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Archive for ottobre 2016

Ho voluto perdere l’ultima occasione di vederti.

Questo pensavo seduta nell’aereo che mi riportava a casa il ventisette luglio, sulle ginocchia una Settimana Enigmistica appena iniziata. Di solito parto dai cruciverba grandi, quelli che richedono un po’ di tempo per essere completati e hanno defininizioni simpatiche per giustificare le tante vocali che si raggruppano negli angolini alla fine delle parole (ad esempio “Fiume elvetico che sfocia nel Reno – Aar“. Normalmente impiego un’oretta a trovare tutte le risposte e riempire le caselline di lettere; quel giorno ne avevo già finito uno prima del decollo. Fare cruciverba mi tiene le mani e la testa occupate quando non voglio pensare.

Ero certa di aver rinunciato a incontrarti un’ultima volta prima che tu morissi; mi sento in colpa del fatto che non riesca a sentirmi in colpa, ma non avrei potuto fare altrimenti. Negli ultimi anni non c’è cosa che mi abbia logorata tanto come vederti stesa quasi immobile su quel letto spoglio, notare la tua pelle ogni volta farsi più sottile e gli occhi più chiusi, sentirti farfugliare qualche risposta alle mie domande sciocche  – “Allora, era buono il budino oggi?” – raccontarti cosa succedesse fuori: della neve alta che ricopriva le strade a febbraio, della pioggia che riempiva i canali ad aprile. Sentirmi chiamare per nome, quando riuscivi a ricordare appena il tuo. Uscire ogni volta dalla tua stanza fingendo di sorridere ripetendoti che tutto andasse bene e che fossi felice, poi varcare la porta e sentire la gola stringersi, le lacrime pesantissime rigarmi il volto e andare a posarsi stremate alla base del collo, finalmente libere dopo essere state trattenute tanto a lungo.

Sono nata col tumulto dentro e tu l’hai sempre saputo. Eri l’unica che lo avesse capito dall’inizio, da quando a sei mesi appena compiuti mi sedevo sulla culla e parlavo coi fantasmi, come ti divertivi a raccontare alle tue amiche. In tanti anni difficili dove casa non voleva dire altro che paura, la tua, di casa, è stata il mio porticciolo riparato. Le tue cure e la tua severità irremovibile, tipica di chi abbia vissuto negli anni difficili della guerra, che a volte non riuscivo a comprendere e alla quale mi opponevo ferocemente, sono state il motore silenzioso che mi ha permesso di diventare quella che sono nonostante le ferite e i sentieri bui che ho dovuto attraversare.

Ho sempre somigliato a te, sia nell’aspetto che nel carattere. Quando nel tuo paesino di origine, sperso tra le colline toscane, gli anziani del luogo mi chiamavano col tuo nome – Anna – anziché col mio, tanto eravamo simili, mi sentivo bellissima e piena di orgoglio. Per me eri (e sempre sarai) la ragazzina che andava a lavorare nei campi e scavava le buche in cui ripararsi dagli attacchi aerei durante la guerra; la donna scappata di casa verso la fortuna in città, quella che metteva a tavola quindici, venti persone, cucinando almeno cinque portate. 

Mi sono ritrovata spesso a guardare il calendario immaginandomi quando sarebbe successo; a me le date piacciono molto, e mi fa sempre un certo effetto pensare che alcune siano legate indissolubilmente a eventi o persone importanti. Tu avevi smesso di vivere dieci anni fa, e mi sono chiesta tante volte cosa stessi aspettando ad andartene definitivamente, per non soffrire più. Ora che l’hai fatto, ho capito. Volevi che io tornassi a stare bene e fossi circondata da amore. Il giorno prima che tu te ne andassi, poco prima di addormentarmi, ho abbracciato forte l’uomo che amo e ho pensato: questo è stato un giorno perfetto. Lo sapevi: avevo finalmente un cuscino morbido su cui attutire il colpo.

È un tesoro grande quello che mi hai lasciato. È la base di tutto quello che sono e dell’amore che riesco a dare. Nella mia piccola televisione, rivedo spesso le migliaia di ricordi che ho legati a te; fa male, ma è un dolore dolce, come scorgere una stella cometa l’attimo prima che scompaia per sempre. Conservo lì la sensazione della pelle morbidissima delle tue mani. Il profumo dei tuoi capelli. L’odore del pane fresco nella tua dispensa, il mobiletto con la cioccolata, il contenitore di vetro pieno di caramelle Rossana, il congelatore stracolmo di lamponi, le carote alla julienne che sapevi che adoravo e che per quanto io provi e riprovi non riesco a preparare come te, il nostro libro “Trecentosessantacinque dolci con Lisa Biondi” dove sceglievamo le ricette delle torte da preparare dopo scuola, l’odore della tua stufa a legna nei giorni d’inverno, e mille altre cose che non serve che io stia qui a elencare.

Se potessi esprimere un desiderio in questo momento sarebbe solo uno. Vorrei poterti vedere ancora una volta come qualche anno fa, quando ancora stavi bene, seduta sul divano immersa in una delle tante telenovelas che guardavi – o “fotoromanzi” come li chiamavi tu – un giorno qualunque dopo pranzo. Mettermi il cappotto dopo aver lavato i piatti e sistemato la cucina, abbracciarti forte e dirti: “via nonnina, buona serata, ci vediamo domani”.

Mi mancherai, nonna, come mi manchi ormai già da tanto. E mentre sento questo grande pezzo di me che si scioglie e si perde nel tempo lasciando tanti piccoli segni nel mio cuore, ti dico: fai buon viaggio. So che, prima o poi, ci rivedremo.

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