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Archive for luglio 2009

A fine Luglio noi apriamo le finestre. Allora i rumori penetrano insistenti nelle stanze vuote, e noi stiamo a guardare, i gomiti poggiati alle balaustre grigie. Sotto, una strada lunga. Non cammina quasi nessuno. Una vecchia stringe gli occhi e si concentra su un titolone di giornale. Fin qui, l’estate ha spolpato il mondo. Ne ha mangiato le carni e masticato le viscere. La sua lenta digestione in Agosto ci farà respirare male. Dopodiché, sarà certamente sazia e tornerà ad assopirsi.

La morte si sente, in estate. Le carcasse degli animali marciscono al sole, rapidamente: c’è fetore. Brulicano vermi che un giorno non lontano saranno mosche, nere e fastidiose, da rincorrere e schiacciare.

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Mi piace conoscere le voci delle persone. Sia di quelle che mi sono vicine che di quelle che non ho mai visto. Per questo motivo, alle volte faccio un gioco. Prendo l’elenco telefonico grande, che sta sotto il telefono nel mobile del corridoio. Decido un luogo a caso, tra quelli elencati, una parte della città o un paese di provincia, preferibilmente piuttosto piccolo. Inizio a sfogliare le pagine fitte di nomi e numeri di telefono e scelgo  qualcuno, perché mi ricorda qualcosa, o semplicemente perché il suono delle sue lettere mi piace. Compongo il numero e aspetto. Capita che non risponda nessuno, ma il più delle volte la cornetta si alza. Dicono “Pronto?”; lo ripetono due, al massimo tre volte, poi si spazientiscono e riagganciano. Se una voce mi piace particolarmente, la richiamo subito, sempre rimanendo muta. Di solito quando la persona che alza il ricevitore sente di nuovo silenzio nella cornetta, aggiunge uno sbuffo ai due-tre “Pronto?”. Se la voce mi piace proprio tanto, continuo a chiamare finché il mio interlocutore non si stufa e stacca il telefono.  Allora segno nome e numero in un taccuino, con una piccola annotazione riguardo sesso della persona, presumibile età, quando richiamare. Di solito mi ripropongo dopo un mese, nello stesso modo, chiamando ma senza dire niente. Non ho mai parlato con nessuno degli interlocutori, perché voglio solamente ascoltare le loro voci. Certo, alcuni di loro vorrei conoscerli, ma la situazione suonerebbe troppo strana e intricata, tanto che nessuno accetterebbe di incontrarmi.

Ho un mio preferito, che è anche quello che odio di più. E’ un signore sulla cinquantina. Decisi di chiamarlo tempo fa, perché il suo era anche il cognome di un amico. Di giorno non risponde mai, di notte sempre. La domenica mattina stacca il telefono, e lo rimette in funzione alle 11:30. Con lui mi sono proposta allo stesso modo degli altri: chiamando e richiamando, solo per ascoltare la sua voce. La notte in cui lo sentii per la prima volta, mi piacque talmente tanto che desiderai chiamarlo all’infinito, solo per ascoltare. Alzava la cornetta sempre dopo due squilli, diceva “Pronto?” due volte, e non riagganciava mai. Non sbuffava nemmeno. Se ne stava dall’altro capo del telefono, silenzioso, come me. Allora ero io a dover interrompere la conversazione. Lasciavo passare qualche minuto e ricomponevo il suo numero; l’ho fatto talmente tante volte che lo conosco a memoria. L’uomo attendeva che dicessi qualcosa, pazientemente, senza stufarsi. Ho continuato questo gioco fino alle sei del mattino, poi sono crollata addormentata, le spalle poggiate al mobile del telefono. Ho aperto gli occhi dopo qualche ora, con addosso una dolorosa benché dolce sensazione di sconfitta.

So come si chiami e dove abiti. Sono passata a volte di fronte a casa sua, per via di alcune vicissitudini ho avuto anche possibilità di entrarci, in due occasioni. Lui non c’era mai. Ho visto il suo aspetto nelle foto, so qualcosa della sua storia perché mi è stata raccontata. Ma non l’ho mai conosciuto. Lo amo per la sua pazienza, e per lo stesso motivo lo detesto. Conduco una vita solitaria e ripetitiva, alcune notti mi sento impazzire, allora faccio il suo numero fino allo sfinimento, e lo ascolto rispondere. Ogni volta cado addormentata, col telefono in mano, sognando la sua voce. Non so cosa pensi, ma credo che le mie chiamate in qualche modo gli siano gradite. Dev’essere stato abbandonato, quell’uomo, come me. Il suo, è l’unico numero che non abbia mai annotato nel taccuino.

