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Archive for the ‘casa’ Category

Sono arrivata qui col mio sacchetto di ricordi. Li ho spalmati su ogni mattone di ogni parete di ogni edificio, su ogni ringhiera dipinta di nero, ogni porta azzurra, rosa o rossa, su ogni ciuffo d’erba che costeggia il canale, ogni pulsante di ogni citofono, ogni semaforo, ogni insegna della metropolitana, ogni scarpa di ogni pendolare che ogni mattina scende dal treno e a testa bassa cammina veloce verso il cubicolo nel quale dovrà trascorrere tra le otto e le dodici ore, aggrappato al telefono e alla tastiera di un computer.

Se penso ai momenti di felicità nella mia vita mi vengono in mente solo piccole immagini. Uscire dalla doccia, sedermi all’angolo del letto, asciugarmi i capelli con la sua testa poggiata sulle mie ginocchia mentre con gli occhi provo a decifrare le file di numeri scritti sulle scatole di scarpe. Il risotto ai porri, due minuti prima che sia perfetto, assaggiarlo e controllare l’ora per preparare tutto prima che lui torni a casa. L’impasto dei muffin al cioccolato che riempie con uno sbuffo allegro gli stampini. Vigilia di Natale: tartare di salmone e peperoni dolci. Il rumore del fiume in fondo alla valle, le lucciole, il profumo d’estate da quella finestra.

Gli edifici, i mattoni e le vetrine dei negozi parlano tutti la stessa lingua che non vuol dire casa. Come guardare un album di famiglia con foto sbiadite, marroncine, chiusi in una cella di chissà quale città di chissà quale paese. I nomi delle vie, le merci esposte, le librerie, i cartelloni pubblicitari hanno tutti dei piccoli spilli che sanno usare per punzecchiarmi e farmi voltare indietro. Ricordi?

La verità è che la colpa è soprattutto mia. Un topolino sempre all’erta, con gli occhi e le orecchie bene aperti, pronta a raccogliere e decifrare qualsiasi messaggio, anche quelli che messaggi, forse, non sono. Mi piacerebbe tanto poter chiudere il cervello qualche volta. Resistere a tutti i blip blip, toc toc, drin drin. Ma mi è impossibile.

Sono arrivata qui col mio sacchetto di ricordi. Piano piano li ho spostati per fare spazio – ma spazio per cosa mi sono chiesta tante volte, tu spostali, ci sarà sempre tempo per pensarci. All’inizio è stato difficile abituarsi alle camminate veloci e ai cieli sempre grigi, ma dopo non molto tempo – sono bastate una dozzina di settimane – ho capito. Ho iniziato a prenderci gusto. A confondermi con le pietre dei palazzi e con le vetrate dei grattacieli. A diventare invisibile nei caffè del centro. A riempire il mio sacchetto di cose che in fondo c’erano sempre state ma che non volevo vedere. Perché ho creduto per tanto tempo di non essere difettosa, ma qui non c’è bisogno che non lo sia, nessuno se ne accorge. Posso stringermi nel cappotto grigio scuro, accelerare il passo e fondermi con la folla nel buio della sera, anche se ho i capelli rossi.

E’ passato tanto tempo dall’ultima volta, ma mi piace ancora, di tanto in tanto, scendere quaggiù nel pozzo con l’acqua scura, vischiosa, che avvolge le caviglie. E poi dormire.

 

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Non c’è cosa che mi renda più felice di ballare. Lo penso mentre sudata fradicia, coi capelli sfatti e il trucco rovinato, finisce l’ultimo pezzo della serata e mi lascio cadere fiduciosa tra le braccia del mio ballerino. Quando ballo è l’unico vero momento in cui stacco completamente i pensieri, non c’è più niente – passato, presente, futuro, novembre, i fuochi d’artificio, la pioggia – solo la musica e i miei movimenti ad accompagnarla.

