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Archive for the ‘canto’ Category

Garota de Ipanema e’ uno dei miei pezzi preferiti in assoluto. Di musica ne ascolto tanta e di moltissimi generi; nonostante i miei gusti giornalieri prediligano roba un po’ particolare, ci sono alcune canzoni classiche che ho proprio stampate in testa, che non mi stancherei mai di ascoltare e cantare. Una, appunto, e’ Garota de Ipanema. Altre che mi vengono in mente: Águas de Março, Dream a little dream of meYou are my sunshine – sebbene quest’ultima non riesca piu’ a sentirla senza farmi venire le lacrime agli occhi.

Mi piace cantare Garota de Ipanema in inglese – perche’ il portoghese non so pronunciarlo – mentre cammino, cucino, o pulisco. A volte nemmeno mi accorgo di aver iniziato a intonarla. E’ una canzone di solito catalogata tra le easy-listening, quella roba che va bene a tutti in ogni situazione, che puo’ essere usata come musica di attesa al telefono o come sottofondo all’Oviesse. A me piace perche’ paradossalmente mi mette un po’ di angoscia. Non so per quale ragione, ma ho sempre pensato che lei, la ragazza di Ipanema, abbia fatto una brutta fine e sia morta di una morte orribile, forse perdendosi in mezzo alla giungla durante una camminata pomeridiana. So bene che la tizia a cui la canzone si ispira e’ viva e vegeta, ma a me piace pensarla cosi’.

***

Ieri il mio blog compiva otto anni. Mi sembra assurdo che sia passato tutto questo tempo. Lo aprii un giorno di pioggia, in Olanda. Per quanto piccolo e sconosciuto, ha portato tantissime cose belle nella mia vita. Mi scenderebbe quasi una lacrimuccia. 

 

 

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Febbraio.

Fa freddo. Ho un cappottino grigio, una sciarpa arancione e un cappello azzurro. I capelli scuri, lunghi fino le spalle, raccolti in due trecce.

Pedalo per tornare a casa, è buio. Durante il percorso incontro, nell’ordine: un grosso centro commerciale, tutto illuminato, con auto che entrano ed escono dal parcheggio guidate pazientemente dagli instancabili omini del traffico; un cimitero, protetto da un grande torii di marmo grigio; un ristorante specializzato in tonkatsu costruito, chissà perché, imitando lo stile di una baita tirolese; un ristorante di okonomiyaki, una rivendita di mazze da golf usate, Pizza La al cui ingresso riposano ordinati almeno venti motorini da consegna, un piccolo lago, due kombini aperti 24 ore un concessionario di auto francesi, un grosso pachinko con le mura dipinte di nero.

Ho la musica alle orecchie e le lacrime che mi rigano le gote. Ogni tanto chiudo gli occhi e prego perché quello che ho non mi venga mai portato via perché senza, io, non saprei proprio come vivere.

It’s you, it’s you, it’s all for you
Everything I do
I tell you all the time
Heaven is a place on earth with you
Tell me all the things you wanna do
I heard that you like the bad girls
Honey, is that true?
It’s better than I ever even knew
They say that the world was built for two
Only worth living if somebody is loving you
Baby, now you do

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Skinny love.

I told you to be patient
I told you to be fine
I told you to be balanced
I told you to be kind
In the morning I’ll be with you
But it will be a different “kind”
I’ll be holding all the tickets
And you’ll be owning all the fines

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Ultimamente, mi viene più musica che altro. E me ne viene un sacco. Bene così.

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(Untitled)

I remember that time you told me, you said,
“Love is touching souls”
Surely you touched mine
‘Cause part of you pours out of me
In these lines from time to time
Oh, you’re in my blood like holy wine
You taste so bitter and so sweet
Oh I could drink a case of you, darling
Still, I’d be on my feet
I would still be on my feet

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Il problema è: che cavolo pensavo io durante i miei 15 – 16 anni? Frequentavo il 2°/3° liceo. E fin qui ci siamo. Avevo i capelli lunghissimi e mi vestivo male (stile freak dai colori completamente casuali) e fin qui ci siamo. Il mio cuore era appena stato ridotto in poltiglia dallo stronzo di turno (uno particolarmente stronzo, devo dire) e anche qui, niente da ribattere. Al mattino, nel tragitto che mi separava da casa a scuola la mia immancabile playlist includeva: Homogenic (Bjork), OK Computer (Radiohead), Ho ucciso paranoia (Marlene Kuntz), One hot minute (RHCP). Disegnavo (come adesso), scrivevo e leggevo molto (come adesso). Facevo danza. Non ricordo di aver avuto amici in particolare (ah-ah, come adesso, sì); al mattino mangiavo un cornetto alla marmellata e vivevo di Estathè. La gran parte delle mie coetanee mi era indifferente, le poche con cui mi confrontavo erano, e forse ancora sono, piccole disagiate (ognuna con un problema diverso che poteva includere: droga, odio della razza umana, abuso di psicofarmaci). Avevo ancora un amico invisibile, che al tempo usavo chiamare Sindri (n.d.r. il figlio di Bjork. Il mio amico invisibile ha cambiato nome negli anni in base alla passione del momento: Atreyu, Fantaghirò, Anthony Kiedis, e via discorrendo). La notte non dormivo. Trascorrevo il mio tempo libero a guardare cartoni animati con mio fratello e studiarne le colonne sonore. Adoravo cantare (per la gioia dei miei vicini, che si sono goduti le mie urla convulse fino all’ultimo). Mi sentivo a disagio nel 99% delle situazioni che mi includevano (dove l’1% risiede nei sabati sera, durante i quali ero spesso talmente ubriaca da non accorgermi di ciò che avevo intorno). Le mie “amiche” solevano chiamarmi con dei simpatici soprannomi, tra i quali figuravano Secchiello, Lesbica, Occhiale, Robot, Alieno. Ero un’adolescente qualunque? Probabilmente sì, anzi, sicuramente. Ed essendolo mi sentivo, come tutti, differente. 

Tuttavia, caro A., non credo di poterti esaudire. Ho pensato tutto il giorno a cosa avrei scritto nel mio “supersweetsixteen” post. All’inizio mi sono detta: ah,ah, sarà facile. Mi basterà impersonarmi con una di quelle sciocche americane che mi sculettano ogni giorno davanti. Ma poi ho commesso un errore madornale. Ho avuto la bella idea di tentare di ricordare come fossi io a 16 anni, e il risultato è quello che hai appena letto. Beh, che dire: la stessa Mei riflessiva e lagnosa di sempre. Però almeno qualche risata te la sarai fatta. 

Ed ora, lascia che imposti l’header che mi hai appena mandato. Ti ho già detto che ti voglio bene? In caso contrario, te lo ripeto: ti voglio bene.

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