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Archive for novembre 2009

La signorina S. mi somiglia molto. Per prima cosa, anche lei scrive febbrilmente da quando era bambina, per il semplice fatto che per comprendere le cose, qualsiasi genere di cose, deve metterle per iscritto. Deve vederle come presenze concrete, ferme, segnate in nero su un pezzo di carta. La signorina S. redige pagine su pagine per ore ogni giorno, ma non conclude mai niente. Ha un romanzo nascosto da qualche parte dentro la sua testa, però qualcosa le impedisce di tirarlo fuori. La signorina S. non si cura molto, ha i capelli corti spettinati, non le importa di apparire femminile. Ha un solo amico che disturba a suo piacimento, in orari più o meno improbabili. Porta i calzini spaiati, e gli occhiali. E’ una ragazzina poco ragionevole e men che mai oculata, fin qui niente da controbattere. Direi che ci siamo. La signorina S. è molto simile a me, che sono la signorina M., un caso tra i tanti in cui il lettore si riconosce con uno dei protagonisti del libro che sta leggendo. Nulla di nuovo.

Allora, io non sono molto brava con il self-control e i ragionamenti concreti, è cosa risaputa. Per arrivare a non ululare come una belva inferocita o piangere fiumi di lacrime anche per cose che (magari agli altri, non a me) sembrano insignificanti, devo – come spiegato poco sopra – scrivere, o contare in giapponese fino a millecinquecento. D’ora in avanti userò un altro metodo per alleviare le mie pene comportamentali: delegherò i miei problemi alla signorina S.. Lei, che è simile a me ma è un po’ meglio di me, saprà certamente cosa farsene. Vorrei cominciare subito a metterla all’opera.

Problema n. 1
Signorina S., il mondo è pieno di signorine C., ne sarà sicuramente al corrente. Le signorine C. sono ragazze silenziose, che tramano nell’ombra contro qualcosa o qualcuno per i loro meschini tornaconti, senza aver molta cura  del fatto che le signorine M. hanno dei sentimenti e non sono molto capaci di sostenere le situazioni che loro propongono. Le signorine C. fanno delle cose cattivissime, come ad esempio cercare di sedurre il ragazzo delle signorine M., agendo tramite subdole mosse pubbliche per mandare ancor più nel panico le loro avversarie (gliel’ho detto signorina S., le signorine C. sono cattive, delle vere arpie). Ora, signorina S., si dà il caso che io mi trovi in un caso analogo. Una qualunque signorina C. sta infatti attentando alla sicurezza del mio attuale rapporto amoroso, al quale tengo infinitamente, e lo fa ovviamente senza pensare che in tutto questo sono coinvolta anche io, e che magari potrebbe farmi molto male, se già non lo sta facendo. Per varie ragioni che non sto qui a spiegare, il mio attuale compagno e la signorina C. si troveranno ad essere nello stesso posto allo stesso momento, dove io non potrò – a causa di alcuni motivi pratici – essere presente. Signorina S., mi sembra d’impazzire. Ho molta fiducia nella persona che mi sta accanto, ma non sopporto, non sopporto, l’idea della signorina C. che gli si avvicina e fa la bella e sfodera le sue migliori armi di seduzione per sperare di lasciare in lui qualcosa, come ad esempio la voglia di rivederla, o di stare con lei. Signorina S., lei che è come me ma un po’ meglio di me, sono certa che saprebbe aiutarmi. Pensi un po’ al mio caso signorina S.. E’ una cosa brutta vero? Signorina S.? Signorina S.? Ma dov’è andata?

Niente, in realtà sono stupida e volevo solo ridere un po’ sui drammi (ahah) che al momento mi assalgono. Le baruffe amorose mi divertono anche, un po’. Ma soprattutto, quanto sopra non è che uno scherzino.

Però mi sento meglio, sìsì. Grazie Signorina S.

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Usciamo dalla porta del piccolo teatro e ci assale una fame spaventosa. Contrariamente alle nostre aspettative, il concerto di pianoforte al quale abbiamo appena assistito ci ha annoiati e innervositi, tanto che camminiamo verso la stazione senza dire una parola.

