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Archive for the ‘città’ Category

La verità è che mi manca come l’aria.

Mi rendo conto di quanto questa sia un’espressione trita e banale; io stessa non avrei mai pensato di usarla in vita mia. Ma so bene cosa si provi a rimanere senza aria: l’affanno, la disperazione, lo smarrimento. Ed è esattamente quello che sento ogni volta che penso a lui.

In questo momento mi trovo nella sala di attesa di un pronto soccorso, insolitamente deserta. Ne ho visti tanti di posti simili, negli ultimi due anni. Gli ospedali si somigliano tutti, talmente tanto che se non fossi certa di quale parte del pianeta io sia, per quanto mi riguarda potrei essere a New York, Roma o Kuala Lumpur. Ci sarebbero le stesse pareti, gli stessi telefoni che suonano a vuoto e lo stesso odore di disinfettante. Ho il mento coperto di sangue e la bocca dolorante. Guardandomi allo specchio, poco fa, ho pensato di somigliare a uno di quei terrificanti pupazzi da ventriloquo.

Si apre una porta verde alla mia sinistra e ne esce un dottore giovane con gli occhiali tondi, che senza dire troppe parole mi fa mi accomodare in una stanza piccola e male illuminata. Mi chiede cosa sia successo. Gli dico che anche stavolta è stata colpa del Sakurajima e lui mi guarda perplesso da sopra gli occhiali. Cosi’ gli racconto dell’incidente in palestra. Del tapis-roulant impostato a 8.7 miglia orarie (ultimamente tengo sempre questa velocita’), dell’iPod a volume alto, della TV di fronte che trasmetteva il notiziario, di quando hanno mandato in onda le vecchie immagini dell’eruzione del Sakurajima, del fatto che non le vedessi da almeno due anni, della concentrazione persa, di come senza neanche accorgermene mi sia ritrovata a terra, accartocciata tra le due file di macchinari col tizio che mi guarda sempre il culo mentre corro piegato su di me con l’espressione preoccupata e le mani sulle guance sudaticce. Non so cosa ci facessi in palestra alle undici e trenta della sera, gli dico, rimane aperta fino a mezzanotte e mezzo e mi andava di sudare un po’, che poi non e’ altro che la verita’. Scarabocchia qualcosa sul suo taccuino e mi spedisce a farmi medicare. Me ne torno a casa dopo quaranta minuti e tante lacrime – sono una fifona, ho paura degli aghi e non tollero il dolore – con cinque punti stampati in verticale sotto il labbro inferiore.

Quando il Sakurajima e’ eruttato, due anni fa, io e lui vivevamo insieme nella piccola casa gialla vicino ai campi di zucche. Eravamo felici. Ricordo quanto fosse bello svegliarsi al mattino e come prima cosa accorgermi della sua presenza accanto, sentire il suo corpo caldo ancora addormentato, accendere il fornello sotto la caffettiera preparata da lui la sera prima, fare colazione insieme sempre con le stesse tazze, ascoltare i rispettivi oroscopi sull’iPhone, giocare a qualche giochino stupido e prepararsi cosi’, dolcemente, alla giornata. Di quei momenti ricordo tutto, perfino lo strofinaccio che usava per asciugare le finestre dallo strato di umidita’ depositatosi durante la notte. Ricordo i taglieri colorati, il coltello verde, i bicchieri con i delfini. Devono essere ancora da qualche parte, in una delle tante scatole seppellite nel mio scantinato.

Se qualcuno mi chiedesse perche’ durante l’eruzione io abbia deciso di non prendere la sua mano nonostante le sue urla, nonostante quanto lui abbia provato a trascinarmi dall’altra parte con se, non saprei dirlo. Non saprei proprio cosa rispondere. A volte provo a chiudere gli occhi e ripensare con tanto sforzo all’istante in cui mi sono voltata iniziando a correre fortissimo nella direzione opposta alla sua, ed e’ come se vedessi un’altra persona. Ad ogni buon conto, in una maniera o nell’altra –  e solo per causa mia – io sono rimasta di qua senza rifletterci un momento, lasciando lui e tutto quello che avevamo costruito al di la’ della voragine. Nello strano mondo in cui viviamo non c’e’ modo di passare da una parte all’altra, ne’ di vedere gli abitanti dell’altra zona, neppure temporaneamente. E’ possibile avventurarsi fino alla voragine; alcuni hanno addirittura provato a saltare per arrivare dall’altra parte, ma senza successo. E’ come se l’aria sopra quel buco fosse di gomma, e per quanto si possa provare non si puo’ che rimbalzare indietro, seguiti passo dopo passo dall’occhio attento del Sakurajima che sembra quasi accorgersi divertito di questi goffi tentativi di fuga.

