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Archive for aprile 2015

Devo ancora abituarmi al nuovo taglio di capelli, alla frangia che mi copre la fronte. Li ho tagliati stamani dopo essermi resa conto di non poter piu’ vedere la mia faccia allo specchio. Sono felice perche’ sembro un’altra persona; ma devo abituarmi. Alla fine e’ tutto questione di abitudine.

Cammino controvoglia verso la fermata della metro, in borsa un libro che non vorrei leggere. Non ricordo neppure chi me lo abbia regalato, ma e’ l’unico che sono riuscita a trovare a casa. Quando l’ho aperto, stamani, dal centro e’ caduto un vecchio biglietto Ryanair, direzione Ibiza: Mademoiselle Chloe Z. Non ho voglia di ascoltare musica. Mi siedo e aspetto di essere trasportata verso la prossima stazione. Da li’ mi spostero’ in un’altra linea, sul sedile di un altro convoglio con i corrimano di un colore diverso (azzurro) e ancora una volta attendero’ di arrivare verso un altro luogo. A volte mi viene il dubbio che la metropolitana resti ferma, e che sia invece il mondo fuori a muoversi.

C’e’ un vento gelido e ho freddo, tanto. Decido di rifugiarmi in uno Starbucks. Ordino un caffe’ e mentre la barista non vede rubo dal bancone un biscotto ricoperto di caramello e cioccolato. Non so perche’, ma ogni tanto mi viene da fare queste cose, in maniera del tutto naturale. Non so a cosa sia dovuto, non credo nemmeno ci sia una ragione precisa; non mi interessa scoprirlo.

C. sara’ in ritardo di almeno mezz’ora, lo dice sul messaggio che mi ha appena inviato. “Non sei gia’ li’, vero?” – una faccina sorridente alla fine della frase. Dopo piu’ di un anno in questa metropoli posso ancora vantarmi di non essere mai arrivata in ritardo a un appuntamento. “No, sono per strada. Saro’ li’ tra un po’” – mento. Comincio a leggere e aspetto.

Dopo un’ora e dieci minuti una mano si ferma sulla mia spalla. Si scusa per il ritardo, ma hanno cancellato tutti i treni da casa sua per un guasto ad un semaforo, e  – “Come sei carina con questi capelli. E’ da tanto che non ci vediamo”. Vuole portarmi in un pub che e’ anche una barca, ormeggiato sul fiume, con una vista eccezionale sul profilo piu’ famoso della citta’. Qualsiasi posto pur di stare lontani da questo freddo, dico.

La serata va inaspettatamente bene. Dopo la prima ora in cui si parla del piu’ e del meno mi chiede perche’ sia sparita nel nulla. “Perche’ e’ cosi’ che faccio. A volte mi succede”. Gli chiedo perche’ nonostante tutto mi abbia voluta vedere con tanta insistenza. “Perche’ mi piaci. Anche se sparisci”.

Io non sono brava con l’alcool: mi bastano due birre medie per sentirmi ubriaca. Non bevo mai e non sono abituata. Sono lo zimbello dei miei colleghi che riescono a trangugiare anche otto, dieci pinte a testa dopo il lavoro e tornare a casa ancora in piedi. Glielo dico. Mi sento allegra e leggera. Ride. Mi chiede spesso a che cosa stia pensando, gli piacerebbe leggere la mia mente quando nota che il mio sguardo si perde. Ma a cosa stia pensando non lo so bene nemmeno io; a volte penso solo alle pareti di questa barca, dipinte di giallo – il giallo non mi piace. Altre volte penso alla strada che collega il mio paese natale a quello piu’ vicino, ma non quella nuova asfaltata, quella vecchia che passa per il bosco. Altre volte ancora penso al giorno in cui la vicina di casa di mia nonna mi regalo’ una piantina e io di tutta risposta – avro’ avuto si’ e no cinque anni – dopo averla accolta con un sorriso, iniziai a farla a pezzi con le mie mani. Ma di tutto questo non dico niente. Poi mi ritrovo coperta di cera fino ai gomiti: profuma di vaniglia – non so come sia successo, mentre parlavamo devo aver iniziato a giocare con la cera della candela accesa sul tavolo. Lui ride ancora. “Lo so, ho cinque anni”, dico. “E’ per questo che mi piaci”, dice.

Tra le cose che devono piacermi di una persona, le due principali sono di sicuro il suo odore e le sue labbra. Non so da quanto tempo non mi capitasse di baciare qualcuno. I baci buoni sono tutti uguali, e di solito si ricordano solo quelli disastrosi. Prima di andarsene verso il suo treno mi da’ un altro bacio in fronte, piano. “Ci vediamo sabato”, dice. Lo saluto senza neanche alzare gli occhi. Forse sono un po’ contenta, ma mi rende triste rendermi conto di quanto siamo intercambiabili. I baci sono sempre baci, le uscite, gli abbracci. Ci saranno nuovi incontri di famiglia, “Piacere, sono M.”, nuovi compleanni, nuovi viaggi, cose da cucinare, torte da preparare, e chissa’ quante altre volte le cose cambieranno e continueranno a cambiare di nuovo. E’ solo questione di abitudine. Non voglio essere intercambiabile. Mi addormento con la testa poggiata al corrimano della metropolitana, marrone. Nel convoglio non c’e’ nessuno, solo una distesa di giornali abbandonati dai viaggiatori di ritorno a casa dopo il lavoro. Prossima stazione K. G. E’ solo questione di abitudine. Scendo.

