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Archive for the ‘amici’ Category

Non so dire quando sia successo esattamente. Devo aver letto da qualche parte che quando passi tanto tempo con qualcuno, quando vivi con qualcuno, le reciproche cellule si scambiano particelle e informazioni in maniere che io da ignorante quale sono non riesco a spiegare, e va a finire che nell’uno c’e’ un po’ dell’altro – che e’ un discorso un po’ complicato da spiegare ma neanche troppo se ci pensate bene. Come quando in una ciotola di vetro si mette il cous cous e lo si ricopre di acqua bollente; all’inizio non si vedono che le due parti separate, il cous cous giallo sotto e l’acqua trasparente sopra. Ma se si ha pazienza di aspettare, dopo qualche minuto le due parti si saranno unite in un composto unico, morbido e piacevole da mangiare.

Oppure sara’ stato per tutte le volte che abbiamo fatto l’amore. Lo abbiamo fatto talmente tante volte – almeno tremila – e ci siamo trasmessi talmente tante particelle che se dovessero fare un controllo della composizione dei nostri corpi, se questa fosse una cosa cosa che in qualche futuro si potesse fare, vedrebbero che il suo e’ composto da me al settanta percento e il mio e’ composto da lui al settanta percento. In poche parole: ci siamo scambiati. Io sono diventata lui e lui e’ diventato me.

Me lo fa notare un mio caro amico per primo. Sembra che vi siate scambiati, dice; a volte accade. Non mi pare troppo sorpreso della cosa. Io invece di primo impatto sono incredula, non mi va neanche di accettare quello che dice. Mi suggerisce di fare caso a tutto quello che faccio in una settimana e che, passato questo tempo, ne avremmo riparlato. Cosi’ ho pensato di scrivere tutto quello che faccio durante una settimana; giusto perche’ non ho niente di meglio da fare.

Al mattino mi sveglio e preparo la colazione; questa e’ una cosa tipicamente da me. Di solito porridge di avena/di riso/di semolino con banana, latte di mandorla e frutta secca. Poi lavoro, sempre concentratissima, perche’ lavorare e’ una delle cose che mi riescono meglio. Forse e’ l’unica cosa che mi riesce veramente bene. Torno a casa, vado a correre quasi ogni sera (tranne le due sere che ballo), normalmente seguo una tabella ma ultimamente mi spingo sempre un po’ piu’ avanti perche’ quando corro non penso a niente, niente mi preoccupa e niente mi fa pensare. Una volta finito mi preparo la cena, spesso pesce e verdure, talvolta un banalissimo toast giusto per riempire lo stomaco. A volte sono sola, a volte con qualcuno; piu’ spesso sola. Capita che riceva messaggi a cui non mi va di rispondere e chiamate che fingo di non vedere. Prima di dormire pulisco la cucina e leggo qualche pagina finche’ gli occhi non iniziano a chiudersi da soli. Non mi importa niente di avere un nido, delle notizie che mi arrivano, delle foto che involontariamente vedo. Mi importa solo di finire il bel muro che ho iniziato a costruirmi intorno, un mattoncino alla volta. Potrei persino iniziare a decorarlo; ora che ci penso, ho dei bellissimi poster di Astro Boy da utilizzare per lo scopo.

Quando riparlo con il mio amico gli do’ un po’ di ragione, anche se gli faccio notare che ancora non mi sono cresciuti i peli sul petto e la barba. “Poi”, dico, “i miei capelli sono ancora rossi”.

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Di tanto in tanto mi tornano in mente strani episodi, non so perché. E’ come se da qualche giorno mi fossi ripresa da una brutta testata, e stessi raccogliendo i sassolini e i rametti nudi abbandonati a riva dopo la tempesta.

