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Archive for gennaio 2010

Stanotte ho sentito quella del piano di sopra che faceva l’amore. Cioè, più che sentire lei ho sentito il suo letto che scricchiolava. Cricri cricri cricri, bodobom bodobom bodobom, prima piano piano poi forte, dieci minuti di fuoco. Ero incantata a fissare il lampadario quando è successo, è stato buffo. Pensavo, io sono qui illuminata solo dal fedele Vate (il mio abat-jour) con un libro semiaperto sul petto, e loro a poca distanza ci danno dentro. Ci separa solo il soffitto – o il pavimento, dal loro punto di vista. Non voleva essere una considerazione perversa, però l’ho fatta, così, tanto per constatare qualcosa.

Poi non riuscivo a dormire. Ero convinta che ci fosse un fantasma a spiarmi, ogni tanto mi succede. Beh a dire il vero mi succede da sempre, da quando ero bambina.
Da piccola i miei avevano una casa con una sola camera da letto perché non avevano esattamente programmato il mio arrivo, così per qualche anno abbiamo dormito tutti e tre insieme. Per carità, una vera goduria per me – quale bambino non sogna di poter passare ogni notte in mezzo a mamma e papà – però sono convinta che questa cosa mi abbia rovinato. Per farla breve, dopo un po’ la mamma rimase di nuovo incinta e così dovemmo cambiare casa. I miei trovarono un grande appartamento, dove sia io che il futuro fratellino avremmo avuto una stanza tutta nostra. Per me fu l’inizio di un incubo continuo. Stare da sola al buio mi terrorizzava, vedevo spuntare mostri da ogni angolo della camera, tant’è che avevo cominciato a riconoscerli e a dar loro dei nomi (non proprio fantasiosi, ma insomma). Ad esempio, dovevo raggomitolarmi quanto più potevo altrimenti i Diavolini (delle piccole creature a forma di diavolo, dotati di corna e tutto) mi avrebbero infilzata coi loro mini-forconi. Oppure dovevo addormentarmi prima delle 10 sennò dalla porta spuntava il faccione di Mostrorosa, una specie di chewing-gum gigante, che mi avrebbe punita leccandomi la faccia con la sua lingua bitorzoluta. Ma questo non era ancora niente. Infatti più crescevo, più queste manie diventavano consistenti. Per un certo periodo dell’adolescenza ho avuto talmente tanta paura – del buio? di non addormentarmi? dei mostri? – insomma, di qualcosa che avesse a che fare con l’accoppiata letto – sonno che non ho dormito per interi mesi. Cioè un po’ dormivo, però magari dalle cinque alle sette del mattino. Poi blabla è passato il tempo e sono guarita ma non è questo il punto.

Quello che volevo dire è che ho ancora paura dei fantasmi, o di qualsiasi cosa si tratti. Stanotte, dicevo, ero convinta che ci fosse uno di quei cosi qui accanto al mio letto. Spegnevo la luce, irrimediabilmente pensavo alla “presenza” e cominciavo a tremare, a sentire il cuore battere all’impazzata, così riaccendevo la luce e via così allo stesso modo fino alle quattro, quando stremata mi sono lasciata andare. E’ stata una notte davvero terribile, se ci ripenso poi mi spavento di nuovo.

L’oroscopo dice che sto avendo un Bel Momento. I Bei Momenti mi stanno sulle balle, perché sono controproducenti. Nei Bei Momenti faccio sempre la cazzona, scrivo stronzate come questa e non sono abbastanza depressa per poter davvero pensare di fare qualcosa di buono. Ah, e dico anche un sacco di parolacce in più, come quei bambini che giocano a insultarsi e si divertono come pazzi (puzzi! fai schifo! te sai di vomito e di cacca! e te sei fatto di stronzolini! te c’hai il pisello!ahahahahah).
Ok, la smetto.

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che non ho mai capito. Tipo se i miei occhi siano grandi oppure piccoli. In foto sembrano sempre minuscoli, invece nello specchio diventano due fanali giganti. Ma anche, non ho mai capito di che colore siano. Grigi? Azzurri? Verdi? Blu? No, blu no di certo, ma insomma. E i miei capelli sono lisci o ricci? Sono grossi, se li asciugo col phon diventano delle specie di setole scalmanate; forse sono solo brutti.

Io non devo andare a vedere film sentimentali al cinema, perché poi mi viene da piangere e mi vergogno. Ieri ho cercato di nascondere la faccia in tutti i modi, di asciugarmi le gote con le maniche del maglione per non destare alcun sospetto, ma uscita dalla sala di proiezione mi hanno chiesto tutti se avessi fumato qualcosa di strano, tanto i miei occhi erano gonfi. E non mi passava. Nella strada di casa ho continuato a piangere come una fontana e mi sentivo triste, giuro, tristissima. Accidenti ai cani, non li ho mai sopportati, però questo sembrava un peluche, era giapponese e mi ha intenerito. Le storie di fedeltà poi mi straziano, davvero.