Tornare a casa, dopo una serata come queste, è sempre difficile. La notte sembra più scura e le stanze del nostro appartamento più vuote. A volte faccio sogni tremendi che mi svegliano alle prime ore del mattino senza poter più dormire, nonostante le ore di corsa, le camminate, le danze. Mi si aggrappano i pensieri al giorno come neonati capricciosi e l’unica cosa che posso fare è sedermi accanto a loro e lasciarli sfogare un po’.

Mi viene da pensare che da qualche settimana – poche a dire il vero – mi sento bene. Qualcosa è cambiato. Nonostante tutto mi sento bene. Sarà che ho capito che non è necessario che io trovi il mio posto nel mondo. O sarà che un pezzo messo a random dal mio telefono, alle quattro e tredici minuti del mattino, mi fa sentire, per la prima volta, compresa.

He can’t bear to leave me, in the morning
I’m too blind to see him, in the morning
Buried all my feelings, I’m withholding
It’s not fair to let him fall

I tried to leave him signs, give him warning,
Are they hard to recognize?
You’re still falling away cause I can’t tell him, I don’t love him anymore
I’ve got to let him go

He’s falling even deeper, didn’t see it coming
His heart belongs to me, but i’m still running
Away cause i can’t tell him I don’t love him anymore

I can’t be who he wants me to be, in the morning
I can’t see whom he wants me to see, in the morning
But i can’t wait to tell him I don’t love him anymore
I’ve got to let him go

I need him in the evening,
I need him more at night,
But when i wake to see him,
He’s not even on my mind

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布団。

Ok. Dormire dentro un futon è bellissimo. Voglio vivere dentro un futon.

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Devo ammettere che in effetti il posto in cui vivo è un tantino spettrale. Specialmente a notte fonda, d’inverno.
Forse è per questo motivo che ancora, nonostante sia cresciuta, ho una gran paura a tornare a casa a piedi da sola. Per arrivare, passo in una zona buia e solitaria, tra un inquietante laghetto e una parte di bosco oscuro e minaccioso.
Però ci provo a farmi coraggio. E quasi sempre ci riesco.

Mi accorgo che le cose cominciano ad andare meglio quando, nonostante la mia fama di perdente assoluta, in una sera colleziono due vittore gloriose a tombola. Quando camminando mi rinchiudo tra sciarpa e cappello con la musica alle orecchie e mi sento felice e non penso a niente in particolare, solo al fatto che sono felice, arrivo davanti al portone di casa e la canzone che sto ascoltando finisce nell’istante esatto in cui infilo la chiave nella serratura.

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Ripetizioni.

Le cose ruotano, col tempo. Ad un certo punto tu sei avanti, e chi era avanti a te ti è oramai dietro, fino a che di nuovo qualcuno non ti supererà. Adesso io pulisco e cucino per chi tanto per me ha cucinato, ogni giorno, per molti anni. Mentre lei siede sul divano, le braccia poggiate sul supporto in metallo che le serve a camminare, io impasto la carne col formaggio e tutto è quasi pronto. Mi sposto in camera da letto per chiudere la persiana, c’è una gran condensa sui vetri. A. ha sempre freddo, il gas non basta e così accende anche la stufa. Tutti si lamentano del gran caldo che fa nella sua piccola cucina, a me non dà fastidio. Il comodino di sinistra, da tempo inutilizzato, porta su i pochi oggetti di chi è già andato via: una spazzola per le scarpe, una confezione di lucido neutro.

In un modo o nell’altro finisco sempre per parlare di ciò che è stato, di chi non c’è più e di chi sta per partire.

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E’ una casa sul mare: non ho voluto dirti altro. La vecchia casa di un vecchio amico. Mi siedi di fianco nell’auto azzurra, con le valigie sulle ginocchia; non hai avuto la pazienza di sistemarle nel bagagliaio quando sono passato a prenderti. Hai dei grandi occhiali da sole con una grossa montatura in plastica rossa, scorgo la punta del tuo naso e la bocca leggermente aperta, respiri regolarmente. Stai dormendo.