Mi sono fermata a pensare un paio di volte. Ho ricordato del giorno che visitammo Firenze alle elementari, avrò avuto otto anni o poco più. Ci fermammo al giardino dei Boboli, che ancora riesco a figurarmi piuttosto dettagliatamente, nonostante quella sia stata la mia unica visita. Avevo nello zainetto un panino con la frittata e uno tonno e maionese, mi piacevano solo così. Dopo aver camminato un po’, ci fermammo a mangiare in una panchina con un paio di amiche. Davanti a me stava sdraiato un giovane giapponese con un taccuino in mano, scriveva chissà cosa in verticale – allora non potevo sapere niente della sua lingua – eppure, non appena ho ricordato questo particolare mi sono resa conto che anche lui ha contribuito a portarmi sulla strada in cui sono adesso. Rimasi imbambolata a fissare la sua mano disegnare strane linee, fini e  precise, non so per quanto. Posso ancora sentire l’ardore che provavo al momento di riuscire a comprendere cosa ci fosse dietro quelle figure a me completamente sconosciute. Forse, dopotutto, può darsi che c’entri davvero con la mia passione per questa lingua, e l’ho capito poco fa.

Pensavo anche al giorno che andai a visitare il liceo nel quale ho poi studiato per cinque anni. Chissà perché, ho ricordato perfettamente come fossi vestita (un paio di pantaloni grigi, una orribile felpa anch’essa grigia con rifiniture giallo fluorescenti) e come fossero i miei capelli (lisci, tutti pari come una suorina, fin sotto le spalle). La sera prima di visitare la scuola ero stata con le amiche al cinema a vedere “L’Esorcista”. Ho sempre odiato i film horror, perché mi impressionano all’inverosimile, ma ho sempre evitato di dirlo agli altri per vergogna, e ai tempi godevano di ottima popolarità tra noi pre-adolescenti perciò ogni settimana finivo mio malgrado a vederne uno. Nel posto accanto a me stava un ragazzo più grande, che appena si spensero le luci mi sussurrò a un orecchio – “vedrai che figata la scena in cui la tipa vomita piselli” ridacchiando, e adducendo commenti di disprezzo per gli effetti speciali tanto scadenti. Era la terza volta che vedeva quel film. Durante la visione mi unii agli sghignazzi degli altri, per non passare male, mentre silenziosamente morivo di paura. Forse è il film che più mi ha inquietata in assoluto. Passai la notte a tremare rannicchiata in un fortino di coperte, temendo che da un momento all’altro il letto avrebbe preso a tremare e il diavolo, o un qualsiasi altro essere maligno, sarebbe saltato fuori da sotto il pavimento pronto a rapirmi  e portarmi tra le tenebre. Durante la presentazione del liceo non facevo che ripensare alle scene del film, ricordo che non ascoltai una sola parola della professoressa che ci guidava attraverso le aule. Ancora non riesco a capire cos’è che mi terrorizzò tanto. Forse l’aver fatto la chierichetta per molti anni ed essere stata molto credente durante tutta l’infanzia aveva contribuito a rendermi ostile Satana e ciò che lo riguardava, ma in qualche modo sento che questo non c’entrasse nulla.

Ad ogni buon conto, credo di aver smosso qualcosa.

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Qualcuno mi rammenta i Digimon.
I Digimon è uno dei pochi cartoni animati dei quali ho potuto vedere la prima puntata, insieme ai Pokèmon, Lady Oscar, Heidi e Fiocchi di Cotone. Da piccola questa cosa mi emozionava, vedere la prima o l’ultima puntata di una serie, mi riempiva di entusiasmo, perché le fasi intermedie si potevano beccare ogni pomeriggio, invece il principio e la conclusione capitavano solo due volte. Mi sono affezionata un sacco a questi cartoni animati, sono quelli che ricordo con più amore, in effetti.

