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Archive for gennaio 2015

Ho volato per la prima volta a quindici anni. C’è una foto da qualche parte in uno dei tanti non-luoghi dove sono conservati i miei cimeli che ritrae me e le mie compagne di classe sedute di fronte all’aeroporto, assonnate, il cielo appena schiarito dai primi raggi di sole del mattino, vestite di abiti tremendi ma che amavamo – pantaloni larghi a righe colorate, felpe da ragazzo, tutte coi capelli lunghi, una coi capelli rosso fuoco, e le scritte sugli zaini. “Fa paura quando decolla”, diceva la mia migliore amica “la velocità ti schiaccia al sedile e ti viene da chiudere gli occhi”. Non avevo paura. Seduta dal lato finestrino, ammiravo la terra diventare obliqua e le nuvole ingrandirsi, farsi nebbia e poi unirsi sotto i miei occhi in un mare morbido. Con Homogenic nelle orecchie per la prima volta ho volato, e per la prima volta ho raggiunto la città di L., una ragazzina di quindici anni coi capelli lunghi e il cuore spezzato.

Da allora non so quanti voli abbia preso. Non sono certo una di quelle persone che volano tutti giorni, ma tuttavia ho volato abbastanza da aver memorizzato i vari passaggi alla perfezione ed essere sempre preparata ai controlli davanti ai gates – via cintura, orecchini e bracciali, lenti, eyeliner e mascara nella bustina di plastica trasparente, portatile, cellulare e macchina fotografica fuori dallo zaino, stivaletti sul rullo di controllo nel caso sia inverno e li indossi.

Ho sempre pensato che le città viste dagli oblò di notte sembrino delle collane. Una cosa che amo fare quando volo a L. è vedere Parigi, nuvole permettendo. Si riesce a distinguere la raggiera luminosa di strade che convogliano in Place Charles de Gaulle, e una Tour Eiffel minuscola simile a quelle che decorano i braccialetti delle ragazze. Parigi è una collana sontuosa ma non pesante, con un grande ciondolo centrale e tanti altri più piccoli, uniti da una catenella dorata. L’ultima volta, passandoci sopra, l’ho vista come un’isola attaccata da tante barchette scintillanti sospese sopra un mare nerissimo.

L’inverno è iniziato e ha portato il buio. La mattina sembra notte, un mio collega proprio oggi appena arrivato in ufficio alle nove ha risposto al telefono con un “Buonasera”, senza nemmeno rendersi conto dell’errore.

A volte mi sento come se avessi attraversato una foresta e dopo aver perduto vestiti, scarpe, capelli e pelle, rimasti attaccati alle spine dei rovi attorcigliati alla base degli alberi, sia riuscita a venire fuori in questo posto. Piccole cose mi portano pensieri. Ricordo che una volta mi piaceva cucinare, tanto da sentirmi eccitata alla sola idea di fare la spesa e passare il fine settimana tra cucina e divano, mescolando, triturando, impastando e assaggiando.

Scendo da una metropolitana e mi dirigo a passi veloci verso un’altra linea, quella che mi porterà a casa. Natale è passato da poco e la città non freme ancora come nei normali giorni lavorativi. Per la prima volta riesco a non arrabbiarmi mentre cammino a testa bassa nella mia direzione, i corridoi non sono affollati e non ci sono mandrie di turisti disorientati, ammassati l’uno contro l’altro alla ricerca di risposte in una cartina stropicciata. Quando mi sento triste inizio a contare per non pensare e ora, appunto, sto contando i miei passi. Al trentacinquesimo mi fermo perché non riesco più a tenere il conto, la musica mi distrae – c’è un musicista a metà corridoio, con una vecchia chitarra elettrica e un piccolo stereo che manda una base registrata; lui è alto, vecchio e striminzito, ha i capelli biondi e bianchi. Tra le note sgangherate della sua chitarra riconosco alcuni dei ritornelli più conosciuti dei Beatles. Mi fermo ad ascoltare. Per alcuni minuti, forse dieci, rimango in piedi a un paio di metri, con la testa rivolta verso il flusso di persone, poi senza quasi accorgermene mi avvicino sempre di più al muro fino ad appoggiarmi e a scendere pian piano verso il basso. Ora sono seduta. La musica non si sente più e io ho gli occhi chiusi. “Ti piace?” sento una voce dire, da fuori. Rispondo di sì senza aprire gli occhi. “Allora continuo”. La musica riprende e ad ogni nuovo pezzo lancio una monetina nella sacca della chitarra, che il musicista ha riposto con fare speranzoso davanti ai suoi piedi.

Non so quanto tempo trascorra. Mi ritrovo a canticchiare “Hello Goodbye” sottovoce. Nel corridoio non c’è più nessuno. “Dobbiamo andare via” dice il musicista. Mi porge la mano e mi aiuta ad alzarmi. Entriamo senza dire una parola in un convoglio completamente vuoto e sempre in silenzio aspettiamo che parta. Il musicista si fruga in tasca alla ricerca di qualcosa, e dopo poco con un sorriso trionfante mi ficca in bocca una gigantesca caramella mou. “Devi mangiare”, dice.

Arriviamo al capolinea, dove la metropolitana non è più una metropolitana e si riesce a vedere il colore rosa della notte inquinata di luci. Fuori dalla stazione il musicista si guarda intorno, con le mani in tasca. “Non hai un posto dove andare e non hai più niente”, dice. Mi viene da guardare verso il cielo ma non si vede altro che una poltiglia rosa, senza stelle. Non ho un posto dove andare e non ho più niente. Il musicista si sistema la sacca con la chitarra sulle spalle, si accende una sigaretta, mi sorride e mi saluta, camminando a passi lenti lungo una strada decorata di lampioni arancioni. Poi sparisce dietro un angolo.

Non ho un posto dove andare e non ho più niente. Mi appoggio allo steccato che protegge i binari della stazione. Non si sente quasi niente, qui, dove a malapena passano le automobili. Chiudo gli occhi. Mi chiedo se il mattino arriverà mai.

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