Penso di essere l’unica qui ad avere scelto di rimanere, da sola. Gli altri si sono ritrovati da questa parte per caso e per sfortuna. A pensarci bene solo uno stupido vorrebbe vivere in questa landa deserta perennemente oscurata dall’ombra del vulcano, dove non crescono neppure gli alberi. All’inizio sognavo quasi tutte le notti di aver preso la sua mano e averlo seguito dall’altra parte. In effetti faccio ancora un sacco di sogni strani con lui, ma questa cosa ho smesso di vederla. Inutile spiegare quanto la mia vita sia cambiata, da allora. Chiunque abbia avuto un lutto importante o abbia perso qualcosa che considerava una parte di se, come una casa, puo’ capire quello che provo. Posso dire certamente di avere imparato un sacco di cose, da quando sto qui. Me la cavo meglio da sola, perche’ non ho altra scelta. Ho anche capito, e seppure a fatica accettato, che e’ sola che saro’ per sempre. E’ un pensiero difficile, ma non impossibile da metabolizzare. Difatti non e’ questo che mi ha fatto perdere totalmente la concentrazione e cadere, qualche ora fa, mentre correvo sul tapis-roulant.

Quando il Sakurajima e’ comparso sullo schermo, con la sua figura nera adornata di zampilli rossi e nubi scure, ho smesso di respirare. Ho rivisto un sacco di piccole cose che sono rimaste incollate chissa’ come alla parete del mio cervello e ho dimenticato dove fossi e quello che stessi facendo. I disegni appiccicati all’armadio della nostra camera da letto. Le canzoncine canticchiate alla nostra maniera buffa. I balletti durante i viaggi in macchina. La spesa. La collezione di calamite. Anche solo nominare queste cose mentre me ne sto sdraiata sul letto, coi cinque punti che pulsano sommessi, mi fa venire le lacrime agli occhi.

Per chissa’ quale via trasversa ho saputo della sua vita. So quanto stia bene, come abbia trovato una nuova compagna, so dei suoi figli. Potrebbe sembrare difficile crederlo, ma ne sono davvero tanto felice. Cio’ non mi impedisce di smettere di respirare in alcuni casi, come quando l’eruzione del Sakurajima compare alla TV. A volte ho pensato che se tornassi nello stesso punto dove ho deciso di andarmene, se la temperatura fosse la stessa di quel giorno e il Sakurajima decidesse di eruttare di nuovo alla stessa maniera, il tempo tornerebbe indietro e potrei seguirlo dall’altra parte. Ma so bene che certe cose non si cambiano, e che le voragini della terra non possono richiudersi.

I punti sono una soluzione fastidiosa. Mi chiedo come sia possibile che con tanti progressi scientifici, ancora nessuno abbia inventato un metodo migliore per sistemare le ferite profonde. Chissa’ se riusciro’ mai ad addormentarmi, con questi fili che mi tirano il mento.

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Sono arrivata qui col mio sacchetto di ricordi. Li ho spalmati su ogni mattone di ogni parete di ogni edificio, su ogni ringhiera dipinta di nero, ogni porta azzurra, rosa o rossa, su ogni ciuffo d’erba che costeggia il canale, ogni pulsante di ogni citofono, ogni semaforo, ogni insegna della metropolitana, ogni scarpa di ogni pendolare che ogni mattina scende dal treno e a testa bassa cammina veloce verso il cubicolo nel quale dovrà trascorrere tra le otto e le dodici ore, aggrappato al telefono e alla tastiera di un computer.

Se penso ai momenti di felicità nella mia vita mi vengono in mente solo piccole immagini. Uscire dalla doccia, sedermi all’angolo del letto, asciugarmi i capelli con la sua testa poggiata sulle mie ginocchia mentre con gli occhi provo a decifrare le file di numeri scritti sulle scatole di scarpe. Il risotto ai porri, due minuti prima che sia perfetto, assaggiarlo e controllare l’ora per preparare tutto prima che lui torni a casa. L’impasto dei muffin al cioccolato che riempie con uno sbuffo allegro gli stampini. Vigilia di Natale: tartare di salmone e peperoni dolci. Il rumore del fiume in fondo alla valle, le lucciole, il profumo d’estate da quella finestra.

