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Archive for marzo 2010

Una volta ho conosciuto una taglia quarantadue. Voglio dire, ho conosciuto una ragazza che come lavoro faceva la taglia quarantadue, nel senso che alcune aziende di moda prendevano le misure su di lei quando dovevano stabilire quanto fosse larga, lunga o corta una taglia quarantadue. Facevamo la fila alla posta insieme in uno di quegli uffici giganteschi sempre pieni zeppi in qualsiasi momento del giorno, dove per sbrigare quello che hai da fare ti ci vuole un’ora se sei fortunato. Aveva i capelli ricci tutti scompigliati, un giacchetto di jeans, pantaloni sportivi rossi, un paio di scarpacce consumate fino l’osso con le stringhe ciondoloni e in mano un pacchetto di soldi stropicciati. Si guardava intorno tutta contenta e ballettava in qua e là, aspettando il suo turno. Fu lei ad attaccare bottone. Disse che quello era il suo primo stipendio – proprio così “Sai, questo è il mio primo stipendio” – che la pagavano in contanti ogni tre mesi. “Faccio la taglia quarantadue, sto tutto il giorno in piedi a farmi misurare braccia, gambe e spalle…è per le case di moda” disse. Disse anche che non era un lavoro per niente noioso; mentre la misuravano centimetro dopo centimetro ascoltavano la radio e ogni due ore potevano fare una pausa caffè, ma a lei il caffè faceva schifo e prendeva sempre il latte. Non faceva nessuna dieta perché era sempre stata così magra, e lavorava solo tre giorni a settimana, perciò aveva un sacco di tempo libero. Mi sembrò tutto molto curioso. In effetti mi era capitato di chiedermi come stabililssero la misura delle taglie. “Certo dev’essere buffo”, le dissi. Avrei anche continuato a parlare, ma venne il suo turno e si avvicinò allo sportello senza salutare. Raccontò tutto sul suo lavoro anche alla signora della posta, sempre muovendosi a destra e a sinistra come un grillo scoordinato, e dopo aver versato i soldi sul suo conto si avviò trotterellando verso l’uscita gridandomi “Buona fortuna!” – chissà perché; nella nostra conversazione non avevo fatto che ascoltare, senza dire quasi niente.

Ho pensato molto alla taglia quarantadue, in seguito. La vedevo spuntare dagli angoli delle strade, venir fuori dai negozi e dai bar; sempre col suo sorriso leggero e i suoi passetti nervosi da insetto. Mi pentivo di non averle chiesto niente, quel giorno alla posta, avrei voluto sapere la sua larghezza, la sua lunghezza, i centimetri esatti che correvano tra la sua spalla destra e quella sinistra. O anche solo perché portava quelle scarpe, forse avrei osato toccarle i capelli. Ma la taglia quarantadue non l’ho più vista, per qualche ragione ho la certezza che non la rivedrò più – e forse è meglio così.

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Sono inquieta e non riesco a scrivere. Sono inquieta. Molto inquieta. Però forse sto imparando a controllarmi.

Leggere libri molto lunghi è una gran soddisfazione, questo posso dirlo.

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Di inizi.

A chi me lo chiede rispondo in maniera confusa, ma in realtà ricordo perfettamente da dov’è nata tutta questa storia del Giappone e del giapponese. In seconda elementare avevamo un libro di testo chiamato “Ali di gabbiano”. La copertina ritraeva una scena marittima, un faro su uno scoglio e due gabbiani in cielo; non so per quale ragione lo amassi così sconsideratamente, ma tant’è che me lo portavo sempre dietro e lo leggevo spesso. Una raccolta di brani semplici, filastrocche di Gianni Rodari, estratti di quello stronzo di Pinocchio, tutti accompagnati da un disegnino a tema. Un libro di testo qualsiasi per la seconda elementare, insomma.

Capitò che durante una lezione d’italiano leggessimo questo pezzo di poche righe, intitolato “La scrittura giapponese ” o giù di lì. Raccontava che i giapponesi hanno vari modi di scrivere, tra i quali i kanji, di provenienza cinese, che rappresentano delle cose o dei concetti e in tutto sono circa 50.000; per questo i giapponesi vanno sempre in giro con un piccolo taccuino in tasca e se vedono un kanji che non conoscono lo annotano e lo studiano per impararlo a memoria. Il brano era completato dall’immagine del kanji 木 “Ki” (albero).  Tutta questa cosa mi lasciò completamente sbalordita. L’idea di un giapponese che durante la sua giornata, in un qualsiasi momento, tira fuori il taccuino e si segna il kanji che ha visto e non conosceva ancora mi fece talmente caso che per tutto il giorno e per gran parte dei giorni a venire non parlai d’altro. “Mamma lo sai che i giapponesi vanno in giro con un quadernino perché hanno un sacco di lettere e nemmeno loro le conoscono tutte?” “Babbo lo sai che…?” “Nonna lo sai che…?” e così via. Non solo, questa storia la sciorino ancora adesso quando parlo con qualcuno di scrittura giapponese. Comunque, mi preposi come obiettivo primo della vita quello di imparare quella lingua e soprattutto quella scrittura, poi ci sono state un sacco di cose e bla bla bla ma insomma gira e rigira adesso che ho ventitré anni lo sto facendo davvero.