Avevo un’amica brutta e antipatica che veniva ogni estate in vacanza in montagna, mi pare si chiamasse Caterina. A dodici anni pensava e agiva già come una quarantenne, era alta, magra, sobria, vestiva solo Lacoste e colori pastello quali bianco, azzurrino, verdino. Portava i capelli castani lisci come spaghetti legati in una coda di cavallo, a guardarla bene sembrava sempre che fosse in procinto di andare a giocare a tennis. Non ricordo assolutamente come la conobbi, per quanto possa pensarci non mi viene in mente. Ma finì che cominciammo a uscire insieme. Io non la sopportavo, a volte mi scatenava un odio profondo, però mi faceva anche una gran pena. I suoi argomenti di discussione preferiti riguardavano la barca a vela del padre (“ma è solo un guscio di noce, davvero piccola”) e la  scuola – era una gran secchiona, almeno per quel che diceva, una volta finite le medie si sarebbe iscritta al liceo scientifico indirizzo Brocca, “quello più difficile” ribadiva. Io sentivo “Brocca” e scoppiavo a ridere perché mi pareva assurdo che una scuola si potesse davvero chiamare così, lei puntualmente si offendeva e io piombavo nell’imbarazzo più grottesco, di fronte ai suoi musi lunghi non sapevo mai come comportarmi, sembravo una specie di Yeti ferito, ma questa è un’altra storia. Per quanto però mi stesse antipatica il fatto di passare un po’ di tempo con lei non mi pesava. Perlomeno non era stronza quanto le altre ragazzine con cui uscivo. A volte mi faceva addirittura sentire bene, e doveva essere un sentimento reciproco perché una sera se ne uscì dicendo “vorrei che tu mi considerassi la tua migliore amica”, cose da vomito insomma. Io diventai rossa come un peperone, me ne andai senza dire niente e non ne volli più sentir parlare.

Ma dicevo, i Digimon. Capitava che qualche volta mi fermassi da Caterina per cena. Abitava con la nonna in una graziosa casina del centro storico, mi piaceva stare lì. Era tutta di legno, il pavimento, le travi sul soffitto, i mobili, davvero carina. Una sera vedemmo la pubblicità di questo cartone animato e io impazzii letteralmente; ero già una fan sfegatata dei Pokèmon, dovevo assolutamente seguire anche questa nuova serie. A dire il vero la prima reazione fu di rabbia “li hanno copiati!! hanno copiato i Pokèmon!”, ma poi mi calmai e decisi di prendere saggiamente in analisi la prima puntata. Caterina mi chiese se potevamo vedercela insieme, l’avrebbero trasmessa pochi giorni dopo verso le quattro del pomeriggio, e acconsentii anche se tutta la faccenda mi sembrava strana dal momento che lei non guardava nessun tipo di cartone animato.

Alla fine la guardammo davvero insieme quella puntata, e fu divertente sebbene i Digimon non mi piacquero molto. Sì, la grafica era carina, e anche la storia tutto sommato, però c’era qualcosa che non mi convinceva, forse il fatto di sentire che in qualche modo stavo tradendo i Pokèmon. Continuai a seguire tutta la serie, ogni pomeriggio, anche quando la scuola cominciò e Caterina tornò al suo paese e da lì non credo di averla più vista, in effetti l’avevo completamente rimossa e magari se non fosse stato per i Digimon non l’avrei ricordata proprio mai più.

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Usciamo dalla porta del piccolo teatro e ci assale una fame spaventosa. Contrariamente alle nostre aspettative, il concerto di pianoforte al quale abbiamo appena assistito ci ha annoiati e innervositi, tanto che camminiamo verso la stazione senza dire una parola.

E’ la terza volta che ci vediamo, io e T. Le ore che trascorriamo insieme passano in silenzio, senza troppi fronzoli, ed è questo che ci piace. Ci siamo conosciuti qualche tempo fa, al locale dove gli altri colleghi vanno di solito a prendere qualcosa dopo il lavoro. Non combiniamo mai niente di esaltante, ma qualcosa – una sorta di sensazione fisica dalle parti dello stomaco – ci accomuna, e ci fa sentire il bisogno di stare insieme continuamente.
T. mi ha chiamata nella tarda mattinata, per invitarmi al concerto – durante una delle nostre sporadiche conversazioni devo avergli raccontato del mio amore viscerale per il pianoforte – così, in tutta fretta, mi sono preparata ed ho preso il primo treno per la città. Come ogni volta,  mi ha aspettata di fronte al chiosco dei giornali con una scatola di ciambelle glassate tra le mani.
E’ il nostro modo di darci il benvenuto.