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Io ci ho pensato a quello che avrei detto se mi avessero fermato, mentre correvo.

È vero che quando si corre si entra in una specie di stato meditativo ed essere sinceri è più naturale.

Perché stai correndo oggi? – Per mettere a tacere i miei pensieri. Per concentrare la mente sul respiro, sulle gambe e sulla strada.

Qual è la cosa più importante che ti sia mai successa? – Non so. Forse avere provato a sbagliare.

Hai degli obiettivi nella vita? – A dire il vero nessuno. Solo essere felice. Anzi, non felice: essere serena.

Che cosa diresti a chi ci ascolta? – Combatti per quello che hai. Nemmeno l’amore basta da solo, se non ti smuove e non ti fa combattere. Stacca i ricordi dalle situazioni, dalle canzoni, dai film, dalle ricette, dagli oggetti, goditi i giorni e le cose per quello che sono. Guarda avanti.

Non sono bella e non sono forte, ma se corro è così che mi sento. Oggi l’allenamento è andato alla grande.

Inserisco la chiave nella serratura di casa. Controllo: dieci chilometri e quattrocentosessanta metri.

Un’ora e diciotto minuti.

Non ho nemmeno più paura delle salite.

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A volte viene da qualcosa di piccolissimo. Un profumo che non indossavo da tanto, un dettaglio nella tappezzeria della metropolitana. Una ragazza bellissima, capelli lunghi biondo cenere, due treccine a decorarle la testa. Il sapore di un cibo mangiato anni fa in Giappone. Tutto diventa offuscato come attraverso il fondo di una bottiglia.

Le nuvole hanno di nuovo chiuso il cielo. C’e’ profumo di erba bagnata.

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Ho una caviglia gonfia; sento una fitta profonda che parte dal piede e arriva al ginocchio a ogni passo che faccio. Cerco di non pensarci mentre mi avvio verso l’ufficio. Questa mattina mi ha svegliato un sogno terribile: avevo una ferita enorme su una coscia, internamente; in chissa’ quale modo avevo perso una porzione di pelle molto grande e andavo in giro in mutande a cercare aiuto dai miei amici, incredula, con le lacrime agli occhi. “I., guarda che cosa mi e’ successo”. I. mi guardava comprensiva, mi abbracciava e diceva di non preoccuparmi: sarebbe andato tutto bene. Come si sta quando tutto va bene?

Non c’e’ un solo momento della giornata in cui la caviglia smetta di pulsare. Torno a casa dopo il lavoro e anche se non ne ho nessuna voglia, dopo aver visto qualche video-ricetta  – non so perche’ guardare gente che cucina mi tranquillizzi cosi’ tanto – inizio a vestirmi. I pantaloni neri comprati in Giappone, ormai sdruciti ma troppo comodi per poterli buttare. La maglia gialla presa da Decathlon – D-O-M-Y-O-S! Il jingle della pubblicita’ mi risuona in testa ogni volta che la vedo; lo scaccio via come una zanzara, scaccio via l’immagine del Decathlon vuoto e tutto quel giorno. Mi infilo le chiavi in tasca e inizio a correre.

La caviglia fa male, mi dico che lo faro’ solo per dieci minuti, quel tanto che basta per scaricarmi un po’. Il parco e’ semideserto, se non fosse per la lezione di acqua-gym in corso nella piscina di fronte non si sentirebbero rumori. Il sole e’ un pallone alto, giallo nel cielo. In questo stesso giorno, tanti anni fa, San Giorgio ha ucciso un drago – lo dice la radio. Lo ha infilzato dopo che la principessa lo aveva tratto in inganno, rendendolo mansueto. A me quel drago fa tanta pena. Altri dieci minuti, poi torno a casa. Il cielo si tinge di rosa e sono ancora qui; procedo senza spingere troppo ma con passo deciso. Ci dev’essere qualcosa nell’aria che quando corro non mi fa pensare a niente e mi fa sentire quasi euforica. La caviglia non fa troppo male ed e’ passata mezz’ora senza che nemmeno me ne accorgessi. Sto ascoltando una canzone con un testo ridicolo, che preferirei non dover capire. Mi scoccio banalmente del fatto che tutte le canzoni parlino d’amore. In questo momento vorrei sentire un pezzo che parli di come preparare al meglio i croissant. Forse dovrei mettermi a scrivere canzoni io.

Raggiungo la soglia di casa dopo piu’ di quaranta minuti e nonostante la caviglia dolorante proseguirei per almeno altri tre chilometri ma non voglio strafare. Questo e’ il momento della giornata che preferisco: quando il lavoro e’ fatto, la corsa e’ conclusa, e non resta che godersi il benessere momentaneo che ne deriva. Io sono quella che ha preso lo spillo in mano e ha fatto scoppiare la bolla di sapone, e lo spillo e’ pesante. Penso che per un bel po’ continuero’ a correre nel vuoto, verso il vuoto. In qualche modo mi fa sentire meglio.

