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Archive for the ‘assassinii’ Category

Nuvole.

Capita che di notte non riesca a controllare bene i pensieri e che loro vadano dove vogliono andare.

Mi sono svegliata con le lacrime agli occhi; e’ una cosa che ogni tanto mi succede. Qualche volta mi sveglio canticchiando una canzone (l’ultima che riesco a ricordare e’ Three Little Birds di Bob Marley – e io odio il reggae), altre ridacchiando e altre ancora, appunto, piangendo. Ma non erano lacrime tristi: la tristezza e’ iniziata quando ho capito che quello che avevo vissuto non era altro che un sogno.

Nel sogno eravamo insieme, e c’era una guerra silenziosa – non si sentiva altro che il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Le strade scure erano invase dal fumo e i palazzi intorno avvolti nelle fiamme: come se fosse appena scoppiata una bomba e noi fossimo stati gli unici superstiti. Mi sentivo incredibilmente tranquilla. Ti dicevo che non avremmo mai piu’ lasciato andare l’uno la mano dell’altro e tiravo un grande sospiro di sollievo. Nel ristorante abbandonato in cui entravamo venivamo accolti da un piccolo esercito di pentole e posate, scaraventati a terra durante l’esplosione. Poi la sveglia.

Mi chiedo cosa si possa fare quando non c’e’ piu’ niente da fare. Quando non c’e’ piu’ nessuno a cui impacchettare il pranzo. Quando di una casa non restano che le mura spoglie. Quando anche il nome di una strada fa venire le lacrime agli occhi. Quando l’unico momento in cui sembra esserci un po’ di pace e’ dopo aver corso cinque chilometri e respiro, gambe e cervello sembrano essere collegati in una grande nuvola che ti spinge avanti e non c’e’ altro a cui pensare, solo a correre. Ma non si puo’ correre sempre.

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Febbraio.

Fa freddo. Ho un cappottino grigio, una sciarpa arancione e un cappello azzurro. I capelli scuri, lunghi fino le spalle, raccolti in due trecce.

Pedalo per tornare a casa, è buio. Durante il percorso incontro, nell’ordine: un grosso centro commerciale, tutto illuminato, con auto che entrano ed escono dal parcheggio guidate pazientemente dagli instancabili omini del traffico; un cimitero, protetto da un grande torii di marmo grigio; un ristorante specializzato in tonkatsu costruito, chissà perché, imitando lo stile di una baita tirolese; un ristorante di okonomiyaki, una rivendita di mazze da golf usate, Pizza La al cui ingresso riposano ordinati almeno venti motorini da consegna, un piccolo lago, due kombini aperti 24 ore un concessionario di auto francesi, un grosso pachinko con le mura dipinte di nero.

Ho la musica alle orecchie e le lacrime che mi rigano le gote. Ogni tanto chiudo gli occhi e prego perché quello che ho non mi venga mai portato via perché senza, io, non saprei proprio come vivere.

It’s you, it’s you, it’s all for you
Everything I do
I tell you all the time
Heaven is a place on earth with you
Tell me all the things you wanna do
I heard that you like the bad girls
Honey, is that true?
It’s better than I ever even knew
They say that the world was built for two
Only worth living if somebody is loving you
Baby, now you do

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Appena sveglia ho rotto due bicchieri. Uno piano, urtandolo per sbaglio spostando un canovaccio in cucina e facendolo cadere a picco nel lavandino. L’altro senza neanche sapere come, mentre lo tenevo in mano per portarlo verso la bottiglia piena d’acqua; a un tratto ho sentito la superficie tondeggiante incrinarsi e diventare irregolare, quasi senza fare rumore. Non riesco a capire come sia successo.

Ieri, poco prima di andare a dormire, mi sono fatta un taglio profondo sulla mano. Penso sempre che tutte queste cose non succedano per caso.

Oggi e’ uno di quei giorni in cui il sole mi da’ fastidio. Mi fa lo stesso effetto di quando qualcuno nel bel mezzo della notte decide di accendere la luce senza curarsi del fatto che tu stia dormendo. Dovrei uscire ma non mi do coraggio; il cielo azzurro, gli alberi verdi e tutta questa luce mi immobilizzano in casa. Credo di avere in faccia anche la stessa espressione di quando qualcuno ti sveglia di soprassalto: sopracciglia corrugate, occhi semichiusi.