Altre cose non capisco, tipo perché ho perso il mio Ipod. L’ho raccontato a qualcuno per cercare un po’ di appoggio morale, ma tutti hanno risposto che è solo colpa mia, che sono sbadata ecc. In questo caso posso assicurare che non è vero e che io non c’entro niente. L’Ipod si è volatilizzato nel tragitto che va dal parcheggio a camera mia, senza che io me ne accorgessi. Oppure, come mai s’è sfilato il rullino dalla macchina fotografica dopo che avevo messo tutto il mio impegno e tutta la mia buona volontà per imparare a fare foto con l’analogica, e soprattutto perché l’ho scoperto solo alla fine, con somma frustrazione.
Sono sfigata.

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Ripetizioni.

Le cose ruotano, col tempo. Ad un certo punto tu sei avanti, e chi era avanti a te ti è oramai dietro, fino a che di nuovo qualcuno non ti supererà. Adesso io pulisco e cucino per chi tanto per me ha cucinato, ogni giorno, per molti anni. Mentre lei siede sul divano, le braccia poggiate sul supporto in metallo che le serve a camminare, io impasto la carne col formaggio e tutto è quasi pronto. Mi sposto in camera da letto per chiudere la persiana, c’è una gran condensa sui vetri. A. ha sempre freddo, il gas non basta e così accende anche la stufa. Tutti si lamentano del gran caldo che fa nella sua piccola cucina, a me non dà fastidio. Il comodino di sinistra, da tempo inutilizzato, porta su i pochi oggetti di chi è già andato via: una spazzola per le scarpe, una confezione di lucido neutro.

In un modo o nell’altro finisco sempre per parlare di ciò che è stato, di chi non c’è più e di chi sta per partire.

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Ho la bicicletta solo da qualche ora e già mi sembra di avere centinaia di storie da raccontare. E’ come se tutti i piccoli avvenimenti che di solito mi succedono andando a piedi – incrociare altri passanti, litigare con gli automobilisti sconsiderati, guardare le vetrine e dentro le finestre delle case al primo piano – grazie alla velocità delle due ruote si fossero moltiplicati ed avessero acquistato forza e importanza. Non riesco a spiegare bene questo processo; forse è perché in bicicletta mi sento più in pericolo ed ho voglia di catturare tutto quello che vedo intorno, o forse avendo un mezzo mi preoccupo meno della lunghezza del tragitto e della fatica e riesco a godere di più del viaggio. Certo, perdo molti particolari che altrimenti, retta solo dalle mie due gambe, avrei potuto afferrare, ma nell’insieme credo di averci guadagnato molto.

Stamattina, dopo aver gonfiato le ruote ed aggiustato le ultime cosette, ho finalmente portato Mariella – perché così ho chiamato la mia bicicletta – in strada. Inutile spiegare quanto fossi terrorizzata. In Olanda ho usato la bici come unico mezzo di trasporto per interi mesi, ma tra girellare nel traffico ordinato e corretto olandese e tra quello furioso e spreciso italiano c’è una bella differenza. Così ho provato ad andare su e giù per una pista ciclabile vicino casa, che porta dritta all’ospedale, e dopo aver acquistato sicurezza sono partita verso il posto in cui dovevo andare. Pian piano anche i muscoli delle gambe che ho lasciato addormentati per un sacco di tempo hanno ripreso a funzionare bene, ed è stata una meraviglia. Le salite le ho fatte a piedi, certo, ma non mi è dispiaciuto. Dall’alto della collina ho potuto ammirare il centro della città, che così lontano sembra ancora bellissimo. Poi ho lasciato Mariella vicino ad un palo, assicurandola con due catene. Le chiavi dei lucchetti sono piccole ed identiche; per distinguerle, ho messo quella della catena anteriore nell’anello delle chiavi di casa di qui, città di F.; quella della catena posteriore sta insieme alle chiavi di casa del mio paese natale, A. Tendo purtroppo a dimenticare questo tipo di associazioni, così mentre pedalavo ripetevo tra me e me “F. davanti, dietro A.” quasi fosse una filastrocca. Ed ho cantato, quanto ho cantato. Non posso ascoltare musica, è senza dubbio troppo pericoloso in bicicletta perché bisogna avere il doppio degli occhi e delle orecchie rispetto a quando si va a piedi, così ho intonato qualche motivetto mentre percorrevo le stradine secondarie, con meno gente. E’ stato un viaggio fresco e leggero, qualcosa di buono.

