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Archive for the ‘bolle di sapone’ Category

Io ho un grande difetto, tra gli altri. Mi ricordo sempre tutto. Ogni data, ogni nome, ogni piccolo racconto. E’ una cosa che normalmente potrebbe tornare molto utile, ma che invece e’ un grande ostacolo quando si cerca di mettere via una parte del proprio passato.

Nonostante cio’, ho notato tanti piccoli cambiamenti. Al mattino sono felice di svegliarmi; non succedeva da tempo. Sentire determinate canzoni non mi fa nessuno strano effetto, cosi’ come leggere nomi buffi e vedere faccine negli oggetti e nei paesaggi di tutti i giorni – cose che potrebbero sembrare sciocchezze, ma che fino a poco fa mi riempivano gli occhi di lacrime.

Lo scorso anno, quando facendomi una violenza infinita mi tiravo fuori dal letto e andavo a correre sotto la pioggia o la neve con le mani e il naso congelati dal freddo, non avrei mai creduto di poter tornare ad essere serena. La verita’ e’ che per quanto abbia tenuto stretti gli ultimi brandelli di ricordi, ho iniziato a dimenticare. E’ una bella sensazione.

Non sono brava a parlare direttamente di quello che sento. Devo sempre cucire i miei pensieri intorno a situazioni inventate, per proteggermi un po’. Stavolta pero’ non riesco a trovare niente dietro cui nascondermi, forse perche’ non ce n’e’ bisogno.

In questi anni mi sono rimproverata a lungo e profondamente per le scelte fatte e per non aver saputo affrontare quello che mi succedeva nella maniera migliore; tuttavia, alla fine, guardando tutto da dove mi trovo ora so di avere fatto quello che andava fatto.

Tempo fa, leggendo Fight Club di Chuck Palahniuk, una frase mi rimase molto impressa: “Sposati prima che il sesso diventi noioso, altrimenti non ti sposerai mai”. Ricordo di aver pensato quanto fosse vera; da allora, ogni volta che prendo una decisione mi viene in mente. E’ una specie di memento.

Non avrei mai pensato di dirlo, ma chiudere vecchi capitoli e’ proprio bello. Poi ci sono cose belle che rimangono belle in ogni momento della vita, come camminare con la musica alle orecchie.

 

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Lo so, invece, come si fa quando crollano i ponti e i fili rossi si spezzano.

Si guarda avanti, perché è solo avanti che si deve guardare.

Don’t you know nothing ever seem to make sense
You put your dancing shoes on and do it again 

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Da tanto non ballavo come un’indemoniata in giro per la casa.

And it’s hard to dance with a devil on your back
So shake him off

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Si comincia. Da un lato: una cascata fragorosa, uno scienziato, una ragazza grassa, calcoli. Dall’altro: un guardiano, una biblioteca, una torre che segna le 10:35, un volto conosciuto. Cinquanta pagine e sono già dentro. Sono il lettore, la bibliotecaria, le bestie. Gli occhi appesantiti dal sonno, appiccicati morbosamente alle righe. Un minuto di pausa al lavoro, e apro il libro. Cento passi da casa ad una porta, e cammino leggendo.

Murakami, sì. Già.

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Accanto alla scuola c’è un tabaccaio. E’ un negozio calmo, un po’ buio forse, ma piuttosto spazioso; oltre la vetrata ricoperta di locandine di vario genere si distinguono gli schermi dei giochi d’azzardo elettronici, una televisione sempre fissa su mtv, alcuni scaffali stipati di caramelle e dolciumi.

Ci vado una volta la settimana, al mattino prima di entrare al lavoro, per comprare un pacchetto di Winston blu. Perché sebbene il mio tabagismo si sia limitato, come ho già specificato qualche volta in passato non riesco a rinunciare alle mie solite 2-3 sigarette al giorno. Mi spezzano i ritmi, e  sembrerà assurdo ma posso dire che mi fanno respirare. 

