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Archive for maggio 2009

Si mormora che la mia mera esistenza avrà fine il giorno 21 settembre di questo anno. Per l’occasione, pubblico qui sotto un simpatico conto alla rovescia, che mi ricorderà quanto mi resta da vivere.

Tuttavia, nulla è certo. Si accettano scommesse di vario genere. In palio alcuni miei possedimenti di valore, tra i quali un MacBook pro (rotto ma funzionante) e le mie opere artistiche (create su materiali eterogenei, dalla carta igienica alla stoffa).

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Ma quant’è bello rimanere svegli fino a tarda notte per leggere un libro.
Mi sento un po’ nella fine del mondo, poi: non chiedere mai e ti sarà dato, come fa il protagonista col guardiano.

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Fingo di saperlo fare, ma sono sempre stata incapace di fronte alle attese. Ad ogni modo, so che non arriverai. La città mi offre le sue luci dalla piccola finestra della mia stanza, io mi siedo sul cornicione bianco e guardo fuori. Case tutte uguali, tetti con la stessa inclinazione. Più avanti un parco, dove ogni mattina passeggio con Charlotte, la musica alle orecchie.

Ho una camera essenziale, giusto lo spazio per un letto e un armadio. Qualche crudele coincidenza ha voluto che nel muro dritto davanti a me fosse appeso un mappamondo gigante, la prima cosa che vedo quando mi sveglio, e l’ultima immagine prima di addormentarmi. Non posso fare a meno di percorrere la diagonale che ci divide, io al centro, in alto, tu in basso a sinistra. Entrambi con il mare intorno. A tracciarla col dito indice della mano destra, questa distanza, ci vogliono dieci secondi – più o meno. A pensarla con la testa, invece, almeno altre tredici settimane. Mentre io riposo, tu trovi un alloggio di fortuna in un peschereccio abbandonato. Mentre tu boccheggi sotto gli alberi secolari che ti riparano dal sole, io mi stringo le spalle nella copertina rosa. Fuori saranno cinque gradi, il cielo è coperto.
Stanotte nevicherà.

Nel tragitto che mi separa da casa, prima, guardavo scorrere i supermercati chiusi dal piano superiore dell’autobus. Avevo una ragazza bionda, accanto, d’improvviso ho sentito una gran sete. Le ho chiesto di offrirmi un po’ dell’acqua che stava bevendo; lei, dopo avermi guardata per qualche istante con aria sospetta – non è certo cosa comune offrire la propria bottiglia a una sconosciuta in piena notte a Londra – decide che non sono affetta da nessuna malattia contagiosa e mi porge il contenitore di plastica, con l’imboccatura imbrattata di rossetto arancione. Bevo avidamente, succhiando via anche l’aria, la bottiglia scrocchia sotto la mia insistenza. Ho ancora il sapore chimico del suo rossetto, sulle labbra. Mi ricorda mia madre.

Accendo una sigaretta. Hanno un bel dire alcune persone, di non voler essere dipendenti da niente e nessuno. Io riconosco di non esserne capace, e di goderne, anzi. Amo la mia dipendenza da tabacco, perché piacevolmente moderata. Da anni fumo al massimo quattro, cinque sigarette al giorno, e nel tempo in cui ognuna di esse brucia mi sento bene. Non penso a niente, forse per via del sapore schifoso che mi scende in gola, o del caldo sulla lingua. Anche la mia dipendenza da musica, mi piace. E quella da libri. Se non ho sempre con me almeno un libro in borsa, impazzisco. Seppure non ci sia occasione per aprirne le pagine e leggerlo, devo percepirne il peso e la consistenza. E’ così da quando ho sei anni.

Passerà il tempo. Nella strada in cui ci vedremo, dopo così tanto, sarà difficile riconoscere i nostri volti. Già distinguo a malapena i tratti del tuo, questo è il potere della distanza. Non saremo più quelli che si sono salutati, qualche mese fa, con la promessa di rimanere uniti. Cadrà la polvere dagli scaffali addormentati della nostra casa, niente sarà più uguale, ci sentiremo lontani pur essendo insieme, eppure, di aspettarti, ne sarà valsa la pena.

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Un anno fa esatto.

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Cinque giorni nella città grigia e tre nel paese verde, da qualche settimana. Senza sapere effettivamente quale sia la casa, e quale invece il porto di passaggio. Si dipanano i giorni verso i mesi estivi, e i miei capelli ricoprono a ciuffi disordinati il pavimento sotto la sedia. Penso al sorriso di stamattina, dopo aver letto la parola “pingue”. Bella a dirsi, “pingue”, e a immaginarsi. Perché mi viene in mente rosa e simpatica.

Volevano rubargli il teschio a quello, è rimasto col coltello in mano proprio quando l’orologio ha segnato le 9 dando il via alla giornata lavorativa. E’ il tempo che mi obbliga a lasciare i capitoli a metà, e me ne dispiaccio. Vorrei poter nascondere il libro da qualche parte, aprirlo nei momenti di tedio e procedere con la storia, lasciarmi portare avanti – ora da un lato, ora dall’altro.

La zona grigia è quella che preferisco, silenziosa e decadente. Mi riporta ai sogni che faccio, e alle cose che sento. E’ laggiù che raggomitolo rabbia e paura, quando non ho modo di lasciarle andare. Ieri ci ho buttato una pagina scritta tempo fa, è caduta in uno dei canali raggrinziti, dove non scorre più acqua e non galleggia barca alcuna. Proprio in quel momento i due passeggiavano silenziosi poco lontano dalla sponda, ammirando con occhi consapevoli le fabbriche abbandonate. Io che mi nascondevo nel foglio stracciato, li ho visti camminare verso l’angolo della strada, dove cominciano i caseggiati operai. Ho pensato a quello che si sarebbero detti, una volta che il loro tempo si fosse concluso. Alla notte che scivolava lenta nel cielo e alle luci che si accendevano oltre le finestre. Qualcuno deve avermi raccontato del velluto della notte, anni fa. Una signora con un lungo vestito, così la descriveva, che passando, posava leggero il suo manto scuro sui nostri tetti.

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Musica.

Qualcuno suona una tromba, poco lontano.

La sento lamentarsi lenta, mentre ripeto lo stesso monotono movimento per la centesima o millesima volta, chi lo sa. Mi viene in mente che qualcuno, tempo fa, mi raccontò una storia. Studiava a Firenze, lui, aveva – per un motivo che non ricordo – un sassofono che non sapeva suonare. Ogni sera, al ritorno dalle lezioni, provava a strimpellare sul terrazzo qualche nota in disordine, più per passare il tempo che per praticare veramente. Un giorno, un altro sax – dal lato opposto della corte interna del palazzo in cui viveva, del quale però non ha mai individuato la posizione esatta – rispose ai suoi richiami stonati, imponendogli di seguire ciò che lui comandava: do, mi do. Prima piano, poi veloce. Qualche nota al primo incontro – se di incontro si può parlare –  e una canzone intera alla fine dell’anno accademico. Poi il ragazzo si è ritirato dalla facoltà di biologia, ha lasciato Firenze ed è tornato tra i monti, il sax abbandonato chissà dove.
Ma io a questa storia, sinceramente, non ci ho mai creduto.

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