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Archive for giugno 2009

Alla fine di questo libro sono serena. E’ una sera fresca e poco rumorosa, la gatta mi sveglierà presto al mattino, ed ho un gran bisogno di dormire. Arrivederci.

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A giugno coglievamo i lamponi. La nonna aveva un piccolo orto proprio di fronte alla chiesa, accanto alla piantagione di meli. Subito dopo esserci lavati, correvamo per le scale verso i rovi carichi di gustosi frutti rossi. Ci rincorrevamo tra le volute verdi e facevamo a gara a raccogliere più frutti nel minor tempo, ognuno con la sua bacinella di plastica; io quella blu, lui quella bianca. Ci accompagnavano i cori delle signore a messa, che ogni mattina sfilavano silenziose verso la chiesa.

Tra i ramoscelli giovani riposavano parecchie farfalle. Io ne avevo il terrore, F. lo sapeva bene. Quando giocavamo si nascondeva tra loro, per farmi un dispetto. Non so perché, ma ho sempre detestato le farfalle. Celano il loro corpo bitorzoluto e peloso sotto grandi ali colorate, ma restano pur sempre poco più che bachi. Non ho mai visto niente di poetico nel loro svolazzare, tranne che a guardarle da lontano. In un campo verde, centinaia di farfalle bianche in volo possono sembrare molto belle.

Avevamo entrambi gli occhi blu. F. era magro, slanciato, coi capelli un poco lunghi. Un bambino allegro come ce ne sono tanti. Uno dei miei pochissimi amici, forse l’unico. Si divertiva ad accompagnarmi in queste spedizioni, alle quali gli permettevo di partecipare solo in cambio di qualche pomeriggio a giocare insieme con le bambole. Per il mio sesto compleanno, me ne regalò una grandissima, Serafina. Era più alta di me e aveva le gambe blu, il corpo morbido e profumato.

Dopo aver raccolto una quantità sufficiente di lamponi, salivamo di corsa dalla nonna con le bacinelle colme. Nella strada che ci divideva dal pianerottolo di casa, mangiucchiavamo un frutto in qua e là, e per gioco ce li lanciavamo addosso. Avevamo sempre il contorno della bocca orlato di vermiglio e piccoli semi. La nonna ci ripuliva pazientemente e ci ringraziava per la raccolta, ricompensandoci con pane e zucchero.

Nel pomeriggio ci allontanavamo in direzione del bosco. Ci fermavamo prima del Buco – lo chiamavamo così, non sapevamo a che cosa potesse servire – una gola nera piuttosto larga, forse lo sbocco di qualche vecchia fognatura. Il Buco ci terrorizzava, eppure ci divertivamo a stare lì davanti. Io raccoglievo i piccoli ragni che camminavano sul tronco marcio dove ci sedevamo sempre, toglievo loro le zampe con minuzia, e li porgevo a F., che li mangiava. Li ingoiava interi, così com’erano, senza batter ciglio. Io lo guardavo ammirata, e mi sentivo importante a svolgere quel compito per lui. Uccidere ragni non mi faceva schifo, né pena. F. si sentiva rinvigorito da questa disgustosa pratica, e ogni giorno non vedeva l’ora di cominciare a mangiare quei piccoli insetti neri.
Questa era l’estate prima che F. sparisse.

La mattina che F. mancò l’appuntamento, la nonna aveva cominciato a preparare la salsa di pomodoro. Chili di ortaggi ribollivano borbottando nelle grandi pentole sulla stufa. Ad attenderli, decine di bottiglie di vetro con i coperchi impilati a un lato del tavolo. Fuori il cielo terso della mattina si rigava di nuvole leggere in qua e là. F. tardava ad arrivare. Ogni tanto mi sporgevo dalla finestra e guardavo in direzione di casa sua. Aspettai pazientemente per due ore, seduta in cucina, e non successe niente. Spiavo i lamponi nell’orto, che quel giorno sarebbero rimasti silenziosamente al loro posto.

Si seppe che F. era scomparso la sera dello stesso giorno, quando i barattoli di salsa già chiusi giacevano ancora caldi accanto alla credenza. Sua madre correva di casa in casa, con una sola domanda preoccupata. Diceva che il bambino era uscito di presto, quella mattina, come sempre per venire da me. Interrogò nervosamente mia nonna, lanciando ogni tanto un’occhiata risentita in mia direzione. Diceva che era colpa di quel Buco, come lo chiamavamo noi. Che spesso F. ci andava da solo, e rimaneva lì a guardare, senza far niente. Lo aveva trovato lì spesso, quando lo aveva cercato in passato, ma stavolta di lui non c’era traccia.