Vi capita mai di credere che il passato continui a esistere da qualche parte. A volte mi succede di ricordare un dettaglio che potrebbe sembrare inutile, ma che mi rimanda in un determinato posto e momento; come ad esempio il rumore di una particolare finestra che si chiude. Mi riporta in quella stessa casa, al mattino, con la nebbia fuori. L’odore del caffe’, le pareti gialle, la finestra aperta per mandare via il vapore, la mia mano che per via del freddo la chiude e quel rumore, quello preciso, quando la maniglia scatta e serra la finestra. Questo, come mille altre cose.

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Mi sento spesso come se fossi divisa a meta’; probabilmente lo sono davvero.

Una parte di me sa amare e dare, e’ disposta a tutto pur di stare al sicuro, avere una casa a cui tornare, sentire il cuore caldo. L’altra parte, quella piu’ buia, e’ quella che vuole perdersi per le linee della metropolitana senza sapere dove arrivare, con un caffe’ tra le mani, le occhiaie scure per aver dormito troppo poco, che si siede e si chiede chi siano le persone davanti a lei, si guarda intorno e immagina storie, e facendo tutto questo sente le farfalle nello stomaco, una specie di brivido che nonostante non le rimanga niente a cui aggrapparsi la fa sentire viva.

Da piccola avrei fatto di tutto pur di accontentare le maestre, la mamma o la nonna. Talvolta, poi, ne combinavo una grossa – distruggevo le aiuole della vicina di casa, rubavo qualcosa, picchiavo qualcuno – senza sapere nemmeno perche’ lo facessi. Ricordo ancora la faccia incredula di mia madre dopo ognuno di questi eventi. Mia nonna invece mi guardava sempre con uno sguardo tra il curioso e il divertito. Credo di essere molto simile a lei in questo.

Da qualche tempo, forse un paio di anni, questa parte piu’ scura si e’ fatta forte ed esigente. Non riesco a tenerla a bada; come un’ondata di slime verde, vuole uscire fuori da tutti gli angoli. Ogni volta che provo a chiuderla dietro un tombino, spinge cosi’ tanto da uscire piano piano dalle fessure laterali fino a farsi di nuovo intera, una massa budinosa, ma concreta ed estremamente resistente.

Io non sono una persona buona, cerco i disastri e loro cercano me. Sto bene solo quando sto male. Arrivata a questo punto, credo di provare piacere solo nel distruggere tutto quello che costruisco. Forse non ho un posto dove tornare perche’ un posto dove tornare non l’ho mai voluto.

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Dalla posizione in cui mi trovo vedo un triangolo di cielo ancora azzurro, disegnato dai rami intrecciati degli alberi che in questo punto del parco vengono lasciati crescere come vogliono, senza costrizioni o potature particolari. Lo fanno per gli uccelli, come recita un cartello all’inizio del sentiero che si inoltra in quest’area. In effetti, una volta mentre correvo ho incontrato un piccolissimo pettirosso che si riposava sotto alcune felci proprio da queste parti.

Lo stivale fangoso di lui è ancora poggiato sul mio orecchio sinistro e mi tiene premuta la testa a terra. Un piccolo torrente di sangue scorre silenzioso verso la mia bocca, rigandomi la guancia. Lecco via a intervalli regolari quello che mi si ferma sulle labbra; chissà perché il sapore ferroso mi fa venire in mente l’estate dai miei, i lamponi che coglievo nell’orto del nonno – non so se sia per via del sangue o dell’odore di bosco che qui è così forte. So di avere un fil di ferro conficcato in una caviglia, ma laggiù ormai si è informicolito tutto e non riesco a muovermi per poter guardare. Spero solo non sia troppo disgustoso. Lui si fruga nelle tasche da un po’ ormai; ad ogni movimento più brusco qualche pezzetto di terra si stacca dalla suola della sua scarpa e si ferma docile sul mio viso. Nella caduta ho perso uno degli auricolari, mentre l’altro suona ancora, appiccicato al fango sotto la mia testa. Mozart, Concerto per pianoforte n. 21 in do maggiore, K467. Il mio compagno non smette mai di dirmi quanto non capisca i miei gusti riguardo la musica da usare durante una corsa; io trovo la musica classica perfetta, adatta ai cambiamenti di respiro e di strada, alla pioggia che cade improvvisa e a sfollare i pensieri che ogni volta mi riempiono la testa. Di solito parto con Mozart o Wagner, per poi chiudere coi notturni di Chopin quando decido di correre molto a lungo. Oggi, non so perché, non ho fatto che ascoltare questo preciso Concerto a rotazione.

