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Archive for luglio 2010

A me piace molto andare a fare la spesa.
Cominciare dal reparto della frutta e seguire il percorso obbligato dalla macelleria ai prodotti per la casa, fino alle cazzate accanto alle casse che non riesco mai a non comprare.  Tipo quelle gomme rotonde giganti ai gusti improbabili o gli snack a base di cioccolata.

E mi piacciono i supermercati, specialmente quando non c’è molta gente. E’ buffo guardare gli altri che si aggirano lenti tra uno scaffale e l’altro, sempre guardando in su. Mi piace la gente che fa la spesa senza fretta, una cosa alla volta.

Guardo un po’ tutti, ragazze, ragazzi, nonni, guardo sempre gli inservienti e mi ricordo di loro. Da un po’ di tempo, tranne qualche caso eccezionale, vado sempre a far compere nel grande negozio vicino casa e conosco bene i volti e i modi di fare di tutti quelli che ci lavorano. Ci sono le fornaie con le gote rosse, i ragazzi che sistemano la frutta che hanno tutti i capelli neri; una volta ne ho visto uno senza cuffia, con sorpresa scoprii che i suoi capelli erano lunghi e ricci, non l’avrei mai detto. Poi c’è il pescivendolo, che è proprio il classico pescivendolo alto, con le spalle larghe, le braccia pelose, i capelli folti e scurissimi, che guarda sempre le ragazze coi vestitini, me compresa, e in effetti è divertente che lo faccia. Poi gli altri che riordinano gli scaffali, una volta da una parte, una volta dall’altra, uno dei ragazzi l’ho incontrato un giorno, lui in motorino, io in bici, mi ha sorpassata ed ha continuato la sua strada nonostante il semaforo rosso, non credo neppure si sia accorto di me. In effetti mi sono chiesta spesso se anche loro, quelli che ci lavorano, si ricordino dei clienti, tanti ne vedono passare ogni giorno. Beh, il pescivendolo di sicuro, si vede da come guarda. Infine ci sono le cassiere, quanta pazienza dovranno avere, specialmente quelle che controllano le casse automatiche, che care ragazze, sempre col sorriso nonostante i vecchini impertinenti e i giovani incapaci che non riescono a capire che dopo aver passato il codice a barre di un prodotto questo va depositato dall’altra parte della cassa di modo che il suo peso venga verificato, ma le cassiere sempre gentili, lì a rispiegare sempre le stesse cose cento volte al giorno come se ogni volta fosse la prima.

Ieri, in fila per pagare, avevo di fronte una donna strana con un gran vestitone lungo e la schiena completamente scoperta; ma niente di bello, anzi, il contrario, una schiena grassa e appiccicosa, afflosciata in due grosse lonze proprio sotto le scapole. L’avevo vista poco prima entrare in farmacia, e mi aveva colpito, chissà perché. Insomma, questa tizia aveva un grosso librone di fisica, e in faccia sembrava una specie di talpina confusa, non so dire se mi facesse tenerezza o pena. Comunque ho pensato che magari qualche anno fa doveva essere sicuramente stata una di quelle ragazze che si fissano col cioè e scrivono centinaia di poesie orrende, abusando delle parole cuore, amore, dolore, spezzato, per sempre.

Una volta avevo un’amica che ogni anno tappezzava la copertina del diario con queste poesiole, poi è diventata una mezza alcolizzata. Chissà se c’è un nesso.

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Succede che mi trapanano il cervello. Fuori dalla mia stanza stanno distruggendo la strada, e si sente un gran rumore. Tru-tru-tru-tru, martelli pneumatici e ruspe. Non riesco a combinare niente con questo casino.

Comunque, ho finito di leggere Tess, proprio ieri. Mi avevano avvertita, e ricordavo dal liceo come la storia si concludesse, ma entrarci dentro è un altro conto. Potrà sembrare roba da donnette, forse lo è – quale uomo si avventurerebbe a leggere la tragedia d’amore di una ragazza inglese – ma alla fine ero così affezionata ai luoghi, alle persone, che conclusa l’ultima riga ho pianto di rabbia e ci ho dormito su due ore buone.

Il Signor Thomas Hardy era davvero bravo. Sadico, ma bravo.

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Da tempo.

Ho trovato una moneta da duecento lire in fondo a un cassetto, riordinando. Deve avermela data per sbaglio il giornalaio qualche giorno fa, come resto del giornale che ogni mattina porto in ufficio.

Le monete da duecento lire mi piacevano un sacco. Potevo giocarci al flipper, fare una telefonata alla cabina telefonica, comprarci due gomme da masticare San Carlo  (quelle lunghe rosa dolcissime che di solito sull’involucro ritraevano gatto silvestro) o qualche altro personaggio dei cartoni animati. Che quando le mangiavi ti frizzava la base del collo, tanto erano zuccherose.

***

In realtà ho iniziato a scrivere questa cosa due mesi fa e non ho mai continuato. Mi sono ritrovata molte volte qui di fronte ad aggiungere qualche riga su varie faccende, ed ho puntualmente ri-cancellato tutto. Allora dico, tanto per chiudere, che ho finito di leggere Genji Monogatari, nel frattempo ho letto altri libri e adesso sono in deliquio per Tess dei d’Urbervilles, di Thomas Hardy. Ho anche dipinto il mio primo quadro.  C’è stato il mio compleanno, tempo fa. Ho avuto un incidente in bicicletta. Ho rincontrato una mia amica di vecchia data, e con lei sono venuti su un sacco di pensieri e di cose che credevo sepolte oramai da tempo, semplicemente scambiandoci due parole, ma credo che funzioni così per tutti.

Sto bene, credo.

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