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Archive for ottobre 2009

Se è vero che ogni cosa arriva, rimane per un po’, e poi passa, io non so come fermarla. Ora è quasi buio, mi cammini accanto; c’è stato un tempo in cui avevo paura, passavo per questa stessa strada. Ti cercavo in ogni posto e non sapevo dove trovarti. Tanto che a pensarci, adesso, sto ancora male come allora.

Un giorno cambierai faccia e nome, che non è una certezza, ma una conclusione. Cambierai vesti, amori e abitudini, ma la paura, quella rimarrà la stessa.

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Questo è ciò che vedo dalla mia finestra: una strada, un marciapiede nero, l’erba verde che delimita l’area del parco. Alberi di fronte e cassonetti blu sulla sinistra. Camera mia si trova al primo piano; ogni mattina mi sveglia il camion della spazzatura, alle 5:45. Fuori è buio pesto, non si vede niente e nessuno, ma resto dietro al vetro a guardare. Lo faccio anche di sera.

Non indosso mai i pantaloni e porto i capelli corti. Alle 6:30 prendo l’autobus che mi porta al lavoro. C’è odore di tappezzeria polverosa e i posti sono quasi tutti vuoti. Alcuni ragazzini dormono con la musica alle orecchie. Io resto vigile, a scrutare la campagna che si illumina, metro dopo metro. Dovrei essere già stanca di vedere sempre il solito percorso, ma non ne sono annoiata. Man mano che ci avviciniamo alla città le strade si allargano e il traffico aumenta. Case, palazzi, tir e insegne luminose. Le stazioni bianche immacolate della metropolitana. Sudore e scale. Un altro giorno che comincia.

Poi di nuovo sera. Talvolta scendo qualche fermata prima per passeggiare un po’. Costeggio il parco dove non va mai nessuno.  I lampioni sbiaditi. Poco lontano le luci delle villette a schiera, animate dalla cena. Arrivo al mio indirizzo ed entro. La sera è senza dubbio il momento che preferisco. Poso le chiavi sul mobile d’ingresso, mi tolgo la giacca e guardo fuori. Una donna con il bastone. Un’automobile rossa, ne  esce un bambino con due grosse scatole del take-away tra le braccia. Entra in casa trotterellando, mentre il padre posteggia accanto ai cassonetti.

Quello che ho da fare: una doccia, la cena. Poi un libro, come sempre. Nella  mia piccola routine sono infinitamente serena.

Grazie a.

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Grazie.

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E’ uno strano allenamento.

Da principio non resistevo. Succedevano alcune cose e cominciavo a impazzire e strepitare. Il sangue mi saliva alla testa con una forza disumana, e col volto paonazzo camminavo da un lato all’altro della stanza, respirando forte. Non trovavo una ragione agli eventi,  cercavo spiegazioni come se dovessi morire da un momento all’altro. Soffocavo, e non c’era modo di uscire da quello stato, se non lasciare che il tempo affievolisse la mia rabbia.

Questa strana scenetta si è ripetuta alcune volte, per ragioni sempre differenti ma comunque legate l’una all’altra dallo stesso filo rosso. E volta dopo volta ho cominciato a cambiare. La rabbia è divenuta meno impetuosa, le reazioni più calibrate. Ci si abitua proprio a tutto, pensavo, a forza di sentire la stessa cosa si finisce per perderne il significato e non percepirla più. Come sottolineare con un evidenziatore tutte le righe di un libro, o ripetere una parola allo sfinimento.

Il fatto è che in realtà non è cambiato proprio niente. Dentro sento la stessa identica rabbia folle. Solo, le pareti sono divenute più solide e riesco meglio a nascondere. Non sono improvvisamente più controllata e ragionevole, affatto. Sento un dolore tremendo di fronte a queste situazioni di cui parlo, sono solo più abile nel ricacciarlo a fondo, come i vestiti dentro un armadio già stracolmo. E pare andar bene così.

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Mah.

Ho 22 anni e devo imparare a non piangere.

Ah, ah, che cosa ridicola.

A 22 anni non ho ancora imparato a non piangere. Che vergogna. D’ora in poi, ogni volta che avrò le lacrime agli occhi mi ripeterò questa cosa. A 22 anni non ho ancora imparato a non piangere, frigno e belo per ogni stupidaggine, e ho paura delle discussioni. A 22 anni ho paura di litigare, e non ho ancora imparato a non piangere.

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Amae.

Succede perché perdo i contorni delle cose. Non so dove inizio e dove finisco.

E’ come aver ricevuto una gran botta in testa.  Mi sento confusa.

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Freddo.