E’ la terza volta che ci vediamo, io e T. Le ore che trascorriamo insieme passano in silenzio, senza troppi fronzoli, ed è questo che ci piace. Ci siamo conosciuti qualche tempo fa, al locale dove gli altri colleghi vanno di solito a prendere qualcosa dopo il lavoro. Non combiniamo mai niente di esaltante, ma qualcosa – una sorta di sensazione fisica dalle parti dello stomaco – ci accomuna, e ci fa sentire il bisogno di stare insieme continuamente.
T. mi ha chiamata nella tarda mattinata, per invitarmi al concerto – durante una delle nostre sporadiche conversazioni devo avergli raccontato del mio amore viscerale per il pianoforte – così, in tutta fretta, mi sono preparata ed ho preso il primo treno per la città. Come ogni volta,  mi ha aspettata di fronte al chiosco dei giornali con una scatola di ciambelle glassate tra le mani.
E’ il nostro modo di darci il benvenuto.

Così, dopo il concerto non ci parliamo per più di mezz’ora. Il pianista era davvero terribile, uno dei peggiori che entrambi avessimo mai sentito – timbro confuso, poca leggerezza, nessuna sfumatura personale – e il piccolo teatro ammuffito, straripante di studenti universitari che normalmente si recano lì più come punto di ritrovo che per vero interesse verso gli spettacoli, era intriso del fumo delle centinaia di sigarette che ci si accendevano intorno. Questo miscuglio di elementi negativi ha contribuito a renderci più bruschi e taciturni del solito, così continuiamo la nostra passeggiata infastidita con le bocche serrate. Il silenzio è tanto denso da sembrare quasi solido, produce uno strano contrasto con il brusio delle persone che ci circondano. Venerdì sera, un quartiere centrale di questa metropoli, ma potrebbe essere una qualsiasi città di un qualsiasi continente del mondo. I liceali entrano ed escono dai pub allegri ed esaltati dai benefici dell’ alcool, alcuni impiegati si radunano ai bordi della strada per chiacchierare e ridere insieme dopo aver cenato in uno dei tanti ristoranti le cui insegne decorano e fanno brillare strade e facciate. Guardare in alto confonde, in effetti, un gran minestrone di luci viola, rosa e verdi che non sempre riesco a decifrare. E’ anche questo uno dei motivi per cui ho scelto di affittare il mio appartamento in un sobborgo, dove in effetti succede meno che niente. La sera mi sento tanto satura della città che ho bisogno solo del silenzio, della piccola stazione vicino casa con un solo binario e del parco abbandonato. Anche T. sembra essere confuso. Ha rallentato il passo e fissa un punto indefinito alla fine del corso in cui ci troviamo. Io penso che ho fame, una gran fame – non abbiamo messo in bocca altro che quelle ciambelle, nel primo pomeriggio – ma non dico niente per via della strana tensione che si è creata.
Cerco di non peggiorare la situazione evitando di assaporare i  profumi appetitosi che escono dalle varie cucine che ci circondano, finché lo stomaco di T. non si mette a gorgogliare rumorosamente. Un lamento lento, dilatato, che inizialmente cerchiamo entrambi di ignorare con grande sforzo per mantenere la nostra ostinata fermezza. Ma non passa molto tempo che anche la mia pancia si abbandona alla sua disperazione e prende ad emettere suoni buffi e continui, dapprima piano, poi più forte. A questo punto non possiamo fare a meno di fermarci e scoppiare a ridere come due pazzi. T. mi indica con la bocca spalancata e si piega su se stesso contento, quasi non avesse mai sentito una cosa del genere. Io mi fingo offesa, sghignazzo divertita sotto i baffi ed imito i borbottii della sua pancia. I nostri stomaci sembrano essere andati in tilt, due sacche vuote e lamentose che reclamano urgentemente qualcosa di solido. Ascoltiamo per un po’ il buffo concerto che nostro malgrado produciamo, finché non ci decidiamo ad entrare in un 24-hours market per comprare del cibo.