Seguirono ricerche disperate, appelli e richieste. F. non fu mai ritrovato.

Per tutto l’anno, io e mia nonna mangiammo quella salsa di pomodoro senza dirci una parola. Sedevamo al tavolo, portando di tanto in tanto un boccone di pasta alla bocca. Non colsi più i lamponi, che caddero e colorarono la terra del loro lento marcire. Ogni notte sognavo F. uscire dal Buco e chiamarmi, ma non tornai più lì. Finché il tempo non si portò via anche questa storia, la salsa finì, e nessuno, di F., disse più nulla.

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Qualcuno è sparito anche dalla mia vita, senza dare troppe spiegazioni. Dopo una lunga e tormentata situazione, e un periodo di apparente felicità, un bel giorno ha spento il telefono ed è scomparso. Succedeva tempo fa, ero ancora una ragazzina. Per quattro anni ho atteso il suo ritorno, quasi immobile, o almeno una sorta di giustificazione. Dopo la scuola, immaginavo che mi attendesse di fronte alla porta di casa, pronto a raccontarmi che cosa lo aveva portato a fuggire da me. Lo sognavo. Quando uscivo, aguzzavo la vista in cerca disperata della sua figura. Le poche volte che mi è capitato di avvistarlo, in lontananza, non sono riuscita a fare altro che tremare, e non dire una parola. Durante questa sfiancante attesa, ho trascorso due anni con un altro ragazzo, che non ho amato.

Di questa storia non parlo quasi, e non riesco a scriverne, mi sembra assurdo averla liquidata in queste poche righe. Non ne faccio un vessillo o una giustificazione a quello che sono ora, non ne trascino i segni come cicatrici indissolubili. Ho lasciato che si adagiasse in un angolo della mia città, silenziosamente, che fosse ricoperta dalla polvere, o che marcisse e scomparisse, finalmente. Non è successo. Semplicemente, se ne sta lì e mi guarda, in attesa di qualcosa. Non capisco di che cosa. E’ talmente difficile anche solo pensare a quel periodo che ogni tre parole mi tormento i capelli, o mi mangiucchio le unghie. Di tanti episodi non resta che un vago ricordo, più simile a un sogno che a qualcosa di veramente vissuto. Ho questa specie di capacità, che forse tutti abbiamo, di eliminare dalla memoria ciò che fa male. A cosa mi serva tornare a voltarmi in quella direzione non lo so, eppure c’è qualcosa che chiama. Tutto è partito col sogno di stanotte: ero una bambina in un bosco, dopo aver camminato a lungo giungevo in una sorta di rudere – forse un antico anfiteatro – dove mi attendevano un gatto gigante e quel ragazzo. Nessuno dei due parlava. Io guardavo il gatto, poi il ragazzo, e non facevo niente. Osservavo. Il cielo era scuro e frizzante di stelle, la strada per tornare indietro si celava oramai sotto l’erba alta. Dovevo rimanere.

Sarà che devo ripercorrere certe zone come puntini in una mappa, legarle con un filo rosso e soltanto alla fine guardare il disegno che si è venuto a creare. O più probabilmente, sarà che ho troppa immaginazione. Procedo in avanti, comunque. Qualcosa succederà.

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A volte rimango immobile, sul fondo di un pozzo o al buio di una stanza. Succede perché su tante cose sono capace a riflettere, ma non su me stessa. A guardarmi da qui, mi vedo che dormo, mi alzo, fumo, mi infervoro; c’è tanto da esplorare, dicevo, e ben poco da dire.

Un anno fa sono scappata, lontano, per afferrare il bandolo di una matassa che si era srotolata chissà perché, e con pazienza sono riuscita a ricreare il gomitolo. A qualcosa serve, fuggire, allora. Ma adesso è il momento di restare, ed attendere. Intanto ho 22 anni, qualcuno impreca fuori dalla finestra e non riesco a scrivere. Tanti auguri a me.

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Quattro rintocchi.
Per scendere in fondo al mio pozzo ho dovuto calarmi sott’acqua. Il bello di un fondale è che non importa quanta confusione c’è in superficie; laggiù il silenzio regna, indisturbato, protetto da una coltre pesante che attutisce e dirada qualsiasi rumore.