E’ improvvisamente freddo. Un freddo di quelli pungenti e asciutti che di solito si sentono solo a febbraio. Questo mi rende piuttosto felice, da parte mia spero che duri. Tuttavia, mi sono resa conto di avere un rapporto strano con i cambi di stagione. Ora che è freddo, non riesco a ricordare cosa provassi quando avevo caldo. Fino a qualche settimana fa uscivo dal lavoro, mi recavo in biblioteca per leggere o studiare nel cortile interno, attenta a stare lontana dai raggi del sole – non sopporto il calore, è qualcosa che mi annulla completamente. Bastavano dieci minuti fuori casa per ritrovarmi madida di sudore e boccheggiare, questo lo ricordo vivamente. Ma è come se non riuscissi ad aggrapparmi a questa immagine, adesso sto rinchiusa dentro il mio giubbotto tutta tremolante e proprio non arrivo a capire come potessi, solo qualche tempo fa, andare in giro non solo senza giacca, ma addirittura sbracciata, ed avere comunque caldo.  Forse anche questo fa parte della mia limitatezza. Che è la stessa ragione per cui non riesco a fare bene i conti, odio il telefono, mi arrabbio per le stupidaggini e penso che le persone possano scomparire da un momento all’altro.

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E’ buffo.

Le persone normali, quando sono arrabbiate, prima di aprire bocca di solito contano fino a dieci – uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci – onde evitare di finire in guai peggiori per aver detto chissà quali ingiurie sotto l’influsso malefico di un qualsiasi sentimento negativo.

Io, per raggiungere una vaga parvenza di ragionevolezza, quando sono arrabbiata devo contare almeno fino a 1500. L’ho appena testato.

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In partenza da un posto di passaggio, a un posto che di passaggio è stato. Arrivo in aeroporto con il primo treno della mattina, dopo aver percorso a piedi la strada che costeggia la ferrovia. Ho lasciato la mia bicicletta a casa, devo stare fuori qualche giorno e abbandonarla al parcheggio della stazione per più di una notte non è prudente.

Qui è dove sono arrivata, qualche mese fa. Quel giorno pioveva tanto da non poter riconoscere nemmeno i colori del posto dall’oblò dell’aereo, non sapevo bene cosa mi aspettasse. Avevo chiacchierato per tutto il tempo con Marieke, una ragazza appena conosciuta che mi scrisse su un foglietto il suo numero di telefono, se mai avessi avuto bisogno di un posto dove dormire ad Amsterdam. In seguito, è capitato spesso che andassi in città, ogni volta più o meno allo sbaraglio, ma non l’ho mai richiamata, non so per quale ragione. Non ricordo esattamente cosa successe quel giorno; tendo a cancellare facilmente le prime impressioni, forse per i troppi pensieri che mi si attorcigliano in testa.
La famiglia che mi ospitava mi accolse agli arrivi, i bambini zuppi per aver corso dalla macchina all’aeroporto sotto i goccioloni incessanti, senza ombrello. Gli impermiabili rosa, gialli e azzurri, qualcuno che mi prende per mano. Gli interni di un’automobile tedesca, non molto pulita, una casa che non conosco, silenzio.

Sono di nuovo in questo piccolo aeroporto e ci tornerò tra un anno, per la prima volta in compagnia di qualcuno, ma ancora non posso saperlo. I check-in hanno appena aperto, c’è odore di caffè. A giudicare dal numero di persone che girellano per le varie zone dell’edificio, devono partire al massimo tre, quattro voli; la maggior parte di chi vedo si aggira sui trent’anni, due famiglie siedono in attesa sulle panchine di plastica, coi bambini ancora caldi di sonno accasciati sulle valigie. L’orologio segna le 7:45, i pannelli indicatori si scuotono dallo stand-by: compaiono esattamente tre destinazioni, non mi sbagliavo. Barcelona, Bruxelles, Londra. Mi avvio lentamente verso la coda dei controlli. I bambini alle mie spalle si svegliano e prendono a giocare con due palline di carta, mentre i genitori radunano i bagagli.

Gli aeroporti sono fatti di file. Per entrare, per essere controllati, per mostrare i documenti, per accedere all’aereo, per trovare il posto. In una delle tante attese che mi separano dalla partenza scorgo una ragazza. Minuta, abitino nero e scarpe rosse, stile anni trenta, tacco alto.  La trovo tanto graziosa da rimanerne incantata. Ne seguo i movimenti. Scompare e riappare tra le varie file, e ogni volta che sparisce ho un tuffo al cuore. Quando credo di averla persa del tutto, la ritrovo, diretta verso il mio stesso gate. Il fatto che stiamo andando nella stessa direzione  mi riempie di sollievo, chissà perché. Comincio a sperare che una volta dentro l’aereo mi si sieda vicino, e in effetti così succede.

Si chiama Mariolijn, vive ad Utrecht. Sta andando a trovare un’amica a Londra. I genitori gestiscono una nota maglieria artigianale, e questo spiega la particolare bellezza del suo abitino. Ha i capelli scuri, raccolti in uno chignon ordinato, le labbra tinte di rosso intenso. Sebbene i suoi colori siano nell’insieme piuttosto forti e appariscenti, non trasmette nulla di eccessivo o volgare. Ha una bocca bellissima. La ammiro parlare e sorridere, sorrido anche io, di riflesso. Non capita spesso che abbia un’intesa così profonda con una donna. Di solito le odio a prima vista, o evito di parlarci, perché i discorsi delle ragazze sono sempre quelli, le inflessioni della voce tutte uguali, le espressioni simili e costruite. Finisce sempre che comincio a sentirmi inadeguata, e non spiccico parola. Mariolijn, che si pronuncia Mariolàin, invece mi piace moltissimo. Per tutto il viaggio penso che se fossi un uomo me ne innamorerei. Chiacchieriamo di un sacco di cose, passano due ore e siamo già a destinazione. Di comune accordo, decidiamo di prendere lo stesso autobus per raggiungere il centro della città. Penso che trascorreremo almeno un’altra ora insieme e mi sento incredibilmente felice. In effetti, è la prima volta che provo sentimenti simili per una donna, ma tutto è talmente naturale e spontaneo che non me ne stupisco.