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Non chiedere mai a una persona nervosa se è nervosa perché il fatto che tu te ne accorga e ne pretenda conferma la rende ancora più nervosa. Questo dovrei ricordarmelo.

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Non salutare qualcuno e ascoltare canzoni tristi poi. Questo dovrei ricordarmelo.

Si passeggia per una strada luminosa, il sole non è ancora alto ma c’è già una pozzanghera umida sotto le ascelle. Si incontrano persone di ogni tipo, qualcuno scende dall’autobus per andare a lavorare in cantiere. Sembra non esserci tempo. Sembra che io sia sempre in ritardo, ma alla fine dei conti è in anticipo che arrivo. Mi ferma un’immagine sulla vetrina impolverata di una ferramenta chiusa. Dentro le viti e le chiavi da lavoro riposano silenziose, aspettando che la saracinesca si alzi e che qualcuno, finalmente, le scelga.

Saluto questa stanza in un momento, mi sento come la casa che avevamo all’isola a fine settembre, quando la porta si chiudeva e tutto tornava a tacere, per mesi, fino al ritorno dell’estate. I rumori del mattino. C’è un bar sotto casa mia, lo costeggio passeggiando e odora di caffè. Alle cinque non c’è fermento, se non nei camion della spazzatura. Se ne stanno tutti in fila, pazienti, ad aspettare il loro turno per scaricare i rifiuti in un camion più grande, che rumorosamente li macina e li porta chissà dove. Al mattino ho voglia di partire. Tornare indietro e andare via. Ma è ciò che penso ogni mattino.

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Come svegliarsi all’alba in una casa abbandonata. Gli armadi vuoti, le scatole ammassate agli angoli, la polvere sugli scaffali. Nella notte ho quasi paura a muovermi, non cambio posizione. Mi accompagna un sonno leggero e rimango appesa a quello che succede nella realtà, perfettamente conscia dei miei pensieri. Suona la sveglia e il cuore mi schizza fuori dal petto, il cielo è viola. E’ ora di partire.

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Il pittore.

Dovrei dipingere in modo che, disposti i colori, le forme e l’atmosfera, io possa esclamare “Ecco dov’era il mio cuore!” e riconoscervi immediatamente me stesso. Ecco come devo dipingere, in modo da provare le sensazioni di un padre che in cerca del figlio perduto vaga nei sessanta e più paesi* senza dimenticarlo né quando dorme né da sveglio, e, incontrandolo un giorno fortuitamente a un’incrocio, istintivamente grida: “Ah, eccoti!” Ma è difficile.
Se solo riuscirò a produrre quest’ effetto non m’importerà dei commenti della gente. Non proverò rancore nemmeno se m’insulteranno dicendo che non è un dipinto. Se l’armonia dei colori esprimerà anche solo una parte di questa sensazione, se la sinuosità o la rigidezza delle linee mostrerà almeno una frazione di questo sentimento, se la disposizione globale del dipinto rivelerà qualcosa di questa squisita atmosfera, non m’importerà se la forma che ne risulterà sarà un bue o un cavallo, o né l’uno né l’altro né niente.

* Anticamente il Giappone era diviso in più di sessanta province.

Natsume Soseki – Guanciale d’erba

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Che sia notte, adesso, è solo un bene.