Così, dopo il concerto non ci parliamo per più di mezz’ora. Il pianista era davvero terribile, uno dei peggiori che entrambi avessimo mai sentito – timbro confuso, poca leggerezza, nessuna sfumatura personale – e il piccolo teatro ammuffito, straripante di studenti universitari che normalmente si recano lì più come punto di ritrovo che per vero interesse verso gli spettacoli, era intriso del fumo delle centinaia di sigarette che ci si accendevano intorno. Questo miscuglio di elementi negativi ha contribuito a renderci più bruschi e taciturni del solito, così continuiamo la nostra passeggiata infastidita con le bocche serrate. Il silenzio è tanto denso da sembrare quasi solido, produce uno strano contrasto con il brusio delle persone che ci circondano. Venerdì sera, un quartiere centrale di questa metropoli, ma potrebbe essere una qualsiasi città di un qualsiasi continente del mondo. I liceali entrano ed escono dai pub allegri ed esaltati dai benefici dell’ alcool, alcuni impiegati si radunano ai bordi della strada per chiacchierare e ridere insieme dopo aver cenato in uno dei tanti ristoranti le cui insegne decorano e fanno brillare strade e facciate. Guardare in alto confonde, in effetti, un gran minestrone di luci viola, rosa e verdi che non sempre riesco a decifrare. E’ anche questo uno dei motivi per cui ho scelto di affittare il mio appartamento in un sobborgo, dove in effetti succede meno che niente. La sera mi sento tanto satura della città che ho bisogno solo del silenzio, della piccola stazione vicino casa con un solo binario e del parco abbandonato. Anche T. sembra essere confuso. Ha rallentato il passo e fissa un punto indefinito alla fine del corso in cui ci troviamo. Io penso che ho fame, una gran fame – non abbiamo messo in bocca altro che quelle ciambelle, nel primo pomeriggio – ma non dico niente per via della strana tensione che si è creata.
Cerco di non peggiorare la situazione evitando di assaporare i  profumi appetitosi che escono dalle varie cucine che ci circondano, finché lo stomaco di T. non si mette a gorgogliare rumorosamente. Un lamento lento, dilatato, che inizialmente cerchiamo entrambi di ignorare con grande sforzo per mantenere la nostra ostinata fermezza. Ma non passa molto tempo che anche la mia pancia si abbandona alla sua disperazione e prende ad emettere suoni buffi e continui, dapprima piano, poi più forte. A questo punto non possiamo fare a meno di fermarci e scoppiare a ridere come due pazzi. T. mi indica con la bocca spalancata e si piega su se stesso contento, quasi non avesse mai sentito una cosa del genere. Io mi fingo offesa, sghignazzo divertita sotto i baffi ed imito i borbottii della sua pancia. I nostri stomaci sembrano essere andati in tilt, due sacche vuote e lamentose che reclamano urgentemente qualcosa di solido. Ascoltiamo per un po’ il buffo concerto che nostro malgrado produciamo, finché non ci decidiamo ad entrare in un 24-hours market per comprare del cibo.

Tra gli scaffali stipati di prodotti ci siamo solo noi. Il commesso è impegnato a commentare a bassa voce una partita di football americano che segue in una piccola televisione portatile, così pensiamo, nonostante la fame, di decidere con tutta calma cosa comprare. Vogliamo assolutamente trovare qualcosa di perfetto, esattamente quello che le nostre pance vuote chiedono con tanta insistenza, e dividercelo equamente. Non dobbiamo accontentarci della prima cosa che ci capita sotto gli occhi; crediamo entrambi che soddisfare la fame con quello che ci vuole doni un appagamento sereno e totale, come trovarsi in  un letto morbidissimo e confortevole quando si ha un sonno esagerato, l’attimo prima di scivolare nell’oblio del sonno. Così, io vado verso il reparto dolciumi e T. si addentra nella zona salati.