Niente, ci pensavo prima mentre imparavo il mio trentacinquesimo kanji – 包Tsutsu (mu) o Hou – che significa incartare, avvolgere, ed è infinitamente brutto, e pensavo che per potermi muovere con una certa sicurezza dovrò memorizzarne almeno altri millenovecentosessantacinque e poi ho pensato “madonna, in realtà sarebbero addirittura 50.000” ed eccomi qui.

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Vivo accanto alla rimessa degli scuolabus. Per il posto – un minuscolo prefabbricato, tutto sommato messo bene – non devo pagare niente, me lo danno in cambio della pulizia dei mezzi. Comincio a lavorare il tardo pomeriggio, quando tutti i pulmini  gialli sono rientrati dalla corsa di fine lezioni. Spazzo i pavimenti, aspiro i sedili, passo lo straccio. Cerco di eliminare quanto possibile del casino dei bambini che ci hanno viaggiato. Capita di trovare giacchetti, radioline, ombrelli, zaini, ma anche torsi di mela, carte di caramelle, pupazzi, giochini. Le cose di valore devo metterle in una stanza apposita, dove i genitori ogni tanto vengono a cercarle. Tutto qui. Il lavoro è semplice, a pulire tutto ci metto al massimo quattro ore, l’alloggio è carino anche se un po’ fuoricittà. A cento metri da casa passa il treno, giorno e notte, ma non è un gran fastidio, tutt’altro; capita che vada a sedermi vicino ai binari ad aspettarlo. Il sabato vengono a vederlo anche padri e figli dei palazzi qui accanto. E’ una specie di attrazione.

Ho un uomo. Non è mio marito, ma stiamo insieme da qualche tempo. Lo vedo raramente e non so che cosa faccia, quando non è qui; non ama raccontare di sé, ma so di certo  che ha altre donne. Parla con loro al telefono al mattino presto o la sera tardi quando crede che io stia dormendo, e scrive loro lunghe lettere senza preoccuparsi di nasconderle troppo bene. Giusto qualche ora fa gliene ho trovata una, tutta spiegazzata dentro un calzino, perciò me ne sono venuta via lasciandolo a letto, solo. Non credo se ne sorprenderà.

In generale non mi concedo molto; quasi niente, direi. Solo ogni tanto, in mattine come questa mi avventuro verso il centro della città. Dopo aver camminato un po’ decido di entrare in un bar a caso, il primo che vedo, per mangiare qualcosa. Il locale è scuro, arredato con poco gusto in stile latino; ci sono figurette di antiche divinità azteche, sombreri appesi alle pareti, vecchie pubblicità scolorite di noti rum. A me il rum fa schifo, lo detesto. E in generale nemmeno l’america latina mi piace; per non parlare della musica di quei posti. Però in questo momento può andar bene. Mi avvicino al bancone, la barista grassoccia con gli occhi allungati e l’aria gentile mi porge un menu sorridendo. Ordino crêpes al formaggio e un bicchierone di rum, uno qualsiasi. Mi siedo al tavolo e aspetto. Siamo in una via turistica, fuori passa un sacco di gente; si fermano a guardare la composizione di frutta in vetrina. Io la noto ora per la prima volta.  Mi rendo conto che in effetti neanche la musica mi dà più fastidio; c’è una canzone famosa, che da qualche parte dice “la vita è un carnevale”. Se fosse stato un giorno qualsiasi l’avrei detestata, davvero.

La cameriera arriva pochi minuti dopo. Ha in mano un piatto con una graziosa composizione, la crêpe al centro ricoperta di riccioli di formaggio, e intorno due laghetti di salsa al pomodoro e alla cipolla. Una vera delizia. Mastico piano e mi sembra la cosa più buona del mondo. Dovrei tornare a casa, perché è tardi e l’ultimo autobus passerà a momenti, ma la prendo con calma. Chissà se avranno chiamato qualcuno a pulire i pulmini al posto mio, nel pomeriggio. Io stessa non mi sono curata di giustificare la mia assenza. Ma anche se nessuno li pulisse, ai bambini importerebbe poco.
Ho ancora mezzo rum nel bicchiere, per quanto possa sforzarmi è davvero disgustoso. Senza che nessuno mi veda, lo rovescio sul tavolo di legno rotondo. Per un po’ guardo il liquido che si spande a cerchio e piano piano prende a gocciolare dai margini verso il pavimento. Poi pulisco con la manica della felpa il macello che ho fatto.