Gli edifici, i mattoni e le vetrine dei negozi parlano tutti la stessa lingua che non vuol dire casa. Come guardare un album di famiglia con foto sbiadite, marroncine, chiusi in una cella di chissà quale città di chissà quale paese. I nomi delle vie, le merci esposte, le librerie, i cartelloni pubblicitari hanno tutti dei piccoli spilli che sanno usare per punzecchiarmi e farmi voltare indietro. Ricordi?

La verità è che la colpa è soprattutto mia. Un topolino sempre all’erta, con gli occhi e le orecchie bene aperti, pronta a raccogliere e decifrare qualsiasi messaggio, anche quelli che messaggi, forse, non sono. Mi piacerebbe tanto poter chiudere il cervello qualche volta. Resistere a tutti i blip blip, toc toc, drin drin. Ma mi è impossibile.

Sono arrivata qui col mio sacchetto di ricordi. Piano piano li ho spostati per fare spazio – ma spazio per cosa mi sono chiesta tante volte, tu spostali, ci sarà sempre tempo per pensarci. All’inizio è stato difficile abituarsi alle camminate veloci e ai cieli sempre grigi, ma dopo non molto tempo – sono bastate una dozzina di settimane – ho capito. Ho iniziato a prenderci gusto. A confondermi con le pietre dei palazzi e con le vetrate dei grattacieli. A diventare invisibile nei caffè del centro. A riempire il mio sacchetto di cose che in fondo c’erano sempre state ma che non volevo vedere. Perché ho creduto per tanto tempo di non essere difettosa, ma qui non c’è bisogno che non lo sia, nessuno se ne accorge. Posso stringermi nel cappotto grigio scuro, accelerare il passo e fondermi con la folla nel buio della sera, anche se ho i capelli rossi.

E’ passato tanto tempo dall’ultima volta, ma mi piace ancora, di tanto in tanto, scendere quaggiù nel pozzo con l’acqua scura, vischiosa, che avvolge le caviglie. E poi dormire.

 

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Ci svegliamo all’alba ma fuori e’ ancora completamente buio: come se non fossimo mai andati a dormire. La notte e’ stata breve e movimentata. Dalla finestra aperta entrano i primi rumori del mattino, scanditi dallo strisciare regolare degli pneumatici sull’asfalto bagnato. I contorni dei camini sui tetti si confondono con le nuvole scure e la nebbia.

Siamo stanchi e parliamo a malapena. Ci vestiamo in fretta e usciamo nella strada principale, illuminata ogni pochi metri dalle luci degli off licence aperti ventiquattr’ore. “Scusa se non sono di molte parole”, dice, poi mi saluta con un “ci sentiamo” seguito dal mio nome, per intero, come e’ solito fare. Non riesco a fingere un sorriso. Mi infilo cappuccio e cuffie e trotterello verso la fermata della metropolitana.

A quest’ora i treni non hanno ancora iniziato a viaggiare regolarmente. Con tutta probabilita’ quello che sto prendendo e’ il primo della giornata. La stazione e’ piccola e scura, di quelle che ti fanno sentire come se stessi attraversando le budella di una qualche creatura gigantesca. Nel vagone le facce tristi dall’est della citta’, sveglie da chissa’ quando, si nascondono dietro i giornali o si riposano poggiate ai finestrini. In mattine come questa sembra che il giorno non debba arrivare mai.

I’ve broken my radar
There’s no going back now
I lost what I long for
Let me go to my hideaway

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Devo ancora abituarmi al nuovo taglio di capelli, alla frangia che mi copre la fronte. Li ho tagliati stamani dopo essermi resa conto di non poter piu’ vedere la mia faccia allo specchio. Sono felice perche’ sembro un’altra persona; ma devo abituarmi. Alla fine e’ tutto questione di abitudine.

Cammino controvoglia verso la fermata della metro, in borsa un libro che non vorrei leggere. Non ricordo neppure chi me lo abbia regalato, ma e’ l’unico che sono riuscita a trovare a casa. Quando l’ho aperto, stamani, dal centro e’ caduto un vecchio biglietto Ryanair, direzione Ibiza: Mademoiselle Chloe Z. Non ho voglia di ascoltare musica. Mi siedo e aspetto di essere trasportata verso la prossima stazione. Da li’ mi spostero’ in un’altra linea, sul sedile di un altro convoglio con i corrimano di un colore diverso (azzurro) e ancora una volta attendero’ di arrivare verso un altro luogo. A volte mi viene il dubbio che la metropolitana resti ferma, e che sia invece il mondo fuori a muoversi.

