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Archive for settembre 2009

Uno, due, tre gradini e poi un’altra pensilina. Davanti luci, folle di viaggiatori e vagabondi, cartacce per la strada, rumori; dietro solo le porte di un treno che si chiude, l’autunno, la montagna e i fumi dei falò di foglie. Un libro è finito durante il viaggio, cosa cambia in due ore. Qui, di tempo ne è passato, ma io continuo a piangere, lo faccio continuamente, troppo, e so che è fastidioso, ci tengono a ripetermi di smetterla, che non ho mica cinque anni. E io smetterei se potessi, che suona banale ma non è una giustificazione.

Qualcuno scende dal treno e si guarda intorno. C’è un luogo dove si finisce quando non si sa dove andare, e una strada, in fin dei conti, vale l’altra, ché non importa tanto la meta, quanto il fatto di avere un suolo su cui consumare le scarpe.

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Una donna.

Una di quelle donne che non hanno un buon profumo. Che si intorpidiscono di fragranze sature e pungenti, quasi con l’intenzione di voler nascondere qualcosa. Dal posto in cui siedo non riesco a sentirne l’odore – sono troppo lontana, e l’olezzo dei sedili sudici mi confonde il naso – ma so che c’è. Un aroma pesante che riposa in una confezione altrettanto carica, uscita da chissà quale anfratto degli anni ’80. A pensarci bene, questa donna deve aver vissuto la sua giovinezza proprio in quel periodo; questo spiegherebbe il pessimo gusto in fatto di profumi e acconciature.

Gambe accavallate, guarda fuori dal finestrino. Il suo cellulare suona, parla con la madre svogliatamente. Qualche parola di circostanza, e riaggancia. Poi è la volta del fidanzato. Ostenta una voce sexy e si dilunga nella descrizione dei particolari del matrimonio al quale ha appena partecipato.

Fare l’amore con lei dev’essere terribile. La immagino nuda, divincolarsi tra le lenzuola come un gatto in calore, a richiedere l’attenzione di quell’uomo che le sta accanto, come le donne di quei film comici di produzione italiana di inizio anni 90.

Ma forse dovrei farmi i cazzi miei e tornare a leggere.

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Da grande.

Voglio diventare così.

E’ vero che odio tutte le donne del mondo, ma questa proprio non posso odiarla. Sempre che sia una donna.

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Quando scrivevamo nella carta era meglio.

Il primo quaderno me lo regalò la maestra delle elementari, in una di quelle mattine che sembrano notti, tanto è il buio fuori. La copertina era di cartone rosa, e c’era una bambina magrissima arrampicata su un albero. Scrivi quello che fai il giorno, disse, ma scrivilo per te. Da qui cominciai. Non mi aspettavo niente dalle parole, e non chiedevo. Riportavo i pochi avvenimenti che distinguevano le mie giornate, qualche storiella, alcune filastrocche. I miei genitori di questo non sospettavano e nessuno apriva le pagine del mio quaderno che riposava sotto i vestiti dell’armadio.

Nascondere le cose di valore sotto i vestiti è una mia abitudine.

Ho riempito così centinaia di pagine negli anni. Mi sembrava bello, come credo lo sia adesso. Il quaderno era una scatola dove buttare quello che gli altri non avrebbero accettato. Una specie di ripostiglio per le cose da non dimenticare. Insomma, quello che è ed è sempre stato per tutti, perché la carta assorbe e tace. Il silenzio dei quaderni non si aspetta niente, ed è forse per questo che ci sono tornata.

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Una chiocciola.

Qualcuno mi ha fatto vedere il guscio oramai vuoto di quella che un tempo è stata una chiocciola grandissima. Le sue dimensioni non l’hanno salvata, è finita in un piatto come tutte le altre, ma senz’altro, per quel che vale, l’hanno resa particolarmente celebre – ha preso posto in prima linea, accanto al bancone del locale.  A guardarne la spirale controluce si riconoscono strade e ghirigori, mi chiedo quanto ci voglia a un guscio per formarsi, per diventare solido e sufficiente a proteggere un mollusco da ciò che è fuori. E quanto vivono le lumache. Quante cose non so. Poi avvicino l’orecchio alla chiocciola svuotata e sento il mare.
Le chiocciole sono animali timidi, dico, mi piacciono. Si portano appresso quel fardello, sarà pesante, credo, che in fin dei conti serve a poco – tanta è  la loro lentezza che prima o poi vengono catturate, che sia dagli uomini o da altri animali meno sofisticati.

