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Archive for the ‘buffezze’ Category

C’era una volta uno strano anno che giungeva alla fine, e non riusciva tuttavia a smetterla di portare male. C’era una volta Mei con la febbre alta, che festeggiava il capodanno a casa, con Fabrizio Frizzi alla TV.

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Di tanto in tanto mi tornano in mente strani episodi, non so perché. E’ come se da qualche giorno mi fossi ripresa da una brutta testata, e stessi raccogliendo i sassolini e i rametti nudi abbandonati a riva dopo la tempesta.

Mi sono fermata a pensare un paio di volte. Ho ricordato del giorno che visitammo Firenze alle elementari, avrò avuto otto anni o poco più. Ci fermammo al giardino dei Boboli, che ancora riesco a figurarmi piuttosto dettagliatamente, nonostante quella sia stata la mia unica visita. Avevo nello zainetto un panino con la frittata e uno tonno e maionese, mi piacevano solo così. Dopo aver camminato un po’, ci fermammo a mangiare in una panchina con un paio di amiche. Davanti a me stava sdraiato un giovane giapponese con un taccuino in mano, scriveva chissà cosa in verticale – allora non potevo sapere niente della sua lingua – eppure, non appena ho ricordato questo particolare mi sono resa conto che anche lui ha contribuito a portarmi sulla strada in cui sono adesso. Rimasi imbambolata a fissare la sua mano disegnare strane linee, fini e  precise, non so per quanto. Posso ancora sentire l’ardore che provavo al momento di riuscire a comprendere cosa ci fosse dietro quelle figure a me completamente sconosciute. Forse, dopotutto, può darsi che c’entri davvero con la mia passione per questa lingua, e l’ho capito poco fa.

Pensavo anche al giorno che andai a visitare il liceo nel quale ho poi studiato per cinque anni. Chissà perché, ho ricordato perfettamente come fossi vestita (un paio di pantaloni grigi, una orribile felpa anch’essa grigia con rifiniture giallo fluorescenti) e come fossero i miei capelli (lisci, tutti pari come una suorina, fin sotto le spalle). La sera prima di visitare la scuola ero stata con le amiche al cinema a vedere “L’Esorcista”. Ho sempre odiato i film horror, perché mi impressionano all’inverosimile, ma ho sempre evitato di dirlo agli altri per vergogna, e ai tempi godevano di ottima popolarità tra noi pre-adolescenti perciò ogni settimana finivo mio malgrado a vederne uno. Nel posto accanto a me stava un ragazzo più grande, che appena si spensero le luci mi sussurrò a un orecchio – “vedrai che figata la scena in cui la tipa vomita piselli” ridacchiando, e adducendo commenti di disprezzo per gli effetti speciali tanto scadenti. Era la terza volta che vedeva quel film. Durante la visione mi unii agli sghignazzi degli altri, per non passare male, mentre silenziosamente morivo di paura. Forse è il film che più mi ha inquietata in assoluto. Passai la notte a tremare rannicchiata in un fortino di coperte, temendo che da un momento all’altro il letto avrebbe preso a tremare e il diavolo, o un qualsiasi altro essere maligno, sarebbe saltato fuori da sotto il pavimento pronto a rapirmi  e portarmi tra le tenebre. Durante la presentazione del liceo non facevo che ripensare alle scene del film, ricordo che non ascoltai una sola parola della professoressa che ci guidava attraverso le aule. Ancora non riesco a capire cos’è che mi terrorizzò tanto. Forse l’aver fatto la chierichetta per molti anni ed essere stata molto credente durante tutta l’infanzia aveva contribuito a rendermi ostile Satana e ciò che lo riguardava, ma in qualche modo sento che questo non c’entrasse nulla.

Ad ogni buon conto, credo di aver smosso qualcosa.

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Del giorno in cui entrai in fissa con le balene potrei raccontare che la notte prima avevo fatto un sogno molto strano, ma nessuno ci crederebbe. Nel sogno attraversavo a piedi un grande ponte sul mare, e ad un tratto vedevo questa maestosa rampa di scale che andava su, sopra le nuvole. Iniziavo a scalare i gradini, uno dopo l’altro, la scala non aveva protezioni e sentivo una gran paura. In più c’era un vento fortissimo, così decidevo di riposarmi su uno spiazzo più grande, senza trovare il coraggio per continuare. Ma poi salivo ancora e dopo le nuvole c’era una grandissima sala con una buffa donnina ad aspettarmi. La donnina mi diceva che dovevo uccidere tutti gli esseri umani che in qualche modo avevano rovinato la terra o fatto del male agli animali; allora mi mostrava una serie di immagini di balene uccise, dissanguate, fatte a pezzi. Al che pensavo: “lo farò senza dubbio” ma poi immaginavo il fatto di dover sparare a un bambino e tutta la mia determinazione andava in fumo; il dilemma è stato risolto dalla sveglia che ha suonato in quel momento.