Tra gli scaffali stipati di prodotti ci siamo solo noi. Il commesso è impegnato a commentare a bassa voce una partita di football americano che segue in una piccola televisione portatile, così pensiamo, nonostante la fame, di decidere con tutta calma cosa comprare. Vogliamo assolutamente trovare qualcosa di perfetto, esattamente quello che le nostre pance vuote chiedono con tanta insistenza, e dividercelo equamente. Non dobbiamo accontentarci della prima cosa che ci capita sotto gli occhi; crediamo entrambi che soddisfare la fame con quello che ci vuole doni un appagamento sereno e totale, come trovarsi in  un letto morbidissimo e confortevole quando si ha un sonno esagerato, l’attimo prima di scivolare nell’oblio del sonno. Così, io vado verso il reparto dolciumi e T. si addentra nella zona salati.

Di fronte a me si erge maestoso un corridoio con centinaia di incarti colorati, confezioni lucide e scritte che rimandano al contenuto delle scatole. Barcollo come un’ubriaca tra i vari ripiani per un po’, decido che niente di tutto quello che ho visto fin’ora fa al caso nostro e mi reco alla ricerca di T. Setaccio il negozio in lungo e largo, ma sembra proprio essere sparito nel nulla. Controllo ogni reparto senza successo, chiedo al commesso se per caso il ragazzo moro, alto, coi capellil un po’ scompigliati che era entrato qualche minuto prima con me non fosse già passato di lì, ma si limita a scuotere la testa senza scollare gli occhi dalla partita. Scoraggiata, esco dalle porte scorrevoli e mi appoggio alla parete, in attesa. Odio questo tipo di situazioni. Mi lascio sopraffare dall’ansia, aspettare è una delle cose che mi riescono peggio. Immagino sempre che siano successe delle catastrofi, il cuore mi batte all’impazzata, divento rossa e respiro forte. Per tranquillizzarmi, di solito penso alle liste di nomi sugli elenchi telefonici – lettere e numeri in successione sono un buon rimedio al panico – ma stavolta, chissà perché,  comincio a fischiettare un motivetto. Naturalmente T. appare quasi subito dall’angolo della strada, sorride contento. In mano regge un sacchetto da tre chili, gonfio di mandarini. “Scusami, ma sono stato all’altro negozio, quello che vende anche la frutta. Ho fatto bene, no? Avevano solo sacchi da tre chili, ma che importa. Se non li mangiamo tutti stasera, potrai portarli a casa con te. Ti piacciono molto se non ricordo male, no?”.
Lo guardo sollevare felice e orgoglioso la sacca di frutta, come un gatto che porta la preda catturata al padrone.
Ha ragione. I mandarini sono esattamente quello che ci voleva.

Ci sediamo su una panchina del parco vicino e apriamo il sacchetto con foga. Non parliamo quasi, ognuno impegnato nel laborioso atto di mangiare. I mandarini sembrano essere tanti da non finire mai, io sbuccio i miei con impetuosità, come un bambino che scarta i regali la mattina di Natale, masticando lentamente spicchio dopo spicchio. T. invece agisce con pazienza, partendo dalla cima del frutto e creando millimetro dopo millimetro una spirale di buccia perfetta. Quando me ne accorgo, smetto di darmi da fare e rimango imbambolata ad ammirare i suoi gesti eleganti. T. sorride. “E’ solo questione di pazienza, sai? Fai un piccolo taglio in alto, e scendi piano piano seguendo la linea del mandarino. Non è difficile, prova”. Così cerco di imitarlo, e dopo i primi tre goffi tentativi inizio anche io a fare delle spirali discrete. T. mi guarda imbronciato, annuendo in silenzio. Ha la bocca contratta in un’espressione buffa, sembra poco più che un ragazzino. Porta una maglia rossa, e una felpa nera – anche lui, come me, non ha una grande passione per i guardaroba colorati. Non lo conosco da molto, ma quello che ci lega mi fa sentire bene, l’inizio di una storia serena dove anche io mi sento stranamente serena. Mi perdo nelle sciocche visioni di un nostro probabile futuro, e agguanto un altro piccolo frutto. “I mandarini mi fanno venire in mente le virgole”, dico, “chissà come mai. Forse perché non smetterei mai di mangiarli, così come non smetterei mai di mettere giù virgole quando scrivo”. “Ah, ah. A me invece non fanno venire in mente niente. Niente di concreto almeno. Richiamano qualcosa, in effetti, ma non saprei descriverlo. Hanno a che fare con quando ero bambino, credo”.