Di fronte a me si erge maestoso un corridoio con centinaia di incarti colorati, confezioni lucide e scritte che rimandano al contenuto delle scatole. Barcollo come un’ubriaca tra i vari ripiani per un po’, decido che niente di tutto quello che ho visto fin’ora fa al caso nostro e mi reco alla ricerca di T. Setaccio il negozio in lungo e largo, ma sembra proprio essere sparito nel nulla. Controllo ogni reparto senza successo, chiedo al commesso se per caso il ragazzo moro, alto, coi capellil un po’ scompigliati che era entrato qualche minuto prima con me non fosse già passato di lì, ma si limita a scuotere la testa senza scollare gli occhi dalla partita. Scoraggiata, esco dalle porte scorrevoli e mi appoggio alla parete, in attesa. Odio questo tipo di situazioni. Mi lascio sopraffare dall’ansia, aspettare è una delle cose che mi riescono peggio. Immagino sempre che siano successe delle catastrofi, il cuore mi batte all’impazzata, divento rossa e respiro forte. Per tranquillizzarmi, di solito penso alle liste di nomi sugli elenchi telefonici – lettere e numeri in successione sono un buon rimedio al panico – ma stavolta, chissà perché,  comincio a fischiettare un motivetto. Naturalmente T. appare quasi subito dall’angolo della strada, sorride contento. In mano regge un sacchetto da tre chili, gonfio di mandarini. “Scusami, ma sono stato all’altro negozio, quello che vende anche la frutta. Ho fatto bene, no? Avevano solo sacchi da tre chili, ma che importa. Se non li mangiamo tutti stasera, potrai portarli a casa con te. Ti piacciono molto se non ricordo male, no?”.
Lo guardo sollevare felice e orgoglioso la sacca di frutta, come un gatto che porta la preda catturata al padrone.
Ha ragione. I mandarini sono esattamente quello che ci voleva.

Ci sediamo su una panchina del parco vicino e apriamo il sacchetto con foga. Non parliamo quasi, ognuno impegnato nel laborioso atto di mangiare. I mandarini sembrano essere tanti da non finire mai, io sbuccio i miei con impetuosità, come un bambino che scarta i regali la mattina di Natale, masticando lentamente spicchio dopo spicchio. T. invece agisce con pazienza, partendo dalla cima del frutto e creando millimetro dopo millimetro una spirale di buccia perfetta. Quando me ne accorgo, smetto di darmi da fare e rimango imbambolata ad ammirare i suoi gesti eleganti. T. sorride. “E’ solo questione di pazienza, sai? Fai un piccolo taglio in alto, e scendi piano piano seguendo la linea del mandarino. Non è difficile, prova”. Così cerco di imitarlo, e dopo i primi tre goffi tentativi inizio anche io a fare delle spirali discrete. T. mi guarda imbronciato, annuendo in silenzio. Ha la bocca contratta in un’espressione buffa, sembra poco più che un ragazzino. Porta una maglia rossa, e una felpa nera – anche lui, come me, non ha una grande passione per i guardaroba colorati. Non lo conosco da molto, ma quello che ci lega mi fa sentire bene, l’inizio di una storia serena dove anche io mi sento stranamente serena. Mi perdo nelle sciocche visioni di un nostro probabile futuro, e agguanto un altro piccolo frutto. “I mandarini mi fanno venire in mente le virgole”, dico, “chissà come mai. Forse perché non smetterei mai di mangiarli, così come non smetterei mai di mettere giù virgole quando scrivo”. “Ah, ah. A me invece non fanno venire in mente niente. Niente di concreto almeno. Richiamano qualcosa, in effetti, ma non saprei descriverlo. Hanno a che fare con quando ero bambino, credo”.