Non ho molto da dire; ma in particolar modo, ho ben poco da condividere. Ciò che dentro è annodato sembra, per il momento, voler restare tale, adagiato e silente nel mio corpo come un placido grumo di intestini. Dovrei scendere ancora più a fondo per poter smuovere qualcosa, rimanere lontana per un periodo più lungo di quello che i miei polmoni consumati dal fumo mi hanno permesso di trascorrere sott’acqua. Ci sono fili da tirare, rami da tagliare, stanze da riordinare, erbacce da sistemare. Per questo ci vuole tempo. Prendere in mano una città abbandonata e curarsene, da soli, richiede molta energia.

Il mio corpo fatica addirittura a muoversi. Ad alzarsi, camminare, ma anche solo a girarsi nel sonno. Spesso, al risveglio, mi ritrovo indolenzita e con gli arti formicolanti, come se durante la notte non avessi mai cambiato posizione. Perciò mi dico, non è questo il momento per una ricostruzione; ad oggi aspetto immobile sulla cima di una collina, e guardo e scruto la mia città dall’alto. Ho ancora molti angoli da esplorare, prima di cominciare ad agire.

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Io non so in che modo certi avvenimenti o certe parole si facciano strada in me, senza che io me ne accorga in superficie, e riescano a produrre delle reazioni ed avere conseguenze apparentemente inspiegabili. Prima, ad esempio, leggevo un libro. Nel capitolo si parlava di quando i due protagonisti si erano conosciuti, del periodo precedente al matrimonio. Della prima volta che avevano fatto l’amore. Il ragazzo descriveva la ragazza, che per tutta la durata del rapporto era rimasta rigida e distante, con gli occhi rivolti chissà dove. Stavo leggendo in un momento nel quale avrei dovuto fare tutt’altro, eppure non riuscivo a distogliere gli occhi e la testa dal libro. Improvvisamente ho pensato che è successa anche a me, una volta, una cosa simile. E sono scoppiata a piangere, dove non avrei dovuto. Non so perché, è successo e basta. E adesso sono sinceramente sconvolta, non so in che maniera potrà continuare questa giornata. Cioè, so che uscita da qui me ne andrò a casa, prenderò la sacca dei vestiti e per un’ora sarò occupata al wash & dry del quartiere, ad ammirare cestelli che girano e sentire le chiacchiere dei clienti nella birreria di fronte. Ma manca qualcosa, mi si è piazzata una patina cupa in mezzo al petto e non vuole andare via. Continuerò a leggere, più tardi, qualcosa succederà. Non so che, ma qualcosa di sicuro. Forse dovrei solo tappare il rubinetto che ho in testa.

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Da che mi ricordi, la sensazione di non poter rimanere ferma, in qualche modo, è stata sempre una presenza molto forte in me. Per questo motivo ho sempre evitato di caricarmi di zavorre superflue, e non ho mai sentito troppo dolore nel lasciarmi indietro oggetti di vario tipo. Succedeva già quando ero bambina, in maniera figurata e ridotta, è divenuto un atteggiamento concreto quando finalmente ho potuto staccarmi dalla mia famiglia e iniziare a viaggiare.

Mi è stato in effetti chiesto molte volte come mai, da lettrice costante e appassionata quale sono (non ho in memoria nessun periodo della mia vita che non sia stato accompagnato da libri), la mia biblioteca non fosse affatto fornita, e anzi, mancasse proprio di quei volumi e di quelle opere delle quali tanto parlavo. Il motivo è proprio questo; comprare libri, per me, significava – fino a poco tempo fa – caricarmi di un fardello che non avrei potuto probabilmente portarmi appresso negli spostamenti, e della cui separazione avrei sentito non poco dolore.

Li ho sempre avuti in prestito, dunque, i libri. Almeno in gran parte. Ma da qualche tempo, senza rendermene neppure troppo conto, ho iniziato a comprarli, invero non pochi, e a dedicar loro tutto l’amore e la cura che avrei sempre voluto; piano piano, anche per via di questo fatto, si insinua in me l’idea che io, a modo mio, stia iniziando a mettere delle radici, o comunque a stabilirmi. E’ un pensiero che fa paura, e mi inquieta. Per quanto i miei giorni somiglino sempre più a gusci vuoti, e io stessa non sia altro che un sacco di niente, la mia trottola sembra essersi davvero fermata – senza dubbio placata.
I libri, al momento, costituiscono l’unica fuga da questo.

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