Comunque, quel giorno dopo aver fatto colazione ho iniziato a documentarmi sulle balene. A leggere delle varie specie e a guardare immagini. La balenottera azzurra è l’animale più grande del pianeta, mentre il capodoglio vanta il primato del cervello più pesante e grosso in assoluto – in alcuni esemplari arriva a pesare nove chili – è l’animale più rumoroso del mondo e vive fino a ottant’anni. Gli piace scendere a fondo, è un ottimo subacqueo, può trattenere il respiro per due ore consecutive. E poi ci sono orche, beluga, narvali e molti altri, ognuno con le sue caratteristiche. Tutti i cetacei presentano molte somiglianze con gli esseri umani, per via delle proporzioni tra cervello e corpo, per la curiosità, la capacità di comunicare e l’uso dei cinque sensi. Può darsi che abbia appena scritto un sacco di stupidaggini, ma è quello che ho potuto capire io.

Di foto ne ho viste molte, più che altro di balene morte. Capodogli dissanguati, stipati su grossi rimorchi, balenottere sgonfie fatte a pezzi, piccoli beluga arenati. Ma alcune erano ancora vive, nuotavano nel blu profondissimo e sono le immagini che mi hanno colpito di più. Riuscivo a pensare solo a quel blu assoluto, e a nient’altro. Così da quel momento faccio un gioco. Chiudo gli occhi, immagino di essere lì in fondo con le balene e mi addormento. Ho provato varie volte – sul divano, nel treno, a letto –  ed ha sempre funzionato.
Le balene mi piacciono e le penso spesso.

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A me piace molto andare a fare la spesa.
Cominciare dal reparto della frutta e seguire il percorso obbligato dalla macelleria ai prodotti per la casa, fino alle cazzate accanto alle casse che non riesco mai a non comprare.  Tipo quelle gomme rotonde giganti ai gusti improbabili o gli snack a base di cioccolata.

E mi piacciono i supermercati, specialmente quando non c’è molta gente. E’ buffo guardare gli altri che si aggirano lenti tra uno scaffale e l’altro, sempre guardando in su. Mi piace la gente che fa la spesa senza fretta, una cosa alla volta.

Guardo un po’ tutti, ragazze, ragazzi, nonni, guardo sempre gli inservienti e mi ricordo di loro. Da un po’ di tempo, tranne qualche caso eccezionale, vado sempre a far compere nel grande negozio vicino casa e conosco bene i volti e i modi di fare di tutti quelli che ci lavorano. Ci sono le fornaie con le gote rosse, i ragazzi che sistemano la frutta che hanno tutti i capelli neri; una volta ne ho visto uno senza cuffia, con sorpresa scoprii che i suoi capelli erano lunghi e ricci, non l’avrei mai detto. Poi c’è il pescivendolo, che è proprio il classico pescivendolo alto, con le spalle larghe, le braccia pelose, i capelli folti e scurissimi, che guarda sempre le ragazze coi vestitini, me compresa, e in effetti è divertente che lo faccia. Poi gli altri che riordinano gli scaffali, una volta da una parte, una volta dall’altra, uno dei ragazzi l’ho incontrato un giorno, lui in motorino, io in bici, mi ha sorpassata ed ha continuato la sua strada nonostante il semaforo rosso, non credo neppure si sia accorto di me. In effetti mi sono chiesta spesso se anche loro, quelli che ci lavorano, si ricordino dei clienti, tanti ne vedono passare ogni giorno. Beh, il pescivendolo di sicuro, si vede da come guarda. Infine ci sono le cassiere, quanta pazienza dovranno avere, specialmente quelle che controllano le casse automatiche, che care ragazze, sempre col sorriso nonostante i vecchini impertinenti e i giovani incapaci che non riescono a capire che dopo aver passato il codice a barre di un prodotto questo va depositato dall’altra parte della cassa di modo che il suo peso venga verificato, ma le cassiere sempre gentili, lì a rispiegare sempre le stesse cose cento volte al giorno come se ogni volta fosse la prima.

Ieri, in fila per pagare, avevo di fronte una donna strana con un gran vestitone lungo e la schiena completamente scoperta; ma niente di bello, anzi, il contrario, una schiena grassa e appiccicosa, afflosciata in due grosse lonze proprio sotto le scapole. L’avevo vista poco prima entrare in farmacia, e mi aveva colpito, chissà perché. Insomma, questa tizia aveva un grosso librone di fisica, e in faccia sembrava una specie di talpina confusa, non so dire se mi facesse tenerezza o pena. Comunque ho pensato che magari qualche anno fa doveva essere sicuramente stata una di quelle ragazze che si fissano col cioè e scrivono centinaia di poesie orrende, abusando delle parole cuore, amore, dolore, spezzato, per sempre.