Trascorriamo così almeno tre ore, aggiungendo poche parole tra un mandarino e l’altro. Il tempo passa e perdo l’ultimo treno verso il piccolo sobborgo in cui abito, per strada non resta che qualche barbone ubriaco. Due donne ci sfiorano passeggiando infagottate nei loro cappotti, tornando a casa dopo un probabile serata tra amiche. Il rumore dei loro passi riecheggia nel parco a lungo.
Per tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme, io e T. non ci siamo mai toccati. Non ci sono state carezze o baci, nessun complimento. Adesso siamo di nuovo il silenzio, con la pancia piena e appesantita dalla mole di frutta che abbiamo ingurgitato. Mi guardo le punte delle scarpe ed evito di pensare a quello che succederà. Ci rendiamo conto di aver finito tre chili di mandarini, uno dopo l’altro. T. esita un poco prima di aprire bocca, poi si offre di farmi dormire a casa sua. Sotto la panchina, riposa allegra una montagna di bucce arancioni.
Questa notte, per la prima volta, io e T. faremo l’amore.

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Non chiedere mai a una persona nervosa se è nervosa perché il fatto che tu te ne accorga e ne pretenda conferma la rende ancora più nervosa. Questo dovrei ricordarmelo.

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A giugno coglievamo i lamponi. La nonna aveva un piccolo orto proprio di fronte alla chiesa, accanto alla piantagione di meli. Subito dopo esserci lavati, correvamo per le scale verso i rovi carichi di gustosi frutti rossi. Ci rincorrevamo tra le volute verdi e facevamo a gara a raccogliere più frutti nel minor tempo, ognuno con la sua bacinella di plastica; io quella blu, lui quella bianca. Ci accompagnavano i cori delle signore a messa, che ogni mattina sfilavano silenziose verso la chiesa.

Tra i ramoscelli giovani riposavano parecchie farfalle. Io ne avevo il terrore, F. lo sapeva bene. Quando giocavamo si nascondeva tra loro, per farmi un dispetto. Non so perché, ma ho sempre detestato le farfalle. Celano il loro corpo bitorzoluto e peloso sotto grandi ali colorate, ma restano pur sempre poco più che bachi. Non ho mai visto niente di poetico nel loro svolazzare, tranne che a guardarle da lontano. In un campo verde, centinaia di farfalle bianche in volo possono sembrare molto belle.

Avevamo entrambi gli occhi blu. F. era magro, slanciato, coi capelli un poco lunghi. Un bambino allegro come ce ne sono tanti. Uno dei miei pochissimi amici, forse l’unico. Si divertiva ad accompagnarmi in queste spedizioni, alle quali gli permettevo di partecipare solo in cambio di qualche pomeriggio a giocare insieme con le bambole. Per il mio sesto compleanno, me ne regalò una grandissima, Serafina. Era più alta di me e aveva le gambe blu, il corpo morbido e profumato.

Dopo aver raccolto una quantità sufficiente di lamponi, salivamo di corsa dalla nonna con le bacinelle colme. Nella strada che ci divideva dal pianerottolo di casa, mangiucchiavamo un frutto in qua e là, e per gioco ce li lanciavamo addosso. Avevamo sempre il contorno della bocca orlato di vermiglio e piccoli semi. La nonna ci ripuliva pazientemente e ci ringraziava per la raccolta, ricompensandoci con pane e zucchero.

Nel pomeriggio ci allontanavamo in direzione del bosco. Ci fermavamo prima del Buco – lo chiamavamo così, non sapevamo a che cosa potesse servire – una gola nera piuttosto larga, forse lo sbocco di qualche vecchia fognatura. Il Buco ci terrorizzava, eppure ci divertivamo a stare lì davanti. Io raccoglievo i piccoli ragni che camminavano sul tronco marcio dove ci sedevamo sempre, toglievo loro le zampe con minuzia, e li porgevo a F., che li mangiava. Li ingoiava interi, così com’erano, senza batter ciglio. Io lo guardavo ammirata, e mi sentivo importante a svolgere quel compito per lui. Uccidere ragni non mi faceva schifo, né pena. F. si sentiva rinvigorito da questa disgustosa pratica, e ogni giorno non vedeva l’ora di cominciare a mangiare quei piccoli insetti neri.
Questa era l’estate prima che F. sparisse.

