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Archive for novembre 2010

Guasti.

Il problema vero arriva quando te ne rendi conto. Fai una data cosa per un periodo, magari non è la tua attività preferita ma comunque ti porta verso una certa direzione. Poi per una qualche casualità questa cosa non puoi più farla, e la routine si tronca. Esempio: passavi otto ore al giorno a lavorare di fronte a un computer, si rompe il modem e non puoi più fare niente fino all’arrivo del tecnico. E il tecnico tarda, così ti ritrovi ad avere due interi giorni liberi, nei quali però sei costretto a rimanere in ufficio per attendere il famoso tecnico. Io ho risolto l’annosa questione del tempo che non passa semplicemente leggendo, per sedici ore di fila, durante le quali ho concluso un libro e ho potuto leggere buona parte di un altro, per un totale di circa quattrocentocinque pagine.

Ma poi il tecnico è arrivato, tutto si è sistemato, i computer sono tornati a vivere e il lavoro è ripreso. E’ qui che è iniziato effettivamente il problema. Perché ho ricominciato a svolgere i miei compiti con una strana fatica. Non amo il mio lavoro, non è ciò che voglio fare nella vita, ma prima del guasto avevo comunque un certo piacere a svolgere le stesse cose ogni giorno – aprire l’ufficio, dare aria alle stanze, avviare i computer, ordinare i dati eccetera. Faceva tutto parte della mia piccola routine giornaliera, sulla quale piano piano avevo imparato ad adagiarmi, e che il guasto ha spezzato. Quando il sistema è tornato a funzionare, sono rimasta una buona mezz’ora a fissare lo schermo e pensare che avrei preferito leggere. Oh, quanto avrei preferito leggere. E ho preso a svolgere i miei compiti svogliatamente, in maniera strascicata, una cosa dopo l’altra non per il gusto di concludere davvero qualcosa, ma giusto per ammucchiare i fogli completati e dirmi che – ah, finalmente ho ripreso a lavorare. No, non mi piace per niente. Ma proprio per niente. E il tecnico del telefono, – che faccia tosta – dopo aver messo a posto l’aggeggio bloccato, mi ha persino chiesto di prendere un caffè insieme.

Il libro che ho concluso è “Il libro nero” di Orhan Pamuk. Con questo mi sento di dire a Daniel Pennac che si sbaglia di grosso quando sostiene che il lettore è libero di saltare le pagine che lo annoiano, per arrivare alla conclusione. Grandissimo, enorme, spregevole errore. “Il libro nero” mi ha annoiata a morte per le prime duecento pagine, una fatica che non sto a spiegare, e mi ha sorpresa e completamente coinvolta nelle ultime trecento – che se non avessi letto dopo essermi trascinata per le prime duecento non mi sarei goduta allo stesso modo. Quindi grazie Orhan per avermi scartavetrato gli zebedei per un po’, ne è valsa la pena.

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Ho capito che mi stavi sulle balle quando sei andata via e non riuscivo a farti un disegnino di addio. Buttai giù non so quante donnine con in mano un quadrifoglio e un fumetto – good luck – nessuna che davvero lo volesse dire, solo piccole chiazze d’inchiostro inespressive sparse sul quadreno. Ogni tanto mi ricapita tra le mani, e dico, già, quella stronza. Il modo in cui pronunciavi la r, quello poi. Ho capito di odiarti quando dopo mesi che non ci sentivamo e chiedevi di me, a chi me lo raccontava rispondevo: non le darei mai i miei contatti personali, non possiamo mica scriverci le letterine; non saprei nemmeno cosa dirle. Ho capito che sei una brutta stronza, sei proprio una stronza, e fai parte del manipolo di stronze con cui non voglio avere niente a che fare, ma sei troppo lontana per potertelo dire e non ho i tuoi contatti, vedi sopra. Che palle le donne, brutte stronze, finisce sempre male.

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