Una volta avevo un’amica che ogni anno tappezzava la copertina del diario con queste poesiole, poi è diventata una mezza alcolizzata. Chissà se c’è un nesso.

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Suona il telefono. Rispondo.

“Istituto ***, buongiorno”

Salve signorina, chiamo dalla Telecom, volevo informarla che siete stati selezionati per ricevere in regalo un pc portatile Toshiba…”

“Guardi scusi, la ringrazio molto ma non ci interessa”

“Ah. E perché?”

Ridacchio. “Beh…signore, qui ne abbiamo già quattro di computer, un altro, per quanto gratuito, non sapremmo nemmeno dove metterlo.” Continuo a ridacchiare.

“Ahahahaha…com’è buffa signorina…lei mi fa ridere, ahahaha. Mi scusi tanto se rido con lei, ma oggi ho avuto una brutta giornata e questa è la prima cosa simpatica che mi succede. Sa, sono stato in banca a ritirare lo stipendio, ma c’era la fila, allora ho fatto tardi al lavoro e i miei capi mi hanno fatto una strigliata che non se la immagina. Pensi che non mi hanno dato nemmeno la pausa per pranzare! Ahahah che divertente…lei è davvero divertente”

“Mi dispiace signore…possibile che non abbia nemmeno cinque minuti per buttar giù un panino?”

“Purtroppo no…li ho fatti proprio arrabbiare sa. Signorina…grazie ancora, lei è…buffa.”

Continuo a ridere. “Grazie a lei signore. Buona serata”.

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Qualcuno mi rammenta i Digimon.
I Digimon è uno dei pochi cartoni animati dei quali ho potuto vedere la prima puntata, insieme ai Pokèmon, Lady Oscar, Heidi e Fiocchi di Cotone. Da piccola questa cosa mi emozionava, vedere la prima o l’ultima puntata di una serie, mi riempiva di entusiasmo, perché le fasi intermedie si potevano beccare ogni pomeriggio, invece il principio e la conclusione capitavano solo due volte. Mi sono affezionata un sacco a questi cartoni animati, sono quelli che ricordo con più amore, in effetti.

Avevo un’amica brutta e antipatica che veniva ogni estate in vacanza in montagna, mi pare si chiamasse Caterina. A dodici anni pensava e agiva già come una quarantenne, era alta, magra, sobria, vestiva solo Lacoste e colori pastello quali bianco, azzurrino, verdino. Portava i capelli castani lisci come spaghetti legati in una coda di cavallo, a guardarla bene sembrava sempre che fosse in procinto di andare a giocare a tennis. Non ricordo assolutamente come la conobbi, per quanto possa pensarci non mi viene in mente. Ma finì che cominciammo a uscire insieme. Io non la sopportavo, a volte mi scatenava un odio profondo, però mi faceva anche una gran pena. I suoi argomenti di discussione preferiti riguardavano la barca a vela del padre (“ma è solo un guscio di noce, davvero piccola”) e la  scuola – era una gran secchiona, almeno per quel che diceva, una volta finite le medie si sarebbe iscritta al liceo scientifico indirizzo Brocca, “quello più difficile” ribadiva. Io sentivo “Brocca” e scoppiavo a ridere perché mi pareva assurdo che una scuola si potesse davvero chiamare così, lei puntualmente si offendeva e io piombavo nell’imbarazzo più grottesco, di fronte ai suoi musi lunghi non sapevo mai come comportarmi, sembravo una specie di Yeti ferito, ma questa è un’altra storia. Per quanto però mi stesse antipatica il fatto di passare un po’ di tempo con lei non mi pesava. Perlomeno non era stronza quanto le altre ragazzine con cui uscivo. A volte mi faceva addirittura sentire bene, e doveva essere un sentimento reciproco perché una sera se ne uscì dicendo “vorrei che tu mi considerassi la tua migliore amica”, cose da vomito insomma. Io diventai rossa come un peperone, me ne andai senza dire niente e non ne volli più sentir parlare.

Ma dicevo, i Digimon. Capitava che qualche volta mi fermassi da Caterina per cena. Abitava con la nonna in una graziosa casina del centro storico, mi piaceva stare lì. Era tutta di legno, il pavimento, le travi sul soffitto, i mobili, davvero carina. Una sera vedemmo la pubblicità di questo cartone animato e io impazzii letteralmente; ero già una fan sfegatata dei Pokèmon, dovevo assolutamente seguire anche questa nuova serie. A dire il vero la prima reazione fu di rabbia “li hanno copiati!! hanno copiato i Pokèmon!”, ma poi mi calmai e decisi di prendere saggiamente in analisi la prima puntata. Caterina mi chiese se potevamo vedercela insieme, l’avrebbero trasmessa pochi giorni dopo verso le quattro del pomeriggio, e acconsentii anche se tutta la faccenda mi sembrava strana dal momento che lei non guardava nessun tipo di cartone animato.