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Siedo, lo sguardo preoccupato. Il dottore mi guarda, mi scruta; osserva i miei occhi con una lampadina, mi dice di estrarre la lingua e dire forte “AAA”. Ticchetta le mie ginocchia con un martelletto, ascolta attento il mio respiro.
“E’ grave?” dico. Il dottore sospira, lo sguardo corrucciato.
“Uhm…come spiegarle. Si direbbe un rarissimo caso di Inoculatezzum Infantilis. ”
“Oh”, sussulto stupita,  “sembra una cosa seria. E mi dica dottore, in cosa consiste, specificamente? La mia vita è a rischio?”
“Dunque, direi di sì. Questo genere di morbo fa agire le persone di istinto, e con troppa sventatezza. Ad esempio, avrà notato nel suo vivere normale, che le sue scelte non sempre portano ad una logica conclusione. Anzi! Meno che mai. Si guardi qualche ora fa, mentre sceglieva contenta quel gelato – che scioccamente andava a buttare poco dopo, insoddisfatta dal gusto”.
“Ma dottore, come potevo saperlo? Non avevo mai provato quella gelateria prima. E poi lei come fa a conoscere questo episodio?”
“Classica risposta da soggetto affetto da Inoculatezzum . In realtà, se lei fosse sana, sarebbe stata capace di valutare in anticipo la qualità del gelato, ed avrebbe desistito nell’acquistarlo, evitando così un inutile spreco di denaro e di energie.”
“Mah, se lo dice lei. Però continuo a non capire, dottore. Perché il mio comportamento è sbagliato? Che cosa c’è di male nell’assaggiare una cosa, e se non ci piace, buttarla via?”
“Semplice, signorina. Il suo modo di fare è definito nonsensus. Si ricordi che un individuo perfettamente sano non incorre mai in simili ragionamenti. Essere sani vuol dire agire con calma, pensare alle conseguenze. In un certo senso, vuol dire essere adulti. Vede, è come se in lei ci fosse una piccola bambina capricciosa, che esce fuori a suo piacimento e inventa una giustificazione per tutto. Questo è sbagliato, direi proprio senza senso”.
“Ah. Capisco. E c’è un rimedio?”
“A tutto c’è rimedio, tranne che alla morte, non trova? Le prescrivo delle comunissime pasticche di Oculatezza. Vedrà che già dopo qualche applicazione starà meglio, ed eviterà di perdere un sacco di tempo. Non dovrà più assaggiare, provare, testare niente; tutto sarà attentamente selezionato dal suo cervello, che si manterrà sugli schemi che ha sempre avuto, senza cambiare una virgola.”
“E lei dice che così starò meglio, dottore? La cosa non mi convince.”
“Ma certo, certo! Lei è proprio un caso grave signorina. Non vede che a causa della sua malattia sta agendo sgarbatamente nei confronti di cose e persone? Chi le è vicino si innervosisce, la guarda con occhio deluso. Dia retta a me, un po’ di oculatezza al giorno e la sua vita cambierà. Niente più curiosità e spontaneità; diverrà finalmente una giovane ragionevole”
“Non che mi sia mai interessato, dottore. A me piaceva procedere per tentativi, e poi credo che sia molto divertente provare e riprovare. Ad ogni modo, non intendo rinunciare alla mia curiosità; men che mai alla mia fanciullezza. Stavo bene da bambina, sa? E poi, ce ne sono già tanti di grandi grigi al mondo, una di meno non farà certo la differenza”.

Ho le lacrime agli occhi e stringo i pugni. Sul volto del dottore si disegna un sorrisetto freddo, distaccato e soddifatto.
“Ma non vede”, dice lentamente ” che così reagendo non fa altro che darmi ragione e mostrare i segni della sua malattia? Suvvìa signorina si calmi, si sieda. Si asciughi quelle lacrime e prenda con se questa ricetta. Vedrà, quando la visiterò tra due settimane, sarà una persona completamente nuova, sarà una vera donna. Corra in farmacia adesso, la prima pasticca la prenda dopo mangiato. Arrivederci”.

Fuori ha cominciato a piovere. Di fronte a me le strisce pedonali si lasciano andare ad un leggero moto ondulato. Le guardo ballare e finalmente sorrido, poi mi avvio alla farmacia con riluttanza. Chissà se questa benedetta Oculatezza mi farà anche smettere di vedere le strisce che ballano. Peccato, a me piacevano.

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Ho sempre pensato che un giorno mia madre, mio fratello ed io saremmo rimasti soli. Qualcosa ci chiudeva nella nostra intima complicità, allontanando il resto, per quanto vicino. L’idea di noi tre, insieme, non mi sembrava innaturale e non mi turbava. In un certo senso era come immaginarsi un corpo menomato, sì, eppure completamente funzionante.

Odio mio padre. Perché io e lui siamo uguali, stessa foga, stessa ansia, stessa rabbia. Le sue mani smangiucchiate sono i miei talloni devastati. La sua barba tormentata, i miei capelli strappati. E amo mio padre in maniera morbosa e convulsa, tanto da sentire le viscere stringersi al solo pensiero.

Mi piace affacciarmi alla finestra mentre gli altri mangiano. Dalle case vicine escono allegre le voci riunite intorno alle tavole, e il sole si specchia debole sui vetri del palazzo accanto. Questa è una delle poche volte in cui, assaggiando le mie lacrime, sento che non hanno nessun sapore.

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