Quando vado la mattina, dicevo, trovo sempre un anziano signore con la faccia simpatica dietro il banco. Ha due grossi baffi bianchi, e sorride spesso. Mi porge gentilmente il pacchetto di sigarette, e mi saluta quando esco dal negozio.
A volte passo dal tabaccaio anche il pomeriggio dopo pranzo, per comprare della cioccolata; sembrerà strano che io compri cioccolata proprio da un tabaccaio, che poco c’entra e non fa certo venire in mente i generi alimentari, eppure vado sempre lì. E’ che i bar del centro mi disgustano; i camerieri sono sempre stufi, poco gentili e sovente nervosi, i prezzi si adattano alla mole di turisti che invade la città e i locali sono  smorti, poco curati e arredati male. Ecco, nei bar del centro di Firenze non mi sento a mio agio. Da molto tempo evito di farci colazione, ultimamente non ci entro nemmeno per un caffè, che preferisco prendere dalla fornaia. Come già detto, sembrerà un tantino strano che io compri cioccolata dal tabaccaio e caffè dalla fornaia, ma è così. Se c’è chi si permette di andare in biblioteca per piantarsi di fronte a Facebook, allora le mie ingenue incongruenze sono più che giustificate.

Ma torniamo al tabaccaio. Il pomeriggio, il signore buono coi baffi è sostituito da uno strambo ragazzo coi capelli rossi, che credo sia suo figlio. Al contrario del padre, sembra piuttosto spaventato dai clienti, ma io lo trovo carino, somiglia ad una volpe. Ogni volta che entro nel negozio si nasconde dietro la macchina del lotto, e finge di contare dei foglietti. So che finge perché tra le mani gira sempre i soliti 4, nervosamente, facendo poca attenzione a quello che c’è scritto. Non so perché, ma mi fa tanta tenerezza, e mi fa sorridere. Aspetta sempre che scelga la mia cioccolatina e abbia già i soldi in mano per pagare, prima di battere lo scontrino. Devo fargli una gran paura proprio, e questa cosa mi sembra talmente singolare che ogni volta ridacchio sotto i baffi; temo di essergli molto antipatica infatti.
La cosa più buffa però, è quando mi annuncia il prezzo; provo a guardarlo dritto negli occhi, sorridendo, ma lui puntualmente guarda in su. In su! Figuriamoci, probabilmente per la gran paura non mi ha nemmeno mai vista in faccia. Mi sento un po’ il mostro della cioccolata, al suo cospetto, però è proprio divertente fargli i dispetti. Mi verrebbe voglia di aprire quella testina rossa per vedere che cosa macina. Com’è chiuso nella sua bolla, penso, e mi rendo conto di fare altrettanto. Ma forse, chi più che meno, facciamo tutti così. Almeno lui mi fa ridere – con affetto, chiaro.

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Dio, come sono contenta quando compro un libro. Sono talmente allegra che divento persino un po’ trash.

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Per ora mi limito ad assumere le sembianze di Aloe nei momenti di particolare acidità. Esempio: oggi il fidanzato di una delle insegnanti ha fatto una sorpresa alla sua amata donzella venendola a prendere con una margherita in mano. Scena da film con tanto di lacrimuccia (della femmina). Seguono baci a catena e gote arrossate. Io ho ammirato il tutto dal mio angolo e l’unica cosa che sono riuscita a pensare era che se avessi potuto, avrei distrutto le loro testoline felici con un’unica mossa di karate. E mi sono sentita profondamente Aloe.

Però c’è stata una piccola soddisfazione, prima. Mi sono ritrovata a passeggiare con un parigino (vero). Che mi ha detto che il mio francese è perfetto. Ed ha tenuto a ribadirlo anche in italiano – “il tuo fransscese è ottimo!”. Che momento di vana gloria e felicità. Dopo averlo accompagnato dove doveva andare, ho camminato per un quarto d’ora con in faccia un sorriso ebete, e per un po’ non ho avuto niente su cui rimuginare. Dopodiché una serie di strani ragionamenti che non sto qui a spiegare mi hanno portata alla conclusione che da grande sarò Marcel Proust.

Forse parlare con i francesi fa male.

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