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Archive for novembre 2015

Mi intrigano i vari modi che le persone trovano per farsi e fare del male. Alcune ovvie, come una sprangata sulla schiena con un palo di metallo, altre meno, come il bambino che sceglie quel giocattolo preciso solo perche’ ha visto un altro suo compagno guardarlo con occhi pieni di desiderio.

I giorni, i mesi e gli anni sono strani. A volte sembra di stare bene, poi da qualche parte nel mondo – anche molto, molto lontano – un pezzo di iceberg cade in mare facendo un gran rumore, provocando un maremoto che piano piano raggiunge la riva, distrugge alberi e case, che a loro volta crollano gli uni sulle altre fino a smuoversi cosi’ tanto che la terra stessa si spezza e la crepa arriva fino a te che ti sei appena svegliata, con la faccia assonnata ti stai lavando i denti e tutto quello a cui stai pensando e’ come potresti pulire lo specchio in modo che rimanga splendente per piu’ di un giorno. Senza che tu potessi rendertene conto ora sotto le tue pantofole di Harry Potter c’e’ una voragine profonda e pulsante, piena di lava ribollente e cupa come sangue venoso.

Non e’ molto che la mia vita da criceto ha iniziato a piacermi. Forse, in tutti i trambusti successi ultimamente, se c’e’ una cosa che ho imparato e migliorato e’ stare sola. Fare colazione da sola guardando le notizie del giorno, andare al lavoro, isolarmi in palestra sul nastro ogni giorno per sessioni che sfiorano l’ora e mezzo, mangiare, andare a danza e proseguire nella mia routine sentendomi serena. Da due anni a questa parte costruire questo equilibrio monotono e’ stata una vera impresa; a ogni cambio del vento i mattoncini della mia piccola fortezza si spostavano e ogni persona che entrava e usciva tendeva, per caso o di proposito, a cambiare qualcosa della struttura. Ho seguito e continuo a seguire con dovizia quasi maniacale il ruolo che ho deciso per me stessa, M. allegra e sorridente – al lavoro mi hanno soprannominata Smiley – super attiva, sempre pronta a mettesi in gioco, chiudendo nel sottoscala mostri e buchi neri, tenendoli buoni lanciandogli una bistecca cruda ogni tre-quattro giorni.

Ed ecco che ora sono sopra la voragine di lava, i mostri sono usciti richiamati dal trambusto e da questo calore inaspettato e le pantofole di Harry Potter si sono ormai impregnate di liquido rosso vischioso. Mi ha colto impreparata e non so come comportarmi, un po’ come quelle persone che di fronte a una calamita’ o un evento profondamente traumatico – come ad esempio la morte di un caro – hanno talmente tante emozioni dentro da non riuscire a gestirle e diventare delle statue di sale. La cosa buffa e’ che da qualche parte mi sento ancora serena come ieri, e c’e’ una zona del mio cervello che pensa ancora allo specchio da pulire. Ma tutto il resto ha perso sostanza.

Le persone trovano tanti modi per fare del male, anche inconsciamente – e’ successo a me, succede a tutti. A volte siamo quelli che reggono l’ascia, altre siamo quelli in ginocchio con la testa poggiata sul ceppo di legno in attesa del colpo, altre ancora mentre reggiamo l’ascia qualcuno ci taglia la testa da dietro. Tutte considerazioni ovvie ma che mi aiutano a mantenere un po’ la calma.

Anche con le pantofole inzuppate di lava continuero’ ligia a percorrere i miei giorni come ho fatto fino a oggi, mettendo una pietra robusta sulla voragine. Intanto insegnero’ a me stessa che va bene arrabbiarsi e va bene urlare con tutto il fiato che si ha in corpo, cosi’ tanto da creare un vortice di vento che piano piano raffreddera’ la lava e ne fara’ un altro pezzo di terra indistinguibile dal resto, su cui correre.

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Non c’è cosa che mi renda più felice di ballare. Lo penso mentre sudata fradicia, coi capelli sfatti e il trucco rovinato, finisce l’ultimo pezzo della serata e mi lascio cadere fiduciosa tra le braccia del mio ballerino. Quando ballo è l’unico vero momento in cui stacco completamente i pensieri, non c’è più niente – passato, presente, futuro, novembre, i fuochi d’artificio, la pioggia – solo la musica e i miei movimenti ad accompagnarla.

Tornare a casa, dopo una serata come queste, è sempre difficile. La notte sembra più scura e le stanze del nostro appartamento più vuote. A volte faccio sogni tremendi che mi svegliano alle prime ore del mattino senza poter più dormire, nonostante le ore di corsa, le camminate, le danze. Mi si aggrappano i pensieri al giorno come neonati capricciosi e l’unica cosa che posso fare è sedermi accanto a loro e lasciarli sfogare un po’.

Mi viene da pensare che da qualche settimana – poche a dire il vero – mi sento bene. Qualcosa è cambiato. Nonostante tutto mi sento bene. Sarà che ho capito che non è necessario che io trovi il mio posto nel mondo. O sarà che un pezzo messo a random dal mio telefono, alle quattro e tredici minuti del mattino, mi fa sentire, per la prima volta, compresa.

He can’t bear to leave me, in the morning
I’m too blind to see him, in the morning
Buried all my feelings, I’m withholding
It’s not fair to let him fall

I tried to leave him signs, give him warning,
Are they hard to recognize?
You’re still falling away cause I can’t tell him, I don’t love him anymore
I’ve got to let him go

He’s falling even deeper, didn’t see it coming
His heart belongs to me, but i’m still running
Away cause i can’t tell him I don’t love him anymore

I can’t be who he wants me to be, in the morning
I can’t see whom he wants me to see, in the morning
But i can’t wait to tell him I don’t love him anymore
I’ve got to let him go

I need him in the evening,
I need him more at night,
But when i wake to see him,
He’s not even on my mind

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