora,  a sorprendersi dell’amore sano di un amico e un’amica. E tornare a casa con la sensazione che un bel rospo sia stato, finalmente, ingoiato.

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