Alla fine la guardammo davvero insieme quella puntata, e fu divertente sebbene i Digimon non mi piacquero molto. Sì, la grafica era carina, e anche la storia tutto sommato, però c’era qualcosa che non mi convinceva, forse il fatto di sentire che in qualche modo stavo tradendo i Pokèmon. Continuai a seguire tutta la serie, ogni pomeriggio, anche quando la scuola cominciò e Caterina tornò al suo paese e da lì non credo di averla più vista, in effetti l’avevo completamente rimossa e magari se non fosse stato per i Digimon non l’avrei ricordata proprio mai più.

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La signorina S. mi somiglia molto. Per prima cosa, anche lei scrive febbrilmente da quando era bambina, per il semplice fatto che per comprendere le cose, qualsiasi genere di cose, deve metterle per iscritto. Deve vederle come presenze concrete, ferme, segnate in nero su un pezzo di carta. La signorina S. redige pagine su pagine per ore ogni giorno, ma non conclude mai niente. Ha un romanzo nascosto da qualche parte dentro la sua testa, però qualcosa le impedisce di tirarlo fuori. La signorina S. non si cura molto, ha i capelli corti spettinati, non le importa di apparire femminile. Ha un solo amico che disturba a suo piacimento, in orari più o meno improbabili. Porta i calzini spaiati, e gli occhiali. E’ una ragazzina poco ragionevole e men che mai oculata, fin qui niente da controbattere. Direi che ci siamo. La signorina S. è molto simile a me, che sono la signorina M., un caso tra i tanti in cui il lettore si riconosce con uno dei protagonisti del libro che sta leggendo. Nulla di nuovo.

Allora, io non sono molto brava con il self-control e i ragionamenti concreti, è cosa risaputa. Per arrivare a non ululare come una belva inferocita o piangere fiumi di lacrime anche per cose che (magari agli altri, non a me) sembrano insignificanti, devo – come spiegato poco sopra – scrivere, o contare in giapponese fino a millecinquecento. D’ora in avanti userò un altro metodo per alleviare le mie pene comportamentali: delegherò i miei problemi alla signorina S.. Lei, che è simile a me ma è un po’ meglio di me, saprà certamente cosa farsene. Vorrei cominciare subito a metterla all’opera.

Problema n. 1
Signorina S., il mondo è pieno di signorine C., ne sarà sicuramente al corrente. Le signorine C. sono ragazze silenziose, che tramano nell’ombra contro qualcosa o qualcuno per i loro meschini tornaconti, senza aver molta cura  del fatto che le signorine M. hanno dei sentimenti e non sono molto capaci di sostenere le situazioni che loro propongono. Le signorine C. fanno delle cose cattivissime, come ad esempio cercare di sedurre il ragazzo delle signorine M., agendo tramite subdole mosse pubbliche per mandare ancor più nel panico le loro avversarie (gliel’ho detto signorina S., le signorine C. sono cattive, delle vere arpie). Ora, signorina S., si dà il caso che io mi trovi in un caso analogo. Una qualunque signorina C. sta infatti attentando alla sicurezza del mio attuale rapporto amoroso, al quale tengo infinitamente, e lo fa ovviamente senza pensare che in tutto questo sono coinvolta anche io, e che magari potrebbe farmi molto male, se già non lo sta facendo. Per varie ragioni che non sto qui a spiegare, il mio attuale compagno e la signorina C. si troveranno ad essere nello stesso posto allo stesso momento, dove io non potrò – a causa di alcuni motivi pratici – essere presente. Signorina S., mi sembra d’impazzire. Ho molta fiducia nella persona che mi sta accanto, ma non sopporto, non sopporto, l’idea della signorina C. che gli si avvicina e fa la bella e sfodera le sue migliori armi di seduzione per sperare di lasciare in lui qualcosa, come ad esempio la voglia di rivederla, o di stare con lei. Signorina S., lei che è come me ma un po’ meglio di me, sono certa che saprebbe aiutarmi. Pensi un po’ al mio caso signorina S.. E’ una cosa brutta vero? Signorina S.? Signorina S.? Ma dov’è andata?

Niente, in realtà sono stupida e volevo solo ridere un po’ sui drammi (ahah) che al momento mi assalgono. Le baruffe amorose mi divertono anche, un po’. Ma soprattutto, quanto sopra non è che uno scherzino.

Però mi sento meglio, sìsì. Grazie Signorina S.

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