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Archive for agosto 2009

Ancora.

Lei mangia cipolle, io taccio. Non alza il viso dal suo piatto. “Fa caldo,” – dico – “troppo caldo”. “E’ la stufa”, risponde. “La lascio sempre accesa. Per via dei dolori. Il calore fa bene ai dolori. La guardi ancora?” Scuoto leggermente la testa, e spegne la televisione con un gesto brusco. Mastica piano, piegata sul tavolo. Ogni giorno che passa sembra più piccola e stanca. Non dice niente. Fuori, tutto è lo stesso – la chiesa, il cielo azzurro e l’alloro. Tutto uguale, come sempre. Lei, invece, sbiadisce costantemente. L’odore di cipolla mi dà la nausea. Allontano la sedia e fisso l’orologio alla parete. Mi rendo conto di aspettare. Ogni volta che suono e la porta si apre, spero di trovare qualcosa di diverso. Aspetto che lei muoia. Che si spenga e si porti via la solitudine, i dolori e il caldo asfissiante. Ogni volta che vengo, lo spero. Spero che lei sia morta.

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[…] Vicino casa mia c’è una delle peggiori gelaterie che conosca. Tutto, dal pavimento, al soffitto, alle decorazioni, ai prodotti in vendita, è artificioso e complesso – mette la stessa malinconia di una vecchia giostra in uno di quei luna park semideserti che si vedono nei film, dove i bambini scompaiono o viene comunque ucciso qualcuno. Luci al neon di vari colori illuminano il soffitto, i gelati risaltano di tinte poco rassicuranti e, trovandosi in un punto strategico di una città turistica, il locale è sempre, inesorabilmente, pieno zeppo di gente. L’aria condizionata non funziona, il pavimento è sporco, i posti a sedere mai liberi, i commessi sempre annoiati, litigano in continuazione e si lanciano frecciatine sottovoce. Il gelato non ha nessun tipo di sapore e consistenza, come mangiare ghiaccio leggermente squagliato. Eppure ci vado, io, in questa gelateria. Non so perché, non so neppure per quale motivo ne stia parlando, ma beh. In effetti mi fa pensare a qualche atmosfera dei libri di Lansdale, sarà quello.

E poi invece c’è un bar molto carino, a due passi dall’ufficio. E’ il bar che frequentano tutti i miei colleghi, per colazioni o aperitivi vari. Io mi sono sempre rifiutata di metterci piede, anche solo per cambiare i soldi. Ma lo trovo grazioso e accogliente. Vedi, sono scollegata, con la testa penso in una direzione e nei fatti vado dall’altra parte. Sarà per questo che cammino strana. Ho anche paura di incrociare le altre persone, se qualcuno viene verso di me sullo stesso marciapiede cambio lato strada velocemente, da sempre. Se proprio non posso spostarmi abbasso la testa e tiro dritta, grattandomi la nuca. Senza occhiali, con la musica alle orecchie. Da fuori devo essere una visione sconcertante.
Se solo tu potessi vedermi.

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F.

E’ un vero peccato non avere niente su cui scrivere. Ogni pensiero scivola via e non torna, per quanto possa rincorrerlo scompare, e non riesco più a trovarlo. Il treno mi concilia le riflessioni, avrei detto tanto l’altro ieri, ma non posso ricordare altro che le immagini che mi scorrevano di fronte. C’erano dei palazzi di periferia, poi i campi, la mattina che già appena sveglia grondava di sudore. Il mio libro, aperto sulle ginocchia, e i miei occhi assonnati.

Forse è proprio ora di comprare un nuovo quaderno.

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Tutto è collegato.

Da Sardina il gatto a Mei la capretta. Tutto è connesso in una rete di fili resistenti e invisibili, anche se non c’è nessun uomo pecora a raccontarmelo.