C’e’ un vento gelido e ho freddo, tanto. Decido di rifugiarmi in uno Starbucks. Ordino un caffe’ e mentre la barista non vede rubo dal bancone un biscotto ricoperto di caramello e cioccolato. Non so perche’, ma ogni tanto mi viene da fare queste cose, in maniera del tutto naturale. Non so a cosa sia dovuto, non credo nemmeno ci sia una ragione precisa; non mi interessa scoprirlo.

C. sara’ in ritardo di almeno mezz’ora, lo dice sul messaggio che mi ha appena inviato. “Non sei gia’ li’, vero?” – una faccina sorridente alla fine della frase. Dopo piu’ di un anno in questa metropoli posso ancora vantarmi di non essere mai arrivata in ritardo a un appuntamento. “No, sono per strada. Saro’ li’ tra un po’” – mento. Comincio a leggere e aspetto.

Dopo un’ora e dieci minuti una mano si ferma sulla mia spalla. Si scusa per il ritardo, ma hanno cancellato tutti i treni da casa sua per un guasto ad un semaforo, e  – “Come sei carina con questi capelli. E’ da tanto che non ci vediamo”. Vuole portarmi in un pub che e’ anche una barca, ormeggiato sul fiume, con una vista eccezionale sul profilo piu’ famoso della citta’. Qualsiasi posto pur di stare lontani da questo freddo, dico.

La serata va inaspettatamente bene. Dopo la prima ora in cui si parla del piu’ e del meno mi chiede perche’ sia sparita nel nulla. “Perche’ e’ cosi’ che faccio. A volte mi succede”. Gli chiedo perche’ nonostante tutto mi abbia voluta vedere con tanta insistenza. “Perche’ mi piaci. Anche se sparisci”.

Io non sono brava con l’alcool: mi bastano due birre medie per sentirmi ubriaca. Non bevo mai e non sono abituata. Sono lo zimbello dei miei colleghi che riescono a trangugiare anche otto, dieci pinte a testa dopo il lavoro e tornare a casa ancora in piedi. Glielo dico. Mi sento allegra e leggera. Ride. Mi chiede spesso a che cosa stia pensando, gli piacerebbe leggere la mia mente quando nota che il mio sguardo si perde. Ma a cosa stia pensando non lo so bene nemmeno io; a volte penso solo alle pareti di questa barca, dipinte di giallo – il giallo non mi piace. Altre volte penso alla strada che collega il mio paese natale a quello piu’ vicino, ma non quella nuova asfaltata, quella vecchia che passa per il bosco. Altre volte ancora penso al giorno in cui la vicina di casa di mia nonna mi regalo’ una piantina e io di tutta risposta – avro’ avuto si’ e no cinque anni – dopo averla accolta con un sorriso, iniziai a farla a pezzi con le mie mani. Ma di tutto questo non dico niente. Poi mi ritrovo coperta di cera fino ai gomiti: profuma di vaniglia – non so come sia successo, mentre parlavamo devo aver iniziato a giocare con la cera della candela accesa sul tavolo. Lui ride ancora. “Lo so, ho cinque anni”, dico. “E’ per questo che mi piaci”, dice.

Tra le cose che devono piacermi di una persona, le due principali sono di sicuro il suo odore e le sue labbra. Non so da quanto tempo non mi capitasse di baciare qualcuno. I baci buoni sono tutti uguali, e di solito si ricordano solo quelli disastrosi. Prima di andarsene verso il suo treno mi da’ un altro bacio in fronte, piano. “Ci vediamo sabato”, dice. Lo saluto senza neanche alzare gli occhi. Forse sono un po’ contenta, ma mi rende triste rendermi conto di quanto siamo intercambiabili. I baci sono sempre baci, le uscite, gli abbracci. Ci saranno nuovi incontri di famiglia, “Piacere, sono M.”, nuovi compleanni, nuovi viaggi, cose da cucinare, torte da preparare, e chissa’ quante altre volte le cose cambieranno e continueranno a cambiare di nuovo. E’ solo questione di abitudine. Non voglio essere intercambiabile. Mi addormento con la testa poggiata al corrimano della metropolitana, marrone. Nel convoglio non c’e’ nessuno, solo una distesa di giornali abbandonati dai viaggiatori di ritorno a casa dopo il lavoro. Prossima stazione K. G. E’ solo questione di abitudine. Scendo.

