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Archive for dicembre 2009

Si parla di molti anni fa. Qualcuno regalò alla nonna un libro sulla storia del suo paese. Dentro poche scritte e molte foto in bianco e nero.

Ho passato gran parte dei miei doposcuola su quelle pagine, a decifrare figure e studiare didascalie. Le immagini raffiguravano in gran parte lo stesso paesaggio visto da diverse angolazioni e molte scene di vita quotidiana: vecchi signori radunati intorno a un tavolo, la banda del paese di fronte alla chiesa, un gruppo di bambini seduti al pozzo, contadini teatranti su un palcoscenico improvvisato; facce allegre di chi si trovava forse per la prima volta di fronte a una macchina fotografica. Ammiravo la compostezza delle strade di un tempo, le stesse in cui io mi ritrovavo a giocare pressappoco cent’anni dopo, oramai aspre e abbandonate, franate dalla terra verso una terra più profonda. Riconoscevo le vie e le piazze, gli angoli nascosti e i volti. Mio nonno vestito da Amleto rincorrere qualcuno con una spada durante una rappresentazione, scuro e giovanissimo. Mia nonna seduta su un muretto, a guardar altri ballare in un giorno di primavera.

Andavamo spesso a quel paese per far visita a parenti morti e vivi, gli uni nel piccolo cimitero fuori dalle mura, verso valle, gli altri nella casa di famiglia, accanto alla chiesa. Partivamo la domenica con l’auto bianca di mio padre, e il viaggio – un continuo saliscendi tra tornanti e curve – mi disturbava tanto da lasciarmi intontita per tutto il giorno. Forse è per questo che non ho un buon ricordo di quel posto. Mentre gli adulti si rinchiudevano nella piccola cucina a parlare del più e del meno, io esploravo le strade silenziose. Non c’era quasi mai nessuno in giro, e si aveva l’impressione di essere spiati da ogni finestra. Trottavo per le scale, salivo sui muretti e guardavo i pesci rossi nel vecchio lavatoio. Percorrevo gli angoli dei racconti di mia nonna, il piccolo forno dove tutti andavano a cuocere il pane, la piazza del mercato e l’antico frutteto di famiglia. Rientravo in tempo per l’ora di pranzo. A tavola mi si faceva notare che parlavo troppo poco, e mangiavo poche verdure. Poi le donne riordinavano la cucina e io annusavo la pipa spenta del mio bisnonno, morto l’anno della mia nascita. La sua poltrona aveva lo stesso identico odore. Ogni volta non vedevo l’ora di andare via, avvertivo uno strano senso di confusione; era come se ogni pietra di ogni casa volesse dirmi qualcosa, come se sotto le strade qualcosa che non riuscivo a capire mi chiamasse a gran voce in una strana lingua. Questo mi faceva paura e mi disorientava. Ma sul libro il paese mi piaceva. Gli stessi luoghi e le stesse strade viste da lontano, ferme su un foglio di carta, immortalate tanto tempo prima non avevano in me nessun effetto negativo, e anzi, poter vedere i luoghi della vita di mia nonna mi rendeva immensamente felice.

Oggi riprendo questo libro in mano dopo tanti anni, mentre gli altri giocano a carte a conclusione della cena di Natale. Lo sfoglio allo stesso modo di un tempo, con cura e attenzione, leggendo date, didascalie e ammirando le figure. Il paese, la banda, la gente, i bambini, la nonna e il nonno. Mi accorgo per la prima volta che mio nonno ha firmato il volume nell’ultima pagina, con la sua calligrafia tremolante e sconnessa. Chissà quando l’avrà fatto, mi chiedo – è morto quattro anni fa, stroncato da un infarto un giorno di luglio, dopo aver salito le scale di casa. Poi la nonna mi chiama per accompagnarla a letto. Ha già tolto la dentiera, le gote svuotate le ciondolano ai lati del viso. Mi rendo conto di quanto sia vecchia. Bofonchia qualcosa tra le gengive e mi dà la buonanotte. Rimango a guardarla mentre si sistema lentamente sotto le coperte e quasi mi manca il respiro. Poi chiudo la porta e mi rintano a piangere in cucina.

