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Archive for the ‘caffè’ Category

Mentre preparavo la salsa di pomodoro pensavo a mia zia, che una volta si offese perché le dissi che non mi piace la pasta Barilla. Se la prese proprio a morte, non ho mai capito perché. A me piace la De Cecco, o la Gragnano. Anche la pasta della Coop non mi fa schifo. Ma in effetti non credo mi offenderei se qualcuno la pensasse diversamente sull’argomento. Una volta ho conosciuto una ragazza che mangiava sempre e solo Speedy Pizza, che io ho sempre ferocemente detestato; quando me lo disse sgranai gli occhi e la bocca, eppure rimanemmo amiche. Beh ora non lo siamo più, ma che c’entra.

Tra le tante cose che “ho sempre sognato” c’è anche la Fine. Ho sempre sognato una Fine, di quelle da cinema, con le luci che si spengono, la gente che si saluta con le lacrime agli occhi, il protagonista che rimane da solo a riflettere sul patio di casa sua fumando una sigaretta. E niente, stasera ho avuto la mia Fine. Ho aperto per l’ultima volta il mio piccolo ristorante, ho dato da mangiare a un po’ di persone, ho festeggiato un compleanno (di un giovane ragazzo di otto anni), ho preparato il miglior pesto genovese che abbia mai preparato, ho ricevuto una proposta di matrimonio da uno dei miei ex studenti, ho sofferto il caldo più tremendo tra i fornelli e l’umidità estiva giapponese al novantotto percento. Ho strofinato i fornelli, sgrassato le pentole, ho riposto i piatti, lavato il pavimento, e alla fine ho pianto insieme alla mia collega e insieme abbiamo passato il testimone a chi verrà dopo di noi. A patto che il nome del ristorante rimanga, sempre e solo, AK – o Alessia’s Kitchen.

Non c’è molto altro che sappia dire così a caldo, ma sono stati due mesi grandiosi, e se mi guardo indietro non so bene nemmeno come ce l’abbia fatta ad iniziare.

Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina.
Non importa dove si trova, com’è fatta: purché sia una cucina, un posto dove si fa da mangiare, io sto bene. Se possibile le preferisco funzionali e vissute. Magari con tantissimi strofinacci asciutti e puliti e le piastrelle bianche che scintillano.
Anche le cucine incredibilmente sporche mi piacciono da morire.
Mi piacciono col pavimento disseminato di pezzettini di verdura, così sporche che la suola delle pantofole diventa subito nera, e grandi, di una grandezza esagerata. Con un frigo enorme pieno di provviste che basterebbero tranquillamente per un intero inverno, un frigo imponente, al cui grande sportello metallico potermi appoggiare. E se per caso alzo gli occhi dal fornello schizzato di grasso o dai coltelli un po’ arrugginiti, fuori le stelle che splendono tristi.
Siamo rimaste solo io e la cucina. Mi sembra un po’ meglio che pensare che sono rimasta proprio sola. Yoshimoto B., Kitchen

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Accanto alla scuola c’è un tabaccaio. E’ un negozio calmo, un po’ buio forse, ma piuttosto spazioso; oltre la vetrata ricoperta di locandine di vario genere si distinguono gli schermi dei giochi d’azzardo elettronici, una televisione sempre fissa su mtv, alcuni scaffali stipati di caramelle e dolciumi.

Ci vado una volta la settimana, al mattino prima di entrare al lavoro, per comprare un pacchetto di Winston blu. Perché sebbene il mio tabagismo si sia limitato, come ho già specificato qualche volta in passato non riesco a rinunciare alle mie solite 2-3 sigarette al giorno. Mi spezzano i ritmi, e  sembrerà assurdo ma posso dire che mi fanno respirare. 

Quando vado la mattina, dicevo, trovo sempre un anziano signore con la faccia simpatica dietro il banco. Ha due grossi baffi bianchi, e sorride spesso. Mi porge gentilmente il pacchetto di sigarette, e mi saluta quando esco dal negozio.
A volte passo dal tabaccaio anche il pomeriggio dopo pranzo, per comprare della cioccolata; sembrerà strano che io compri cioccolata proprio da un tabaccaio, che poco c’entra e non fa certo venire in mente i generi alimentari, eppure vado sempre lì. E’ che i bar del centro mi disgustano; i camerieri sono sempre stufi, poco gentili e sovente nervosi, i prezzi si adattano alla mole di turisti che invade la città e i locali sono  smorti, poco curati e arredati male. Ecco, nei bar del centro di Firenze non mi sento a mio agio. Da molto tempo evito di farci colazione, ultimamente non ci entro nemmeno per un caffè, che preferisco prendere dalla fornaia. Come già detto, sembrerà un tantino strano che io compri cioccolata dal tabaccaio e caffè dalla fornaia, ma è così. Se c’è chi si permette di andare in biblioteca per piantarsi di fronte a Facebook, allora le mie ingenue incongruenze sono più che giustificate.

