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Archive for the ‘a caso’ Category

Garota de Ipanema e’ uno dei miei pezzi preferiti in assoluto. Di musica ne ascolto tanta e di moltissimi generi; nonostante i miei gusti giornalieri prediligano roba un po’ particolare, ci sono alcune canzoni classiche che ho proprio stampate in testa, che non mi stancherei mai di ascoltare e cantare. Una, appunto, e’ Garota de Ipanema. Altre che mi vengono in mente: Águas de Março, Dream a little dream of meYou are my sunshine – sebbene quest’ultima non riesca piu’ a sentirla senza farmi venire le lacrime agli occhi.

Mi piace cantare Garota de Ipanema in inglese – perche’ il portoghese non so pronunciarlo – mentre cammino, cucino, o pulisco. A volte nemmeno mi accorgo di aver iniziato a intonarla. E’ una canzone di solito catalogata tra le easy-listening, quella roba che va bene a tutti in ogni situazione, che puo’ essere usata come musica di attesa al telefono o come sottofondo all’Oviesse. A me piace perche’ paradossalmente mi mette un po’ di angoscia. Non so per quale ragione, ma ho sempre pensato che lei, la ragazza di Ipanema, abbia fatto una brutta fine e sia morta di una morte orribile, forse perdendosi in mezzo alla giungla durante una camminata pomeridiana. So bene che la tizia a cui la canzone si ispira e’ viva e vegeta, ma a me piace pensarla cosi’.

***

Ieri il mio blog compiva otto anni. Mi sembra assurdo che sia passato tutto questo tempo. Lo aprii un giorno di pioggia, in Olanda. Per quanto piccolo e sconosciuto, ha portato tantissime cose belle nella mia vita. Mi scenderebbe quasi una lacrimuccia. 

 

 

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Mentre decollavo stavo ascoltando una canzone. Il rullo di tamburi (1:54) è iniziato quando i motori si sono attivati a tutta potenza e la strofa cantata proprio quando l’aereo si staccava da terra. Adoro questo tipo di coincidenze. Succedono una volta ogni tanto, e di solito corrispondono a momenti particolari della mia vita. Un po’ come quando vai al supermercato per comprare un pacco di biscotti che costano un euro e trentasette, ti frughi in tasca mentre la cassiera aspetta con la mano aperta, tiri fuori tutte le monetine che hai – pezzi da uno, due, cinque centesimi – e dopo averli contati tutti il risultato fa proprio unoetrentasette.

In questa stagione piovosa le strade e i fiumi, dall’alto, sembrano budella. Un’altra cosa che mi sorprende sempre, ogni volta che volo, e’ che le nuvole non sono morbide, anzi. Quando ci si passa attraverso e’ un gran trambusto, mi riesce difficile persino leggere.

 

*1 di non so quanti. 

 

 

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Lo so, invece, come si fa quando crollano i ponti e i fili rossi si spezzano.

Si guarda avanti, perché è solo avanti che si deve guardare.

Don’t you know nothing ever seem to make sense
You put your dancing shoes on and do it again 

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Nuvole.

Capita che di notte non riesca a controllare bene i pensieri e che loro vadano dove vogliono andare.

Mi sono svegliata con le lacrime agli occhi; e’ una cosa che ogni tanto mi succede. Qualche volta mi sveglio canticchiando una canzone (l’ultima che riesco a ricordare e’ Three Little Birds di Bob Marley – e io odio il reggae), altre ridacchiando e altre ancora, appunto, piangendo. Ma non erano lacrime tristi: la tristezza e’ iniziata quando ho capito che quello che avevo vissuto non era altro che un sogno.

Nel sogno eravamo insieme, e c’era una guerra silenziosa – non si sentiva altro che il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Le strade scure erano invase dal fumo e i palazzi intorno avvolti nelle fiamme: come se fosse appena scoppiata una bomba e noi fossimo stati gli unici superstiti. Mi sentivo incredibilmente tranquilla. Ti dicevo che non avremmo mai piu’ lasciato andare l’uno la mano dell’altro e tiravo un grande sospiro di sollievo. Nel ristorante abbandonato in cui entravamo venivamo accolti da un piccolo esercito di pentole e posate, scaraventati a terra durante l’esplosione. Poi la sveglia.

Mi chiedo cosa si possa fare quando non c’e’ piu’ niente da fare. Quando non c’e’ piu’ nessuno a cui impacchettare il pranzo. Quando di una casa non restano che le mura spoglie. Quando anche il nome di una strada fa venire le lacrime agli occhi. Quando l’unico momento in cui sembra esserci un po’ di pace e’ dopo aver corso cinque chilometri e respiro, gambe e cervello sembrano essere collegati in una grande nuvola che ti spinge avanti e non c’e’ altro a cui pensare, solo a correre. Ma non si puo’ correre sempre.

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Mi sento spesso come se fossi divisa a meta’; probabilmente lo sono davvero.