La mattina che F. mancò l’appuntamento, la nonna aveva cominciato a preparare la salsa di pomodoro. Chili di ortaggi ribollivano borbottando nelle grandi pentole sulla stufa. Ad attenderli, decine di bottiglie di vetro con i coperchi impilati a un lato del tavolo. Fuori il cielo terso della mattina si rigava di nuvole leggere in qua e là. F. tardava ad arrivare. Ogni tanto mi sporgevo dalla finestra e guardavo in direzione di casa sua. Aspettai pazientemente per due ore, seduta in cucina, e non successe niente. Spiavo i lamponi nell’orto, che quel giorno sarebbero rimasti silenziosamente al loro posto.

Si seppe che F. era scomparso la sera dello stesso giorno, quando i barattoli di salsa già chiusi giacevano ancora caldi accanto alla credenza. Sua madre correva di casa in casa, con una sola domanda preoccupata. Diceva che il bambino era uscito di presto, quella mattina, come sempre per venire da me. Interrogò nervosamente mia nonna, lanciando ogni tanto un’occhiata risentita in mia direzione. Diceva che era colpa di quel Buco, come lo chiamavamo noi. Che spesso F. ci andava da solo, e rimaneva lì a guardare, senza far niente. Lo aveva trovato lì spesso, quando lo aveva cercato in passato, ma stavolta di lui non c’era traccia.

Seguirono ricerche disperate, appelli e richieste. F. non fu mai ritrovato.

Per tutto l’anno, io e mia nonna mangiammo quella salsa di pomodoro senza dirci una parola. Sedevamo al tavolo, portando di tanto in tanto un boccone di pasta alla bocca. Non colsi più i lamponi, che caddero e colorarono la terra del loro lento marcire. Ogni notte sognavo F. uscire dal Buco e chiamarmi, ma non tornai più lì. Finché il tempo non si portò via anche questa storia, la salsa finì, e nessuno, di F., disse più nulla.

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Lo guado attenta, mentre sceglie l’album da inserire nel lettore.
“Non mettere musica italiana, non ho intenzione di capire ogni singola parola.”
“Va bene”, risponde, “nessun problema. Metto un misto. Non ho altro.”
“Lo sai che odio i misti. Ma vabbè, metti, metti.”

Siamo stanchi. Durante il tragitto parliamo poco e respiriamo forte. Ci fermiamo per una sigaretta e ricominciamo a viaggiare. Io mi srotolo sul sedile, scomposta, e canticchio. Canticchia anche lui.
“Siamo buffi come coro. Io sembro un gesso su una lavagna ruvida, tu una specie di stilografica su un foglio liscissimo”
“Non credo di capire”, rispondo, incerta.
“Sì, dico. Le nostre voci, dai”.
Annuisco. Si susseguono le curve scure aldilà del finestrino.

“Non ci si capisce niente lì fuori, è tutto buio” dico.
“Già. Potrebbe sembrare un enorme ammasso di blob”
“Ma il blob si muove. E poi qui ogni tanto si vede una luce, no?”
“Già.”
“Una volta, qualche tempo fa, ho fatto l’amore in mezzo a quel buio.”
“Ah sì? E dove?”
“E come faccio ad indicartelo con precisione? E’ tutto uguale. Più o meno da queste parti.”
“Ah”.

Passa il tempo. Nella strada che ci porta verso casa penso che a poterlo, rimarrei per sempre in questa automobile, di notte, mentre l’asfalto docile si lascia calpestare.
“Bisogna avere pazienza, sempre”, dice. Io fingo di essere addormentata e non rispondo.

Bisogna avere pazienza, sì. Già.

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