Arriviamo che si è appena fatta mattina. La casa è isolata, su una piccola altura; dall’altra parte la spiaggia e il mare. Scendi quasi di corsa e guardi in alto. Dici quello che vediamo: è una vecchia costruzione, in legno dipinto di bianco, oramai scrostato dagli anni e dalla salsedine. L’aria profuma. Ho sempre odiato l’estate, ma quello che abbiamo ora mi fa cambiare idea. Mi prendi le chiavi dalla tasca e ti precipiti all’interno; sento i tuoi passi sul pavimento cigolante, avrei voglia di entrare ma decido di rimanere fermo dove sono. Trovi alcune cose che ti fanno contenta, e lo sento da qui. Poi sali le scale, vengo anche io.

Siamo in una soffitta umida, entra qualche spiffero da un vetro rotto. Tieni in mano una bottiglia polverosa, che protegge un minuscolo veliero. Lo guardi meravigliata; è perfetto in ogni dettaglio. Ma come ce lo avranno infilato, lì dentro – dici, e non so risponderti. Mi alzo per dare un’occhiata al cortile: l’erba è quasi alta quanto la porta secondaria.

Ho esitato a lungo prima di chiamarti, non sapevo se questa ti sarebbe sembrata una buona idea. Ma l’hai accolta con entusiasmo. Mi sono procurato il necessario per poter rimanere tutto il tempo che volevamo. Potremmo essere in molti altri luoghi, in effetti, ma siamo qui.

Sei uscita fuori e hai attraversato il cancello verso la spiaggia, seguo il tuo percorso dalla finestra della soffitta. Il cielo è illuminato quasi completamente oramai. Il mare si muove appena, sfiorato da un vento impercettibile. Ti guardo fare piccoli passi sulla sabbia, con le scarpe ancora addosso. Risplendi d’oro nell’aria dell’estate.

Ad A.

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Questo è ciò che vedo dalla mia finestra: una strada, un marciapiede nero, l’erba verde che delimita l’area del parco. Alberi di fronte e cassonetti blu sulla sinistra. Camera mia si trova al primo piano; ogni mattina mi sveglia il camion della spazzatura, alle 5:45. Fuori è buio pesto, non si vede niente e nessuno, ma resto dietro al vetro a guardare. Lo faccio anche di sera.

Non indosso mai i pantaloni e porto i capelli corti. Alle 6:30 prendo l’autobus che mi porta al lavoro. C’è odore di tappezzeria polverosa e i posti sono quasi tutti vuoti. Alcuni ragazzini dormono con la musica alle orecchie. Io resto vigile, a scrutare la campagna che si illumina, metro dopo metro. Dovrei essere già stanca di vedere sempre il solito percorso, ma non ne sono annoiata. Man mano che ci avviciniamo alla città le strade si allargano e il traffico aumenta. Case, palazzi, tir e insegne luminose. Le stazioni bianche immacolate della metropolitana. Sudore e scale. Un altro giorno che comincia.

Poi di nuovo sera. Talvolta scendo qualche fermata prima per passeggiare un po’. Costeggio il parco dove non va mai nessuno.  I lampioni sbiaditi. Poco lontano le luci delle villette a schiera, animate dalla cena. Arrivo al mio indirizzo ed entro. La sera è senza dubbio il momento che preferisco. Poso le chiavi sul mobile d’ingresso, mi tolgo la giacca e guardo fuori. Una donna con il bastone. Un’automobile rossa, ne  esce un bambino con due grosse scatole del take-away tra le braccia. Entra in casa trotterellando, mentre il padre posteggia accanto ai cassonetti.

Quello che ho da fare: una doccia, la cena. Poi un libro, come sempre. Nella  mia piccola routine sono infinitamente serena.

Grazie a.

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