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Da S. per A.

Mi annoio. Non so cosa dire. Piove. Ho poco da fare.

Questa è una delle mattine. Cara A., io ti odio perché anche lontana non riesci a distaccarti da qui. Se dovessi pensarti come una cosa saresti di certo un lecca-lecca di Salmiak, carino ma disgustoso. Hai mai mangiato un lecca-lecca di Salmiak, A.? Immagino di no. Non è un cibo sano, no. Tu non mangi schifezze, solo cioccolata artigianale.

A., manca poco al Natale. Lo festeggi a casa coi parenti e gli amici. Hai fatto dei graziosi sacchettini di biscotti speziati, a forma di stella e abete, come pensiero di auguri. Qualcuno ti ha detto che dovresti aprire una pasticceria, tanto sono buoni. Io li ho mangiati con foga, uno dopo l’altro senza quasi respirare sebbene non mi piacessero. Poi ho strappato la carta trasparente che li conteneva, e ho buttato via i nastrini colorati con cui li avevi legati con tanta cura. Ma grazie lo stesso.

A., non sopporto la tua voce, specialmente quando cambi timbro per sembrare più gentile. Vorrei potertelo dire, ma so che non capiresti. Te la prenderesti, le gote ti s’infuocherebbero e gli occhi diventerebbero umidi; questo mi sarebbe ancora più insopportabile. E poi non posso mica chiederti di stare zitta tutto il giorno. Certo è che questa casa, senza le tue belle faccine e i tuoi sorrisi di circostanza, respira. Oh, so bene che non lo fai apposta, che ti viene naturale. Non per questo mi disgusti di meno.

E’ tempo di rispondere alle cartoline di auguri. Ne abbiamo un sacco in fila sul tavolo rotondo, N. è già la che mi aspetta. Non può scriverle lei perché dice di avere una brutta calligrafia, e come darle torto. Non ho per niente voglia di aiutarla, A., ma ho imparato da te. A fare le belle faccine si sopravvive meglio.

Auguri. S.

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Ho trovato delle ottime arance all’unico, minuscolo,  supermercato del quartiere. Hanno una bella buccia spessa e porosa, pochi fili bianchi all’interno, e gli spicchi ben separati l’un l’altro. Aprire un’arancia e dover faticare a staccarne gli spicchi è una cosa che ho sempre odiato; si perde una gran quantità di sugo e l’odore del frutto, per quanto buono, stagna tanto a lungo nella stanza da nausearmi. Così stamani a colazione ho mangiato tre di questi buonissimi agrumi, ho attraversato la strada e sono entrata nel parco. C’è una panchina arrugginita nella quale mi siedo sempre, di fronte a un piccolo lago che è più una pozza.  Nei giorni feriali, prima di pranzo, di qui non passa certo nessuno ed è questo che mi piace. Non c’è da chiedere, da aspettare risposte, da parlare o ringraziare.

Minuscoli insetti saltellano tra le foglie cadute oramai fradice che ricoprono l’acqua.

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Sono ferma oramai da molto tempo, ed è una sensazione nuova. Più o meno ogni giorno mi scorrono di fronte le stesse strade, con le stesse chiavi apro le medesime porte che ho già aperto il giorno prima e quello prima ancora, e che ancora aprirò chissà per quanto. Sono due le finestre dalle quali scruto fuori gran parte delle mie ore e lì di fronte niente cambia. Una parete gialla e grigia, due finestre decentrate con le imposte chiuse. Un filo nero per tirar giù la tapparella, che quando c’è vento dondola da destra a sinistra, in una danza poco elegante. E ancora dei vetri decorati, sopra il cielo che muta nei giorni.