Dopo circa dieci minuti di silenzio finalmente si decide a rivolgermi la parola, in modo brusco. Ha estratto dalla tasca un piccolo coltello affilato, l’oggetto che ha cercato con affanno tutto questo tempo. Piegato verso di me mi chiede rabbioso di dargli il portafogli. Rispondo che non ho niente, non ho mai niente con me mentre corro se non le chiavi e il telefono, che se vuole può avere quello, anche se mi dispiacerebbe tornare a casa senza musica alle orecchie. Mi interrompe prima che possa spiegargli tutto e con fare maldestro inizia a toccarmi ovunque. Mi alza la maglia, mi sposta le braccia, respira forte. Scende verso i pantaloni, mi strizza i fianchi e mi tocca le gambe. Mentre procede nel suo perlustramento burrascoso ricomincio a sentire la caviglia – il suo peso su di me deve aver fatto penetrare il fil di ferro in profondità. Il dolore mi fa uscire una lacrima dall’occhio sinistro ma non dico niente. Lui comincia a mugugnare da solo, sempre più arrabbiato di non aver ricavato niente dalla sua imboscata. Si accorge che ho ancora il cellulare in mano e me lo strappa via con forza. Ora la musica non si sente più. Si piega a terra, la faccia a contatto con la mia. Dice che sono fortunata perché non gli viene duro. Il sudore gli cola dai capelli sulla mia fronte. Puzza così tanto che per qualche momento trattengo il respiro. Mentre si ricompone per andare via mi fissa e mi chiede a cosa stia pensando. “Alla colazione”, dico. Sto veramente pensando a una colazione abbondante, di quelle che piacciono a me, con uova strapazzate, salmone e avocado. La mia risposta non deve piacergli perché prima di dileguarsi definitivamente mi dà un calcio in testa, forte. Perdo conoscenza.

Mi sveglio quando il triangolo di cielo è ormai completamente nero. Ogni volta che passa un’auto sulla strada vicino, il boschetto si illumina a giorno. Mi tiro su a fatica. Ho del sangue incrostato su un lato della faccia, e la caviglia viene via con un rumore poco piacevole dal fil di ferro, lasciando intravedere una brutta ferita. Nonostante non mi regga molto bene in piedi, faccio del mio meglio per staccare il fil di ferro teso tra i due alberi, in modo che domani mattina non si faccia del male nessuno. Mi avvio verso l’uscita del parco zoppicante, senza nemmeno trovare la forza per piangere. Non mi sento triste: ho solo disperatamente bisogno di una coperta che mi protegga dal freddo.

Il mio compagno mi accoglie come un cagnolino abbandonato, con gli occhi pieni di preoccupazione. Mi abbraccia forte e quasi in lacrime mi chiede cosa sia successo. Non ho voglia di parlare. Dice che stava per chiamare la polizia. Gli dico che mi hanno rubato il cellulare con tutta la musica dentro. A quel punto inizio a piangere a dirotto. Dice che non importa, me ne prenderà uno nuovo e metterà dentro tutta la musica che voglio, e che non dirà mai più niente sui miei strani gusti in quanto a musica per correre. Mi stringe ancora e insiste per andare in ospedale. Mi sento come una camicia smessa, non ho forza di replicare – accetto tutto quello che mi dice. Nel viaggio in auto che ci separa dall’ospedale più vicino le lacrime mi scendono a fiumi sulle guance. Il dolore alla caviglia, gonfia e pulsante, fa andare i miei pensieri in direzioni strane, quasi incontrollabili. Penso che vorrei essere a casa dei miei, sentire il profumo della primavera in montagna, andare al supermercato del paese, comprare gli ingredienti e fare una bella crostata di frutta. Penso che avrei voluto chiedere almeno il nome al tizio che mi ha aggredito. Penso a come spariscano facilmente le persone dalla mia vita. Non una o due, interi gruppi, intere famiglie di persone che ho creduto essere famiglia anche per me. Il mio compagno ha parcheggiato da non so quanto tempo, è sceso dall’auto, si è accucciato vicino a me e mi accarezza. Dice che adesso dobbiamo andare, che devono sistemarmi la gamba, che devo smettere di piangere – dopotutto manca pochissimo al nostro viaggio a Parigi, e mi porterà a mangiare i dolci più buoni che rammento sempre, tutti quelli che disegno sul blocchetto accanto al telefono mentre passo le ore a parlare con la mia migliore amica. Come sempre quando è molto agitato, parla con un forte accento francese. Mi fa sorridere.