Trascorriamo così almeno tre ore, aggiungendo poche parole tra un mandarino e l’altro. Il tempo passa e perdo l’ultimo treno verso il piccolo sobborgo in cui abito, per strada non resta che qualche barbone ubriaco. Due donne ci sfiorano passeggiando infagottate nei loro cappotti, tornando a casa dopo un probabile serata tra amiche. Il rumore dei loro passi riecheggia nel parco a lungo.
Per tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme, io e T. non ci siamo mai toccati. Non ci sono state carezze o baci, nessun complimento. Adesso siamo di nuovo il silenzio, con la pancia piena e appesantita dalla mole di frutta che abbiamo ingurgitato. Mi guardo le punte delle scarpe ed evito di pensare a quello che succederà. Ci rendiamo conto di aver finito tre chili di mandarini, uno dopo l’altro. T. esita un poco prima di aprire bocca, poi si offre di farmi dormire a casa sua. Sotto la panchina, riposa allegra una montagna di bucce arancioni.
Questa notte, per la prima volta, io e T. faremo l’amore.

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Minestrone.

Provo un amore sconsiderato per i distributori automatici, più o meno da sempre. Intendo per i distributori automatici di qualsiasi genere, di snack, bibite, e anche per quelli più recenti di piatti pronti. Mi sembrano grandi scatole magiche, cariche di cose meravigliose da comprare. Dentro a un distributore tutto diventa buonissimo e bello, anche quei cavolo di tramezzini schifosi al pollo maionese e merda, o quegli odiosi succhi di frutta al colorante rosso e zucchero, un sacco di zucchero. Davanti a un distributore mi sento di nuovo piccola, sforno monetine su monetine per acquistare roba che normalmente non considero neanche lontanamente edibile solo per il gusto di vedere il magico meccanismo di rilascio del bene verso il baratro nero, che a sua volta si aprirà nella mia direzione per regalarmi un piccolo piacere da me personalmente selezionato tramite un codice magico luminoso. Tutto sembra così immensamente facile ed ebete che sorrido, e specialmente quando sono in viaggio mi ritrovo lo zaino pieno di cibo spazzatura, dalle patatine ai mini-salamini con crackers annessi, alle kinder pinguì. Per farla breve, i distributori automatici hanno su di me un potentissimo potere commerciale, buon per loro, spero per i produttori di distributori che ce ne siano molti come me in giro, ma a giudicare dal numero di distributori in crescita credo di sì.

Se dovessi definirmi con un cibo, al momento, direi che sono un minestrone dove la verdura è stata, poco sapientemente, buttata nella pentola tutta insieme, senza fare caso ai tempi di cottura differenti. Il risultato, per chi non riesce a immaginarlo, sarebbe una broda informe con alcune foglie di vario genere tanto cotte da risultare poltiglia e con le patate crude in mezzo. Ecco, più o meno questa sono io. Non che la cosa mi sia di particolare conforto, ma mi rallegra, chissà perché.

Faccio un sogno. Ci sono io con un branco di bambini. Uno dopo l’altro i bambini muoiono impiccati – non si capisce se siano suicidi o se qualcuno li stia uccidendo – finché non ne rimane uno solo, quello a cui sono più legata. E’ un ragazzino biondo, sui sette anni, arrogante e scontroso, ma sento di amarlo più di tutti gli altri. Dopo poco tempo muore anche lui, appeso per il collo ad una corda blu in una stanza di un giallo intenso. Il sogno finisce.

Bèh. Ma perché mi sento così allegra?

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Mikan.

Cari signori mandarini, avrei voluto dedicarvi un po’ del mio tempo e scrivere qualcosa di bello su di voi, ma al momento non riesco. Tutto ciò che mi viene in mente è il vostro odore che stagna nelle aule della scuola elementare per tutto l’autunno.