Mi sono messa in viaggio non appena mi è stato possibile. Dopo aver aspettato per anni, ho chiuso la mia piccola valigia e sono andata via da quello che avevo sempre avuto – senza dubbio per scappare, ma anche per mille altre ragioni che non potrei riportare a parole. Ho visto alcuni posti, invero non molti, ho vissuto in maniere diverse portando abiti diversi e con nuovi risvegli, nuove colazioni, piccole abitudini. Mi sono stancata alla svelta di certi luoghi e ne ho abbandonati altri a malincuore. Ho avuto molte storie da raccontare, gran parte delle quali non sono nemmeno mai uscite dalla mia testa. Di cose da vedere ce ne sono state, spiagge, mari, prati, boschi, sentieri, fiumi, ponti, laghi, case, tetti, giardini spogli e decorati, e se non fosse stato per alcune vicissitudini avrei probabilmente continuato questo disordinato vagare a lungo. Avevo delle cose da cercare e molti nodi da sciogliere. Talvolta mi sono chiesta se non avrei davvero concluso qualcosa in più rimanendo sdraiata sul letto di casa mia a guardare il soffitto e pensare, ma senza darmi risposta. Certo è che queste otto pareti nelle quali vivo gran parte delle mie ore ad oggi spesso mi fanno paura e mi diverto a immaginare quello che sarà quando di nuovo mi muoverò.

– [… ] A che ti serve, allora, tanto viaggiare?
– E’ sera, siamo seduti sulla scalinata del tuo palazzo, spira un po’ di vento – rispose Marco Polo. – Qualsiasi paese le mie parole evochino intorno a te, lo vedrai da un osservatorio situato come il tuo, anche se al posto della reggia c’è un villaggio di palafitte e se la brezza porta l’odore di un estuario fangoso.
– Il mio sguardo è quello di chi sta assorto e medita, lo ammetto. Ma il tuo? Tu attraversi arcipelaghi, tundre, catene di montagne. Tanto varrebbe che non ti muovessi di qui.
[…] Marco Polo immaginava di rispondere che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari alla sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.
A questo punto Kublai Kan l’interrompeva o immaginava d’interromperlo, o Marco Polo immaginava d’essere interrotto, con una domanda come: – Avanzi col capo voltato sempre all’indietro? – oppure: – Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? – o meglio: – Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?
Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato di spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano che egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
– Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: – Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: – L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

Da Le città invisibili – I. Calvino.

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Le stesse situazioni si ripetono ed io continuo ad arrabbiarmi, ma lei avrebbe saputo certamente cosa fare. Dovrei chiederle consiglio.

Forse però anche lei se la prende tutte le volte, chissà. Dagli occhi non saprei giudicare.

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Ho cambiato vestito, quassù. Quella nella foto sono io. Quello dietro la macchina fotografica è il mio ragazzo piacione (indovina chi?), che però stavolta ringrazio di cuore.
Ma solo stavolta èh.

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Io ci provo ad andare alle mostre di arte moderna, perché in mezzo a tanta merda c’è sempre qualcosa di buono, di molto buono che compensa le carenze del resto. Passeggio, guardo, inscatolo e prendo un sacco di spunti – per scrivere e disegnare, anche se poi magari alla fine di cento cose che mi vengono in mente non ne realizzo nemmeno una.
Bene, sono stata alla biennale di Firenze. Vada per la disorganizzazione tipicamente fiorentina –  una marea di lavori accatastati al piano terra della fortezza, senza un minimo di senso logico, messi lì alla cieca a formare un labirinto confuso di colori e forme di ogni tipo. Vada anche per il caldo asfissiante in alcune zone della sala e per il freddo polare nelle parti restanti. Ma i visitatori, e anche alcuni degli artisti, un disastro completo. Tutti uno più gonfio dell’altro, fermi ai lati delle opere, a dire questo e quello, citare questo o quell’altro riportando a memoria pezzetti di Wikipedia. Mi sono sentita esattamente come Bastiano Baldassare Bucci, quando giunge alla città dei Quasi Imperatori, o come si chiamavano non ricordo bene, ma insomma quelli che ci hanno provato a raggiungere il gradino più alto di Fantàsia, magari inizialmente mossi da buone intenzioni, e che però per via della fama e del potere hanno perso ogni desiderio e sono impazziti.
La prossima volta mi porto un paio di cuffie.

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