Ma torniamo al tabaccaio. Il pomeriggio, il signore buono coi baffi è sostituito da uno strambo ragazzo coi capelli rossi, che credo sia suo figlio. Al contrario del padre, sembra piuttosto spaventato dai clienti, ma io lo trovo carino, somiglia ad una volpe. Ogni volta che entro nel negozio si nasconde dietro la macchina del lotto, e finge di contare dei foglietti. So che finge perché tra le mani gira sempre i soliti 4, nervosamente, facendo poca attenzione a quello che c’è scritto. Non so perché, ma mi fa tanta tenerezza, e mi fa sorridere. Aspetta sempre che scelga la mia cioccolatina e abbia già i soldi in mano per pagare, prima di battere lo scontrino. Devo fargli una gran paura proprio, e questa cosa mi sembra talmente singolare che ogni volta ridacchio sotto i baffi; temo di essergli molto antipatica infatti.
La cosa più buffa però, è quando mi annuncia il prezzo; provo a guardarlo dritto negli occhi, sorridendo, ma lui puntualmente guarda in su. In su! Figuriamoci, probabilmente per la gran paura non mi ha nemmeno mai vista in faccia. Mi sento un po’ il mostro della cioccolata, al suo cospetto, però è proprio divertente fargli i dispetti. Mi verrebbe voglia di aprire quella testina rossa per vedere che cosa macina. Com’è chiuso nella sua bolla, penso, e mi rendo conto di fare altrettanto. Ma forse, chi più che meno, facciamo tutti così. Almeno lui mi fa ridere – con affetto, chiaro.

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Alif.

Ah, se sono belli gli Autogrill a notte fonda.

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Oggi e’ una buona giornata. Mi hanno anche attraversato le papere, che secondo me porta bene. Non so perche’, non me lo chiedete.

Ma insomma sembrano simpatiche e se le lasci attraversare ti fanno l’occhiolino.

Ho appena fatto un “tiramisu'”, se cosi’ lo vogliamo chiamare, dato che e’ stato  tutto un po’ un compromesso. “Buooono il tuiramisu’ Italiano”, dicono loro, “ce lo fai assaggiare?”. “Certo”, dico io “ma mi servono i Pavesini…kennen zei Pavesini?no eh…ma almeno qualcosa di simile…something similar…eieren kookijes si…e mi serve anche il mascarpone…” “ja mascrappone!” “nee, ma-scar-po-ne” “ach ja, mazkarpone…”

E insomma alla fine si va al supermercato, un graaande grandiiiiiissimo supermercato, pero’ senza quello che serve a me 😦

Allora cominciamo a fare compromessi: questi biscotti non sono proprio pavesini, ma insomma…”hey Alicia kijk!Mazkarpone mit Korkonzola!” “nee, Gorgonzola non va bene nel Tiramisu’!Pero’ c’e’ quel coso francese, quello li’ a sinistra…si quello!beh…tentiamo”

A casa poi mi diletto, con qualche sforzo…e insomma alla fine…tadaaa!Il quasi-tiramisu-improvvisato (Giulia potrebbe essere un buono spunto per uno dei tuoi farfugli…un tirami-qualcosa o un qualcosa-su, vedi un po’) e’ servito…e il risultato?beh, di certo lontano migliaia di km dal mascarpone perfetto della mamma ma…ehi stanno sorridendo tutti…e mangiano felici!!!!Le cose sono due, o mi prendono per il culo e ingurgitano a forza o e’ davvero piaciuto…ma si che gli e’ piaciuto!Ne vogliono ancora!

Ik will mer!!!

E’ un peccato che le mie notti siano cosi’ tormentate. Perche’ di giorno sorrido, mi sento serena. Ma basta chiudere gli occhi per vedere mille mostri che tornano a farsi vivi, a ricordare che non sono andati via, sono sempre li’, momentaneamente indeboliti dalla gioia che provo ma comunque vivi. Mi fanno paura, e spesso mi sveglio col viso coperto di lacrime.

Stanotte ho sognato una mia vecchia amica. Vorrei non dire vecchia, ma mi ha esclusa dalla sua vita, pero’ allo stesso tempo non posso considerarla una non-amica percio’…beh dai, l’aggettivo “vecchia” e’ un compromesso. E questo sogno mi ha fatto male…io ero piccola e la vedevo lontana…”ehi ma dove vai???ehi???mi senti??IUHUUU SONO IO, MEI!SONO QUIII!” ma lei niente, continuava a camminare. E allora io urlavo piu’ forte, e piangevo piangevo…ma lei niente. Ed e’ proprio cosi’ in effetti, e’ quello che provo. Ma di giorno preferisco non pensarci.

Sara’ l’aria di quassu’ che mi fa delirare piu’ del solito?Sara’ l’umido?

Si, lo so, questo blog doveva essere un gioioso reportage fotografico della mia vita Olandese, ma ho gia’ spiegato perche’ non posso postare fotografie, e beh…sono comunque io, l’incoerenza fatta persona, e in questo caso mi dimostro nuovamente incoerentemente coerente con me stessa.

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