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Archive for aprile 2009

A.

Nella foto, lui siede sulla sedia che sto guardando. Ha un braccio proteso in avanti, l’espressione che indica qualcosa, due grandi baffi grigi un poco arricciati verso gli angoli della bocca. Sono morto, dice.
Di fronte, un tavolo in marmo da lui stesso disegnato, quando ancora si convinceva di una laurea in architettura. Al tempo non ci pensava, al cancro che gli masticava le budella. Studiava e si vantava con gli amici, ma dei professori aveva paura.
Lei dice che era burbero, odiava i compleanni e le feste comandate. Io rispondo che sono allo stesso modo, eppure burbera non mi sento. Era buono, lei ripete. L’altra invece, Era un usuraio – tiene a precisare.

Non si vede oltre la finestra, nell’immagine. Qualcosa indica, allora guardo fuori. Lui non c’è più, sappiamo, ma qui tutto è rimasto come una volta. Il centrotavola un po’ più sbiadito,  lei non vuole cambiare niente, ha fatto di questo posto un mausoleo.
Io vedo dei tetti e una casa che vorrei fotografare. Non hai gli strumenti giusti, mi dice lui. E’ morto. Ma ogni tanto torna, perché non gli vado a genio. Non sono alta e bella come avrebbe voluto, la matematica non la capisco. Non ho coerenza, e l’ordine mi è nemico.
Allora guardo e basta. Lo assecondo, perché mi fa sentire freddo.
Non è te che voglio rovinare, dice, che vedi? Ci sono dei tetti rossi, di tanto in tanto spuntano delle piante tra le tegole. Perché vanno in su, chiedo. Sembrano quasi legate al cielo. Ma non risponde più nessuno.

La mia ansia e il mio imbarazzo lo divertono. Ride, lui, lo vedi? – dice – neppure di arrabbiarti sei capace. Lo so, rispondo, e non so litigare. Come la mamma. La odiavo, racconto, e sei diventata come lei – mi interrompe lui.
Non voglio più sentire. Sei morto. Non vuole più sentire. Sei sola.

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Quando vi baciate, in un solo secondo due milioni di batteri viaggiano tra una bocca e l’altra.

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C’era una volta un ragazzo, mentre io ero in Olanda. Questo baldante giovine soleva tenermi compagnia dalle 20:00 in poi, con la televisione rigorosamente sintonizzata su Raiuno. 
Il nostro discorrere partiva dalle vesti di Don Matteo, incrociava Capri e sfociava gioiosamente verso La botola…e Ti lascio una canzone.

Soprattutto Ti lascio una canzone.

Quante serate trascorse ad ascoltare i soavi bambini intonar canti della tradizione Italiana! Quanta gioia nel vedere il sorriso della cara Antonellina! E quante laGrime comparvero nei nostri visi tristi e addolorati, quando l’ultima puntata si chiuse silenziosa tra i titoli di coda.

Devo qualcosa a questo ragazzo, per la sua pazienza e le tante attenzioni che mi ha dato.

Marco, mio Marco! Possa Luca Giurato vegliare sulla tua testolina pelosa, guidandoti verso il Sapere!

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Mi piace andare a fare la spesa, mi è sempre piaciuto.  Quando ero piccola, c’era un solo supermercato nel mio paese. Ci andavo ogni venerdì, dopo la scuola, quando mio papà tornava a casa stanco del lavoro. Ogni volta era un piccolo rituale che si ripeteva: parcheggiavamo la macchina di fronte all’entrata, giocavamo un po’ con la porta scorrevole, percorrevamo il negozio secondo la disposizione dei prodotti: frutta, verdura, latticini, uova, carne – c’era uno specchio, in alto, dove ogni volta mi guardavo – biscotti, carta, saponi, cioccolate. E’ buffo, ma ricordo ancora alla perfezione la vista degli scaffali ad altezza bambina; nel reparto marmellate, ad esempio, non riuscivo a vedere oltre la Nutella, che alloggiava al terzo gradino. Mi piacevano le uova tutte uguali, e gli stecchini in fila. I petti di pollo appena affettati, il macellaio che ogni volta usciva da dietro una tenda grigia e salutava mio papà, con la casacca inzaccherata di sangue.
Mi sentivo a disagio solo mentre ce ne stavamo in fila, ad attendere il nostro turno; è un paese piccolo, il mio, dove più o meno tutti conoscono tutti, e la fila delle casse era un continuo spettegolare sul chi fosse figlio di chi e che facesse nella vita. C’era spesso una vecchia coi capelli rosso fuoco, che mi guardava e ad alta voce chiedeva alla sua vicina di carrello chi io fossi; rossa di vergona, allora, mi nascondevo dietro le gambe lunghe di mio papà, e ammiravo le bottiglie colorate dei liquori che mi si paravano di fronte. Eravamo buffi io e mio padre, avvolti nei nostri giacchetti anni 90 dai colori improbabili – lui: blu, verde, arancione / io: giallo, fuxia, arancione – forse la spesa era uno dei pochi momenti nei quali stavamo veramente bene. 

Ancora oggi mi piacciono i supermercati. Non sono più nel mio piccolo paese, non ho più un solo negozio in cui andare, pur essendo piuttosto bassa arrivo – almeno a vedere – fino allo scaffale più alto, la vista della carne affettata mi disgusta un po’, nessuno qui mi conosce e non ho gambe dietro le quali potermi nascondere. La sola idea di andare a fare la spesa, però, mi mette allegria e mi fa sentire un po’  di sicurezza, fosse anche solo per i ricordi che mi porta alla mente. Mi sento un po’ meno estranea, e un po’ più a casa, forse perché ogni supermercato è simile all’altro.

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Ok, è da un po’ che cerco di scrivere questa cosa, e non riesco. In breve: devo lasciare in pace i miei capelli. Devo smetterla ti tirarli, toccarli, lisciarli, straziarli, strapparli, basta. Basta davvero.

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Dai sogni.

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