Una parte di me sa amare e dare, e’ disposta a tutto pur di stare al sicuro, avere una casa a cui tornare, sentire il cuore caldo. L’altra parte, quella piu’ buia, e’ quella che vuole perdersi per le linee della metropolitana senza sapere dove arrivare, con un caffe’ tra le mani, le occhiaie scure per aver dormito troppo poco, che si siede e si chiede chi siano le persone davanti a lei, si guarda intorno e immagina storie, e facendo tutto questo sente le farfalle nello stomaco, una specie di brivido che nonostante non le rimanga niente a cui aggrapparsi la fa sentire viva.

Da piccola avrei fatto di tutto pur di accontentare le maestre, la mamma o la nonna. Talvolta, poi, ne combinavo una grossa – distruggevo le aiuole della vicina di casa, rubavo qualcosa, picchiavo qualcuno – senza sapere nemmeno perche’ lo facessi. Ricordo ancora la faccia incredula di mia madre dopo ognuno di questi eventi. Mia nonna invece mi guardava sempre con uno sguardo tra il curioso e il divertito. Credo di essere molto simile a lei in questo.

Da qualche tempo, forse un paio di anni, questa parte piu’ scura si e’ fatta forte ed esigente. Non riesco a tenerla a bada; come un’ondata di slime verde, vuole uscire fuori da tutti gli angoli. Ogni volta che provo a chiuderla dietro un tombino, spinge cosi’ tanto da uscire piano piano dalle fessure laterali fino a farsi di nuovo intera, una massa budinosa, ma concreta ed estremamente resistente.

Io non sono una persona buona, cerco i disastri e loro cercano me. Sto bene solo quando sto male. Arrivata a questo punto, credo di provare piacere solo nel distruggere tutto quello che costruisco. Forse non ho un posto dove tornare perche’ un posto dove tornare non l’ho mai voluto.

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Ho una caviglia gonfia; sento una fitta profonda che parte dal piede e arriva al ginocchio a ogni passo che faccio. Cerco di non pensarci mentre mi avvio verso l’ufficio. Questa mattina mi ha svegliato un sogno terribile: avevo una ferita enorme su una coscia, internamente; in chissa’ quale modo avevo perso una porzione di pelle molto grande e andavo in giro in mutande a cercare aiuto dai miei amici, incredula, con le lacrime agli occhi. “I., guarda che cosa mi e’ successo”. I. mi guardava comprensiva, mi abbracciava e diceva di non preoccuparmi: sarebbe andato tutto bene. Come si sta quando tutto va bene?

Non c’e’ un solo momento della giornata in cui la caviglia smetta di pulsare. Torno a casa dopo il lavoro e anche se non ne ho nessuna voglia, dopo aver visto qualche video-ricetta  – non so perche’ guardare gente che cucina mi tranquillizzi cosi’ tanto – inizio a vestirmi. I pantaloni neri comprati in Giappone, ormai sdruciti ma troppo comodi per poterli buttare. La maglia gialla presa da Decathlon – D-O-M-Y-O-S! Il jingle della pubblicita’ mi risuona in testa ogni volta che la vedo; lo scaccio via come una zanzara, scaccio via l’immagine del Decathlon vuoto e tutto quel giorno. Mi infilo le chiavi in tasca e inizio a correre.

La caviglia fa male, mi dico che lo faro’ solo per dieci minuti, quel tanto che basta per scaricarmi un po’. Il parco e’ semideserto, se non fosse per la lezione di acqua-gym in corso nella piscina di fronte non si sentirebbero rumori. Il sole e’ un pallone alto, giallo nel cielo. In questo stesso giorno, tanti anni fa, San Giorgio ha ucciso un drago – lo dice la radio. Lo ha infilzato dopo che la principessa lo aveva tratto in inganno, rendendolo mansueto. A me quel drago fa tanta pena. Altri dieci minuti, poi torno a casa. Il cielo si tinge di rosa e sono ancora qui; procedo senza spingere troppo ma con passo deciso. Ci dev’essere qualcosa nell’aria che quando corro non mi fa pensare a niente e mi fa sentire quasi euforica. La caviglia non fa troppo male ed e’ passata mezz’ora senza che nemmeno me ne accorgessi. Sto ascoltando una canzone con un testo ridicolo, che preferirei non dover capire. Mi scoccio banalmente del fatto che tutte le canzoni parlino d’amore. In questo momento vorrei sentire un pezzo che parli di come preparare al meglio i croissant. Forse dovrei mettermi a scrivere canzoni io.

Raggiungo la soglia di casa dopo piu’ di quaranta minuti e nonostante la caviglia dolorante proseguirei per almeno altri tre chilometri ma non voglio strafare. Questo e’ il momento della giornata che preferisco: quando il lavoro e’ fatto, la corsa e’ conclusa, e non resta che godersi il benessere momentaneo che ne deriva. Io sono quella che ha preso lo spillo in mano e ha fatto scoppiare la bolla di sapone, e lo spillo e’ pesante. Penso che per un bel po’ continuero’ a correre nel vuoto, verso il vuoto. In qualche modo mi fa sentire meglio.

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