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Per scrivere ci vuole tempo, così come ce ne vuole per leggere. E il mio, di tempi, è diviso tra le mille cose che devo fare, quel poco che rimane libero lo uso per arrabbiarmi, e così sia. Penso alle cose da scrivere come a un rifugio, quando non ho modo di sedermi e riflettere e riportare a parole, e a sera fatta ho già dimenticato tutto – certi pensieri vanno e vengono in mille modi, si rivoltano, si modificano, e si consumano fino a tornare niente.

Tendo ad inscatolare quello che mi succede, cose belle o brutte, chiuderle in un contenitore e lasciarle da qualche parte al sicuro – capita che vengano tirate fuori da un odore, un profumo o una particolare situazione, ma la loro condizione naturale è di riposare in silenzio, senza nemmeno subire il disturbo di essere ricordate.

Altre cose, invero pochissime, invece rimangono aperte. Stanze vere e proprie, di colori e forme, delle quali non perdo nessun particolare, dove tutto esiste allo stesso modo in cui l’ho vissuto. Se i primi ricordi di cui parlavo sono scatole, e viste da fuori non sembrano altro che semplici pezzi di cartone, o legno, o plastica, assemblati per proteggere un contenuto, questi di ora sono interni concreti, un po’ impolverati, che posso visitare a mio piacimento.

C’erano tre giorni di fine settembre, non molto tempo fa, in una casa non mia e nella quale non sarei tornata. Le foto al muro e alla porta, il telefono all’ingresso, la cucina buia e un gatto. Molti libri, una finestra, il vento, e il fumo fuori – spesso è lì che vado, un luogo che rimane sempre aperto, e non sbiadisce.

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Il rumore dell’impasto di un dolce che scivola liscio sulla teglia, prima di essere infornato, è una delle cose che amo di più. I ghirigori delle ultime gocce rimaste attaccate alla ciotola, e la superficie che pian piano torna immobile e perfetta.

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Avere i capelli corti è davvero buffo, specialmente la mattina appena svegli. Dopo essermi sciacquata la faccia con acqua gelata mi guardo allo specchio e seguo con gli occhi i contorni della mia chioma: cime, vallate, onde e spuntoni. Talvolta sono un marinaio al ritorno da una terribile bufera in mare, altre un gatto rientrato a casa dopo essere stato sorpreso dalla neve durante una delle sue passeggiate pomeridiane.
Poi comincia il giorno, e queste cose non le ricordo mai – sebbene i capelli mantengano più o meno una certa scompigliatezza. Ogni tanto mi tornano in mente mentre lavoro,  difatti eccole qui.

Per la prima volta nella vita ho i capelli così corti.  Sono stati lunghissimi (alle ginocchia) fino ai miei 17 anni, poi sempre più o meno all’ altezza delle spalle. Chi ha i capelli lunghi sa certamente a cosa mi riferisco quando dico che sentire il loro peso dà una certa sicurezza.
E’ un po’ come avere una zavorra che assicura la testa sul collo.

Con i miei, di capelli, ho sempre giocato un sacco. Da che ricordi, li ho sempre toccati, arrotolati, e in seguito sfilacciati, rovinati, strappati. Così, avendoli ridotti a una matassa informe di laniccio indefinito, ho deciso di tagliarli definitivamente e per farlo ho delegato una mia carissima amica – detesto i parrucchieri, i chiacchiericci, gli odori delle lacche e degli spray.
E se devo rovinarmi preferisco farlo fare a qualcuno cui voglio troppo bene per potermi arrabbiare.

Il risultato è quello che è. Bella non sono mai stata, e non lo sono neppure adesso. Ma sto meglio, chissà perché. Forse tra tutti quei nodi si erano annidate troppe cose brutte,  avevo bisogno di disfarmene.
Non che sia cambiato molto da prima, io sono rimasta quella che ero, con tutto il mio corredo di fisime e irragionevolezza, eppure mi sembra di reagire a quello che succede in maniera migliore.

Ma forse è solo un’ impressione.

(Non ho tempo per leggere ultimamente, e si nota parecchio. Chiedo venia).

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