Da dove sono seduta adesso vedo uno spiazzo dove riposa il rottame di una vecchia automobile, spogliato di tutto quello che aveva dentro, senza ruote. Un piccolo gruppo di asfodeli gialli, cresciuti per caso, ne decora i contorni. Il mio compagno mi dà un bacio sulla fronte e mi chiede a cosa stia pensando. “Alla colazione”, dico. “Avrei dovuto immaginarlo”, dice. Sorride e mi aiuta ad alzarmi. Il sentiero che collega il parcheggio all’ospedale è ricoperto di lumache e dobbiamo fare attenzione a non calpestarle. Si vedono arrivare ambulanze di continuo, una dopo l’altra, circondate da tante piccole figure indaffarate, in giacche arancioni e camici bianchi.

Mi chiedo quante persone moriranno, qui, stanotte.

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A volte viene da qualcosa di piccolissimo. Un profumo che non indossavo da tanto, un dettaglio nella tappezzeria della metropolitana. Una ragazza bellissima, capelli lunghi biondo cenere, due treccine a decorarle la testa. Il sapore di un cibo mangiato anni fa in Giappone. Tutto diventa offuscato come attraverso il fondo di una bottiglia.

Le nuvole hanno di nuovo chiuso il cielo. C’e’ profumo di erba bagnata.

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Ho una caviglia gonfia; sento una fitta profonda che parte dal piede e arriva al ginocchio a ogni passo che faccio. Cerco di non pensarci mentre mi avvio verso l’ufficio. Questa mattina mi ha svegliato un sogno terribile: avevo una ferita enorme su una coscia, internamente; in chissa’ quale modo avevo perso una porzione di pelle molto grande e andavo in giro in mutande a cercare aiuto dai miei amici, incredula, con le lacrime agli occhi. “I., guarda che cosa mi e’ successo”. I. mi guardava comprensiva, mi abbracciava e diceva di non preoccuparmi: sarebbe andato tutto bene. Come si sta quando tutto va bene?

Non c’e’ un solo momento della giornata in cui la caviglia smetta di pulsare. Torno a casa dopo il lavoro e anche se non ne ho nessuna voglia, dopo aver visto qualche video-ricetta  – non so perche’ guardare gente che cucina mi tranquillizzi cosi’ tanto – inizio a vestirmi. I pantaloni neri comprati in Giappone, ormai sdruciti ma troppo comodi per poterli buttare. La maglia gialla presa da Decathlon – D-O-M-Y-O-S! Il jingle della pubblicita’ mi risuona in testa ogni volta che la vedo; lo scaccio via come una zanzara, scaccio via l’immagine del Decathlon vuoto e tutto quel giorno. Mi infilo le chiavi in tasca e inizio a correre.

La caviglia fa male, mi dico che lo faro’ solo per dieci minuti, quel tanto che basta per scaricarmi un po’. Il parco e’ semideserto, se non fosse per la lezione di acqua-gym in corso nella piscina di fronte non si sentirebbero rumori. Il sole e’ un pallone alto, giallo nel cielo. In questo stesso giorno, tanti anni fa, San Giorgio ha ucciso un drago – lo dice la radio. Lo ha infilzato dopo che la principessa lo aveva tratto in inganno, rendendolo mansueto. A me quel drago fa tanta pena. Altri dieci minuti, poi torno a casa. Il cielo si tinge di rosa e sono ancora qui; procedo senza spingere troppo ma con passo deciso. Ci dev’essere qualcosa nell’aria che quando corro non mi fa pensare a niente e mi fa sentire quasi euforica. La caviglia non fa troppo male ed e’ passata mezz’ora senza che nemmeno me ne accorgessi. Sto ascoltando una canzone con un testo ridicolo, che preferirei non dover capire. Mi scoccio banalmente del fatto che tutte le canzoni parlino d’amore. In questo momento vorrei sentire un pezzo che parli di come preparare al meglio i croissant. Forse dovrei mettermi a scrivere canzoni io.

Raggiungo la soglia di casa dopo piu’ di quaranta minuti e nonostante la caviglia dolorante proseguirei per almeno altri tre chilometri ma non voglio strafare. Questo e’ il momento della giornata che preferisco: quando il lavoro e’ fatto, la corsa e’ conclusa, e non resta che godersi il benessere momentaneo che ne deriva. Io sono quella che ha preso lo spillo in mano e ha fatto scoppiare la bolla di sapone, e lo spillo e’ pesante. Penso che per un bel po’ continuero’ a correre nel vuoto, verso il vuoto. In qualche modo mi fa sentire meglio.

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