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C’è una strada dove non passa mai nessuno.

E’ una piccola scorciatoia, che permette di arrivare più velocemente alla fermata della metropolitana (il percorso normale prevede un cammino di circa venti minuti; da questo sentiero se ne impiegano solo dieci).

I figli dei vicini di casa mi hanno raccontato che è per via del deposito dei vecchi elettrodomestici – una specie di strana discarica, un terreno brullo recintato alla buona, dove le persone abbandonano frigoriferi, lavatrici e televisori ormai non funzionanti o obsoleti. Qualcuno tempo prima aveva sparso la voce che da quelle parti si aggirasse un inquietante barbone; dicevano si cibasse di cani e radici, un tipo che tutti etichettarono immediatamente come pericoloso, anche se di fatto non aveva mai danneggiato nessuno, né nessuno l’aveva veramente mai visto mangiare cani. Ad ogni buon conto, da quel giorno tutti cominciarono a evitare la strada della discarica, la scorciatoia verso la fermata. Ora a malapena se ne distinguono i contorni, risucchiati dalle erbacce che crescono tranquille, senza temere di essere strappate.

Ho iniziato a passare da lì un paio di mesi fa. Un po’ per curiosità, un po’ perché la mia sveglia aveva deciso di mettersi a suonare con dieci minuti di ritardo, chissà perché. Quella volta percorsi il sentiero alla svelta, dando soltanto uno sguardo alla discarica di elettrodomestici. Ma qualcosa dovette colpirmi particolarmente, giacché decisi di fare la stessa strada anche al mio ritorno a casa. Sarà stato il bianco accecante dei frigoriferi e delle vecchie lavatrici, quasi irreale sotto il sole tenue della mattina. Tant’è che, dopo essere scesa dal vagone della metropolitana affollato di pendolari, mi diressi con naturalezza verso la scorciatoia, camminando lentamente a passi leggeri. Giunta di fronte al deposito recintato, rimasi per quasi mezz’ora immobile a guardare ciò che si trovava lì rinchiuso, con la mente annebbiata come il ricordo di un sogno. Da quel giorno, questa divenne una mia abitudine.

Talvota mi trattengo al deposito anche due ore. La recinzione è stata rovinata in vari punti, e ci sono dei varchi dai quali è possibile entrare senza fatica. Mi piace davvero stare tra quelle carcasse silenziose. Passeggiare tra le TV distrutte, le tastiere dei computer, le ragnatele di fili aggrovigliati. Ma i miei preferiti rimangono i frigoriferi. Specialmente quelli sdraiati a terra, con lo sportello semiaperto, come una bocca in procinto di dire qualcosa.

Mi fermo ogni volta in un punto diverso. Mi capita di pensare all’esistenza di questi oggetti prima di finire alla discarica. Ognuno di essi è stato parte di una casa, sicuramente di una tra quelle del quartiere – qui le norme per i rifiuti sono molto severe, e non è possibile buttare via le proprie cose a meno che non si sia residenti; sebbene nessuno controlli veramente, è altrettanto vero che a nessuno viene in mente di trasgredire una regola così semplice da rispettare. I frigoriferi sono spesso decorati da piccole fotografie adesive, calamite, tutte sbiadite dopo i tanti giorni al sole. Ci sono immagini di famiglie, adolescenti con buffe scritte intorno, coppie felici. Chissà quante cose avranno visto, questi elettrodomestici, a quante scene quotidiane avranno assistito. Talmente tante che viene il mal di testa a pensarle.

Se mi sdraio in mezzo al deposito, sopra i pochi ciuffi d’erba rimasti, posso guardare in alto. Il profilo del cielo è interrotto e modellato dalle figure degli oggetti abbandonati. E’ un po’ come stare al centro di una città in miniatura, tra i palazzi e le costruzioni. Sarebbe bello se ognuno di questi elettrodomestici fosse brulicante di piccole persone indaffarate, di telefoni che squillano e documenti da preparare. E se ci fossero tante piccole automobili, e strade, e lampioni, e supermercati, e negozi. Sarebbe davvero, davvero bello.