Questo lo penso mentre siedo nella sala di aspetto di un pronto soccorso del centro della città. Sono stata trascinata qui dalla corrente, mi sono abbandonata alla volontà di qualcun altro per evitare di rimanere ancora ferma. Ed eccomi qui. Chissà perché in certi posti non si fa altro che attendere. Mi hanno fatta entrare ed hanno detto di avere un po’ di pazienza. Mi hanno portata in una nuova stanza e nuovamente hanno pregato di pazientare. Ho appena parlato con una donna di mezza età, un po’ rincoglionita e falsamente comprensiva. Non avevo capito che fosse un’infermiera; l’ultima volta che sono stata in ospedale, il personale infermieristico era vestito di verde, non di bianco. Ma dopotutto che importa.

Ora sono sola e aspetto che qualcuno arrivi ad aggiustarmi. Fuori tutto è tranquillo, che strano pronto soccorso è mai questo, penso. Non un grido, non una persona di fretta. Giusto una barella nel corridoio, con una vecchia assopita. Nei film sembra sempre che i pronto soccorso siano una pentola a pressione di disastri a catena, con spie che lampeggiano, allarmi che suonano, bambini che piangono, dottori in carriera con le mani impiastricciate di sangue ma la battuta intelligente sempre pronta. Certo, qui non siamo in una metropoli americana, ma questa quiete ha comunque un qualcosa di assurdo. Non importa.

Trascorrono dieci, venti minuti. Alcuni infermieri mi scrutano curiosi, passando di fronte alla porta della mia stanza. In effetti, esternamente non ho niente – ho un buon colorito, sono tranquilla, nulla di rotto. Non biasimo i loro sguardi stupiti. Mi annoio, così decido di ripassare la camera che mi ospita in ogni angolo. Sul lavabo a destra c’è un cartello che spiega come lavarsi le mani. Strano, non sapevo che dovessero insegnare anche questo. Leggo i vari passaggi dell’operazione ed apprendo. Tornata a casa sperimenterò. Poi vengono una serie di cassetti e cassettini che muoio dalla voglia di aprire. Ne escono in maniera disordinata guanti, bende, garze di ogni tipo.  Sotto, un cestino nero con sacco bianco e uno biaco con sacco nero. Chissà se lo hanno fatto apposta a metterli così. Accanto, un frigo rumoroso che cambia gradi continuamente – a ogni cambio, una vibrazione di suono differente – vvvv VVVV vvv uuuu. Alla mia sinistra, un portaoggetti come quelli che si vedono dal meccanico, con una serie di targhette segnate da nomi assurdi di arnesi inquietanti. Poi più nulla.

Ancora non arriva nessuno. Allora canto mentalmente qualche canzone. E’ uno dei miei passatempi preferiti. Mentre intono House of cards dei Radiohead, un’ombra mi sfiora la spalla. Penso, fa che non sia lui il mio dottore, ma mi si siede proprio di fronte. Fa delle domande. Io rispondo. Continua a chiedere. Io adesso ho paura, comincio ad innervosirmi. Mi tiro i capelli e muovo i miei bracciali rossi in maniera ossessiva. Ma cosa vuole, penso, eppure continuo a rispondere. Ha degli occhi raggelanti, blu come pietre dure. Comincio a piangere, senza controllo. Mi guarda comprensivo e sospira, senza dire niente. Lo hanno tirato giù dal suo reparto solo per me, chissà che scocciatura.  Sarebbe un bell’uomo, seduto, ma a vederlo camminare sembra un sacco di patate strisciante. Non dice più niente, io scappo dalla stanza. Non respiro. Dall’altra parte del corridoio la vecchia mi blatera qualcosa. Cerco di riprendere coscienza di me. Non penso più a  niente.

Mi dicono di aspettare. Il dottore ha scritto tutto quello che gli ho raccontato, parola per parola, dice che  mi sarà utile al centro che mi ha indicato, dove qualcuno potrà aiutarmi. Mi stringe la mano, non capisco cosa stia dicendo. Parla una lingua astratta e flebile. Non voglio leggere quello che ho detto, così sguscio via senza farmi vedere, prendo il mio amico, quello che mi ha portato qui, sottobraccio, e lo trascino fuori. Lui mi lancia un’occhiata interrogativa. “Cos’hanno detto”, chiede. “Che devo danzare. Finché c’è musica, devo continuare a danzare”. E ci incamminiamo verso casa.

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