Mi chiede di ascoltare della musica. Siamo entrambe molto stanche, e ci appisoliamo l’una sulla spalla dell’altra. Il peso del suo corpo sul fianco mi fa sentire sicura, è una sensazione nuova. Fuori dal vetro scorrono le colline, poi le case di mattoni, poi il traffico londinese. Restiamo per un bel po’ intrappolati tra le automobili, e mi accorgo di sorridere. Mi aspetta una bellissima vacanza, eppure non ho per niente voglia di scendere da questo autobus. Mi viene da pensare che resterei in questo torpore felice per altre mille ore.

Arriviamo a Victoria station. Mariolijn ed io sembriamo due amiche di vecchia data, parliamo e scherziamo in grande confidenza. Anziché prendere ognuna la sua strada, senza dire niente entriamo insieme in un caffè della stazione. Qualcosa ci trattiene dal separarci, ma non saprei dire cosa. Sediamo su un piccolo tavolo in disparte, lei si offre di andare a prendere due tazze di caffè e qualcosa per calmare la fame. Torna con un vassoio colmo di muffin e pezzi di torta, tutta contenta. Adora i dolci inglesi, mi dice, non smetterebbe mai di mangiarli. Le faccio volentieri compagnia, piano piano divoriamo un dolcetto dopo l’altro. Sono tutti squisiti, alla frutta, al cioccolato e alla vaniglia. Tutto sembra succedere per via di una qualche strana dilatazione del tempo che non sappiamo spiegarci, ma alla quale ci abbandoniamo allegramente. Passano altre due ore e finiamo di mangiare. Abbiamo impiegato un sacco di tempo a fare colazione.

Ci rendiamo improvvisamente conto che è giunto il momento di separarci, allora Mariolijn salva il mio numero nella rubrica del suo telefono, e scrive il suo nel mio quaderno. Mi dice di chiamarla, una volta tornata in Olanda. Utrecht non dista molto da dove vivo, e le farebbe moltissimo piacere rivedermi. Non so perché, ma mi suona un po’ come un invito ad uscire, e penso che non mi dispiacerebbe per niente. Dopo esserci abbracciate ci salutiamo, sorridendo e scuotendo la mano, come due bambine dopo la scuola. Mariolijn si volta e cammina a passi veloci tra la folla. La guardo allontanarsi verso l’uscita, finché non riesco più a distinguerla.

Non l’ho mai più rivista.

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Armadio.

E guardando il mio, di armadi, che cosa se ne dovrebbe dedurre?

E’ piccolo, di legno. Sulle due ante scure ho appiccicato un sacco di miei disegni, qualche feticcio, alcune scritte incomprensibili. Non ha cassetti; dentro, a prima vista, sembra esserci solo un gran caos nero e rosso. Ma in effetti lo ordino. A modo mio certo, ma lo ordino.

I vestiti e le gonne sono tutti appesi alle stampelle. Ce ne sono di colorati e a tinta unita. Reggiseni, biacheria e calze stanno avvoltolati alla rinfusa in uno di quei retini brutti da Ikea. Sotto, una distesa nera di maglie a collo alto, golfini, giacche, tutto molto semplice. Il lato negativo del vestire quasi unicamente di nero è che al mattino, appena svegli, distinguere un capo dall’altro è un’impresa ardua. Ho solo tre paia di pantaloni, che non indosso quasi mai. Trovo che i pantaloni siano per niente comodi e decisamente antiestetici, almeno per quanto riguarda le ragazze.

Ebbene, sono qualcuno che non sa niente di me, di fronte al mio armadio aperto. Cosa penso? Di sicuro che la proprietaria dev’essere una ragazza disordinata. Non una sportiva. Incostante, incoerente, indecisa. Un  po’ depressa. Certo che è difficile analizzare sé stessi fingendo di non conoscersi, almeno un pochino.

E’ che io ci provo a tenere le cose in ordine, lì dentro. Ogni tanto mi rimbocco le maniche e butto tutti i vestiti fuori, li piego e li sistemo uno ad uno, ma quelli devono avere una vita propria giacché ogni volta che torno ad aprire le due piccole ante, è tutto di nuovo indistinguibile e arrotolato. Un disastro totale. Un po’ come nella mia testa. Ce la metto tutta per sciogliere i nodi che mi accartocciano i pensieri, eppure dopo poco tornano ad avvolgersi uno sull’altro, senza tregua. Ma forse allora è vero che l’armadio è un po’ il riflesso di quello che siamo.

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