Alla fermata capisco che l’ultima corsa c’è già stata da un pezzo, ma non me ne preoccupo. Mi siedo sul ciglio della strada. Passa qualche bicicletta cigolante, poi più niente. Ho i capelli arruffati e puzzo d’alcool, non so perché ma questo mi fa sentire al sicuro. Così, mi addormento.

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Cos’è che mi ha fatto comprare un vestito marrone?

Fino a poco tempo fa per me il marrone non è mai esistito. Non mi interessava, lo evitavo; forse non lo vedevo proprio. Però adesso ho un abito marrone. E, pensandoci bene, anche i miei stivali sono marroni. Nel vestito ci sono dei disegni, credevo fossero galletti ma infine ho dovuto riconoscerli come gatti con dentro delle città e la luna.

I miei capelli sono un po’ più lunghi, dritti da un lato e lisci dall’altro. Somiglio a una specie di fungo mangiucchiato dai cerbiatti. Ho due grandi occhiaie violacee, e le guance rosse, quelle stronze. Diventano sempre rosse. E quando diventano rosse c’è sempre qualcuno che, divertito, mi fa notare quanto siano irrimediabilmente rosse, col risultato che alla fine diventano ancora più paonazze e il rossore, felice di essere notato, corre verso le orecchie e giù lungo il collo fermandosi infine sui miei seni candidi, mentre ansimando per la vergogna prego non so chi per farmi ritornare qualcosa di normale, o quantomeno una cosa qualsiasi che non sia la pappa al pomodoro che effettivamente sono.

Eppure il rosso mi piace così tanto. E’ proprio il mio colore preferito. Mentre invece il bianco lo detesto; magari c’entra qualcosa. Una volta alla televisione inglese ho visto un bambino che si rifiutava di mangiare pomodori e alla fine, con grandissima sorpresa della madre, grazie a un importante psichiatra riuscirono a capire che questo succedeva perché il fanciullo aveva terrore dei clown, e i pomodori gli ricordavano i loro nasi rossi. Guardavo questo programma una mattina, stirando. Mi piace molto anche stirare. Tutto quel vapore, e quel buon profumo, e i vestiti ripiegati geometricamente, a riposare uno sull’altro.

Forse l’ho già detto, anzi, di sicuro, ma la primavera non mi piace. Mi ricorda quelle domeniche di aprile noiosissime quando con i miei andavamo a trovare le varie zie sparse qua e là per l’Italia. E poi c’è il sole, un sacco di sole. E i pollini e la gente. E quando fa caldo non mi posso mettere le cose a collo alto, perciò mi sento nuda ed ho paura.

Bussano alla porta.

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Non guadagniamo molto, per questo viviamo tutti nella stessa casa dividendone l’affitto. Uno dei vecchi coinquilini era un po’ più grande di noi ragazzi, un professore; soffriva di accessi d’ira. Per cose irrilevanti si arrabbiava, la testa cominciava a diventargli rossa e sudava, quasi potevi vedere il vapore uscire dalle sue orecchie. Lo prendevamo in giro, con gli altri abitanti della casa; a turno seguivamo le sue mosse, lo spiavamo, fino al momento in cui – ecco! – impazziva, si gonfiava e strepitava per un libro un po’ macchiato o per il tè troppo bollente. Iniziammo a provocarlo, ‘che il vederlo imprecare ci divertiva, e tanto facemmo che alla fine il professore se ne andò lasciando la sua quota mensile da pagare.

Io sono come lui, ma mi nascondo meglio. Se vedo qualche cosa che mi strugge corro in bagno e piango, stringo i pugni e saltello come un gatto con la coda in fiamme. Nessuno sente e nessuno dice niente; non devono sapere perché poi prenderebbero a farmi dispetti, allora anch’io mi vedrei costretta a traslocare. Il mio uomo se la fa con altre donne, con altre cinque, o forse anche più; scrive loro lettere d’amore gonfie di passione, fa con loro quello che con me non sarebbe capace neanche di immaginare. Gli trovo questi stralci scritti nei cassetti e nelle tasche dei giubbotti, e divento il professore, quello che abbiamo fatto scappare, mi vergogno ed ho paura che qualcuno possa capire.

Al piano di sopra una donna dà l’aspirapolvere; non c’è rischio che mi sentano, fortuna.

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Non so come sia la mia casa. Quella attuale, intendo. L’ho vista qualche minuto prima che mio padre la comprasse, ancora spoglia e senza mobili. Nel frattempo loro hanno traslocato, hanno buttato via la roba vecchia e hanno portato i gatti al nuovo indirizzo. La mamma ha detto che hanno miagolato la prima notte, ma poi si sono abituati.

Ci pensavo prima. Stavo pianificando alcune cose figurandomi la mia stanza nella casa vecchia, e mi sono resa conto che quella in effetti non è più la mia stanza. Ora una camera personale non ce l’ho più, che tanto vivo in un’altra città. Però ho uno studio con vista sul lago dove si suicidano i vecchini depressi. Non male.

Mi sento persa. E mi pare difficile anche buttar giù due righe. Intanto è già marzo.

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