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Ho una nonna che vive in campagna. D’estate mi spedivano da lei per almeno due mesi; di quei periodi ricordo perfettamente le lacrime prima di partire, mentre mia madre mi preparava la valigia – detestavo staccarmi da lei anche solo per le otto ore in cui andavo a scuola – e le lacrime prima di tornare, con la faccia spiaccicata al finestrino dell’automobile dei miei genitori, mentre la nonna mi salutava sorridente con la mano in piedi sul cancelletto di casa, fiato, lacrime e moccio che mi offuscavano il respiro e la vista. Non volevo mai tornare alla vita di sempre dopo l’estate spensierata in campagna, con grande dispiacere di mia madre che ogni volta subiva giornate intere di pianti, incapace di poter dare sollievo alle mie pene.

A me domire non è mai piaciuto. Ho sempre avuto problemi ad addormentarmi, la testa mi si riempie di pensieri l’attimo in cui la poggio sul cuscino e non riesco a lasciar andare il giorno. In più sono estremamente mattiniera; da piccola lo ero anche di più. D’estate poi, complici i mattini assolati, riuscivo a svegliarmi a orari impensabili che nei periodi in cui stavo da mia nonna in campagna potevano sfiorare le quattro e mezzo. Anche mia nonna si alzava a quell’ora, iniziava a sfaccendare e a preparare il miscelato per le galline – una sorta di pastone in cui finivano pane secco, acqua e avanzi del giorno prima, che mi metteva una fame incredibile – mentre io silenziosa mi sedevo sulla piccola seggiolina di vimini in cucina e guardavo repliche di vecchissimi programmi o cartoni animati in TV. Si chiedeva sempre, la nonna, perché non dormissi; ma tutto sommato non le davo noia, ero una bambina quieta e silenziosa, e nonostante non lo ammettesse e volesse sempre rispedirmi a letto per qualche ora, sapevo che la mia compagnia le era molto gradita.

Dopo aver dato da mangiare alle galline tornavamo a casa insieme e per lei era già ora di mettersi ai fornelli. Annoiata dalla TV e ancora lontana dalle scorribande pomeridiane coi miei amici, di solito trascorrevo il tempo prima del pranzo a correre su e giù per il piccolo giardino o a scarabocchiare disegnini su vecchi giornali del nonno – sono sempre stati un po’ rustici i miei nonni di campagna, ed era cosa rara trovare da loro un quaderno o anche semplicemente un foglio bianco su cui poter scrivere. Un giorno, non ricordo bene come o perché, prima di andare all’orto il nonno mi mise sotto il naso un volumetto de La Settimana Enigmistica. “Te che vai a scuola con questo ti ci puoi divertire” disse. Lipperlì non diedi tanto peso alla cosa e continuai a usare La Settimana Enigmistica come un qualsiasi giornale, a mo’ di blocco, disegnando e scarabocchiando in qua e là. Poi, incuriosita da caselle e definizioni, iniziai ad interessarmi ai vari enigmi cercando ogni volta di risolverli come potevo. Partendo dagli “Unisci i puntini” e “Trova le differenze”, passando per gli adoratissimi “Crucipuzzle”, nacque il mio smisurato amore per l’enigmistica. Per cruciverba e rebus mi facevo aiutare da mio cugino più grande, o dalla vecchia enciclopedia del 1968 di mia mamma, conservata con cura nella minuscola simil-libreria di mia nonna. Ogni estate trascorrevo ore ed ore tra caselle, definizioni e bic nere, seduta al fresco sulla panchina sotto il ciliegio, l’unica del piccolo centro abitato.

Anche oggi continuo ad amare l’enigmistica. Ad esempio, ogni volta che volo ne porto un volumetto con me, e il solo pensiero di averlo in borsa mi tranquillizza. Dopo aver allacciato le cinture inizio a sfogliare le pagine alla ricerca del cruciverba più lungo e complesso, che mi possa tenere impegnata per almeno un’ora, e armata di bic e pazienza sciolgo un enigma dopo l’altro, mentre un luogo si allontana e un altro si avvicina. Mi piace fare cruciverba quando sono inquieta ed agitata. Il cruciverba è un problema tangibile, rinchiuso tra quattro pareti, con caselle e numeri che ne guidano le risposte. Tre verticale: un insetto e un gioco – Scarabeo. Quarantadue orizzontale: spiccioli a Londra – Penny. Le ansie e le nostalgie che mi assalgono si assopiscono sotto le centinaia di letterine stampate sulla carta grossolana. Quindici verticale – Non avrei mai dovuto. Sessantuno orizzontale – Avrei potuto. Finisco il mio cruciverba e l’ultimo rimasuglio di caffè latte dentro la tazza, ormai freddo. Fuori ci sono solo nuvole. È ora di rientrare.

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