Da piccola, come tanti altri bambini, ero convinta che il guscio fosse una casa. Che le lumache, a sera, entrassero nella loro conchiglia fitta di stanze, corridoi e saloni, e lì vivessero, al caldo e al riparo. Poi, non so chi, mi raccontò che lì dentro in effetti non c’erano che budella, è stato uno dei tanti piccoli traumi che scuotono la vita dei bambini man mano che crescono, ma le chiocciole hanno continuato a starmi simpatiche, per la lentezza, per la bava, perché mio nonno le amava – cotte nel sugo, che c’entra, ma era pur sempre amore. Io non ne ho mai mangiata nemmeno una.

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Un altro libro è finito, e inizia l’autunno. Ho abbandonato molte cose, in estate, e per farlo ho dovuto chiudermi.

Intanto, ho un nuovo quaderno. Rosso, fitto di pagine e già imbrattato del mio inchiostro. Ho ricominciato a vestirmi come mi piace, e a sentirmi bene sotto le nuvole. Torno dentro alle porte che mi si erano chiuse alle spalle. Si riparte.

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A settembre, la nonna mi portava in cartoleria. Dopo avermi lasciata scorrazzare per tre mesi nei campi, senza troppa cura per l’abito e la pulizia, mi svegliava e senza fare complimenti mi ripuliva da capo a piedi. Raschiava bene le mie braccia, il collo, la schiena, le gambe. Poi mi vestiva. Abito nero, calze bianche e scarpe lucide. Allora capivo che l’estate era finita. Abitavamo lontani dal paese, ma non importava. Lassù avevamo tutto quello di cui c’era bisogno – verdure, carne, tutto prodotto direttamente da mio nonno – e non usavamo mai l’auto, che come me, resuscitava linda e fiammante i primi giorni di settembre.

La cartoleria si trovava in una strada secondaria. Piccola e buia, stipata di ogni genere di merce, dai giocattoli ai temperini. La nonna mi lasciava all’entrata, e proseguiva con mio fratello ancora piccolissimo per mano, fino al magazzino, a scegliere un regalo prima del ritorno a casa. Io salutavo timidamente la commessa, e mi addentravo tra gli scaffali. Tutto si svolgeva ogni anno allo stesso modo: afferravo quattro quaderni grandi a righe, quattro a quadretti, e infine due piccoli per gli scarabocchi. Le penne erano sempre bic, una nera, una rossa, una blu. L’astuccio lo avevo già, abbandonato sulla scrivania di casa dall’inizio dell’estate. Una confezione da 12 pastelli mi era sufficiente per un anno; sebbene disegnassi molto, conservavo i miei oggetti con cura e attenzione, e riuscivo a farmi bastare quello che avevo. Una gomma da cancellare, un temperino, un righello da quindici centimetri.  Fine della spesa. Riponevo tutto accanto alla cassa, e aspettavo che mia nonna e mio fratello tornassero a prendermi, dal retro. La commessa sorrideva e continuava a fare il suo lavoro. Sapeva che ero una bambina di poche parole, che non amavo parlare, così non mi rivolgeva domande superflue. Dopo qualche minuto arrivava la nonna, che pagava, e mi accompagnava verso l’auto. Si tornava a casa.

Già durante il tragitto, gli occhi mi si gonfiavano di lacrime. Non per la scuola prossima alla riapertura, non per la fine dell’estate. Per l’idea di dover necessariamente lasciare un posto e una condizione, senza possibilità di replica. Accettavo le circostanze, ma non riuscivo a darmi pace – sentivo un dolore fortissimo, esagerato, assurdo. E così piangevo. Piangevo per settimane intere, anche dopo essermi già riambientata alla casa dei miei genitori. In nessun modo potevo calmarmi, mi rendevo conto che mia madre, felice di rivedermi dopo mesi e mesi di separazione, non si spiegava le mie lacrime, se ne offendeva quasi, eppure io non smettevo.
Finché il tempo, inesorabilmente, tornava a distrarmi, e tutto riprendeva il suo normale corso.

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