Tornata a casa, ho lasciato Mariella ed ho aspettato che il semaforo diventasse verde per attraversare. Dall’altra parte della strada un ragazzo coi capelli lunghi guardava nella mia direzione. Gli ho sorriso e quasi gli sono corsa incontro, chissà perché. Mi è venuto da pensare che ci vuole un sacco a costruirsi delle radici e a sentirsi finalmente parte di qualcosa; considerazione banale, ma che in quell’istante mi ha fatto sentire quasi realizzata.

Qualcuno ruberà Mariella un giorno. Forse succederà addirittura stanotte.

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E’ una casa sul mare: non ho voluto dirti altro. La vecchia casa di un vecchio amico. Mi siedi di fianco nell’auto azzurra, con le valigie sulle ginocchia; non hai avuto la pazienza di sistemarle nel bagagliaio quando sono passato a prenderti. Hai dei grandi occhiali da sole con una grossa montatura in plastica rossa, scorgo la punta del tuo naso e la bocca leggermente aperta, respiri regolarmente. Stai dormendo.

Arriviamo che si è appena fatta mattina. La casa è isolata, su una piccola altura; dall’altra parte la spiaggia e il mare. Scendi quasi di corsa e guardi in alto. Dici quello che vediamo: è una vecchia costruzione, in legno dipinto di bianco, oramai scrostato dagli anni e dalla salsedine. L’aria profuma. Ho sempre odiato l’estate, ma quello che abbiamo ora mi fa cambiare idea. Mi prendi le chiavi dalla tasca e ti precipiti all’interno; sento i tuoi passi sul pavimento cigolante, avrei voglia di entrare ma decido di rimanere fermo dove sono. Trovi alcune cose che ti fanno contenta, e lo sento da qui. Poi sali le scale, vengo anche io.

Siamo in una soffitta umida, entra qualche spiffero da un vetro rotto. Tieni in mano una bottiglia polverosa, che protegge un minuscolo veliero. Lo guardi meravigliata; è perfetto in ogni dettaglio. Ma come ce lo avranno infilato, lì dentro – dici, e non so risponderti. Mi alzo per dare un’occhiata al cortile: l’erba è quasi alta quanto la porta secondaria.

Ho esitato a lungo prima di chiamarti, non sapevo se questa ti sarebbe sembrata una buona idea. Ma l’hai accolta con entusiasmo. Mi sono procurato il necessario per poter rimanere tutto il tempo che volevamo. Potremmo essere in molti altri luoghi, in effetti, ma siamo qui.

Sei uscita fuori e hai attraversato il cancello verso la spiaggia, seguo il tuo percorso dalla finestra della soffitta. Il cielo è illuminato quasi completamente oramai. Il mare si muove appena, sfiorato da un vento impercettibile. Ti guardo fare piccoli passi sulla sabbia, con le scarpe ancora addosso. Risplendi d’oro nell’aria dell’estate.

Ad A.

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Tonda nel ciel di maggio
come un formaggio d’olanda
monta la luna in viaggio
ed il suo raggio ci manda
questo paesaggio che miraggio!
che sogno,
che sogno!

Dorme il mulino a vento
sotto la luna d’argento
dorme l’olandesino
nel suo lettino piccino
ogni cosa giace tutto tace
che pace…
che pace…

Odi i fior parlar tra looor!
parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan
muoveranno in coro i tuli
tuli tuli tulipan
odi il canto delizioso
nell’incanto sospiroso
parlano d’amore i tuli
tuli tuli tulipan
deliziosi al cuore
tutti i sogni miei ti giungeran
e di me ti parleranno
i meravigliosi tuli tuli tuli
tuli tuli tuli tulipan

Parlano tra loro i tuli
tuli tuli tulipan
muoveranno in coro i tuli
tuli tuli tulipan
oggi tu
parli col suon che vien dal cuore
pieno di languore
nell’incanto dei tuoi sogni
oh, tenero amor

La luna di lassu’ dalla cupola blu
sporge gli occhi all’in giu’
udendo questa canzon
il suo bianco faccion
si confonde
e le pare – fatto strano!
di ascoltare
le Lescano
che cantano tuli tuli tulipan
tuli tuli tulipan

Nel cantar questa canzone
le tre Lescan
ti sembreran
tre tuli tuli
tuli tulipan…

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Io mi sento importante rispetto a quelli che mi strisciano accanto inscatolati nelle automobili; mi sveglia il fresco nella faccia. Passo di fianco ai palazzi e ai bar appena aperti, con le saracinesche ancora a metà. Ho la musica alle orecchie e se voglio posso andare a tempo mentre gli altri siedono spenti di fronte al semaforo. Certo, non posso leggere mentre passeggio, ma non è poi così necessario.

Mi piace camminare la mattina presto, raccolta nella giacca di lana.

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