Un giorno finirò per addormentarmi qui.

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Fumare mi calma.

Da qualche parte ho letto che succede perché l’atto di fumare ci ricorda inconsciamente il momento dell’allattamento, e questo aiuta a tranquillizzarci. Ma non è che fumare mi piaccia. Ogni volta che lo faccio, la gola inizia a bruciare terribilmente e mi gira anche un po’ la testa. Solo che è un un piccolo aiuto. Prendere cinque minuti per me; uscire fuori, sedermi, accendere la sigaretta, stare lì a pensare a niente. In un certo senso riesco a fare il vuoto in testa, ed è una sensazione piacevole.

Per me ogni cosa si carica di significato. Ogni oggetto, ogni via, ogni strada o luogo dove ho vissuto qualcosa. Questa potrebbe essere una bella capacità normalmente; legare tutto a un evento, a un certo giorno, e poterlo ricordare con piacere, come avere tante piccole porte verso il passato. Ma diventa una mezza tortura quando invece vorresti staccarti da tutto, guardarti solo dentro o guardare avanti in maniera logica e razionale.

Se vi chiedessero come vorreste essere, cosa rispondereste?

Io direi che vorrei avere controllo. Non vorrei più perdermi nel mare dei pensieri che mi affollano, come una piccola barchetta di legno. Vorrei poter mettere questa mia piccola barchetta nella stiva di un grande transatlantico e assicurarmi un viaggio stabile, sebbene non piacevole.

Certo avere una piccola barchetta ha i suoi pregi. Quando il mare è calmo, sporgendosi un po’ si può vedere il fondale, e si possono incontrare vari compagni di viaggio. Delfini e balene, soprattutto. A me piacciono le balene. Un giorno vorrei poter imparare la loro lingua e capire quello che si raccontano. Chissà quante storie hanno da dire. Si dice che le balene siano gli umani del mare.

Ma quando invece il mare è in tempesta, è difficile rimanere aggrappati all’albero maestro. E i canti delle sirene?

Questa mattina inizia con una fuga da casa. Una corsa attraverso la città, nel giorno che comincia, una sosta veloce per prendere un accendino – “Va bene giallo, signorina?” – e una strana colazione al bar – cappuccino, brioche semplice e un bicchiere d’acqua – mentre Mina canta “Grande grande grande”.
A quello che succederà in seguito, ancora non penso. Mi limito ad ascoltare.

Con te dovrò combattere
non ti si può pigliare come sei
i tuoi difetti son talmente tanti
che nemmeno tu li sai.
Sei peggio di un bambino capriccioso
la vuoi sempre vinta tu,
sei l’uomo più egoista e prepotente
che abbia conosciuto mai.
Ma c’è di buono che al momento giusto
tu sai diventare un altro,
in un attimo tu
sei grande, grande, grande, le mie pene
non me le ricordo più.
Io vedo tutte quante le mie amiche
son tranquille più di me,
non devono discutere ogni cosa
come tu fai fare a me,
ricevono regali e rose rosse
per il loro compleanno
dicon sempre di sì
non hanno mai problemi e son convinte
che la vita è tutta lì.
Invece no, invece no
la vita è quella che tu dai a me,
in guerra tutti i giorni sono viva
sono come piace a te.
Ti odio poi ti amo poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo,
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.
Ti odio poi ti amo poi ti amo,  poi ti odio poi ti amo
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.

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Da tempo.

Ho trovato una moneta da duecento lire in fondo a un cassetto, riordinando. Deve avermela data per sbaglio il giornalaio qualche giorno fa, come resto del giornale che ogni mattina porto in ufficio.

Le monete da duecento lire mi piacevano un sacco. Potevo giocarci al flipper, fare una telefonata alla cabina telefonica, comprarci due gomme da masticare San Carlo  (quelle lunghe rosa dolcissime che di solito sull’involucro ritraevano gatto silvestro) o qualche altro personaggio dei cartoni animati. Che quando le mangiavi ti frizzava la base del collo, tanto erano zuccherose.

***

In realtà ho iniziato a scrivere questa cosa due mesi fa e non ho mai continuato. Mi sono ritrovata molte volte qui di fronte ad aggiungere qualche riga su varie faccende, ed ho puntualmente ri-cancellato tutto. Allora dico, tanto per chiudere, che ho finito di leggere Genji Monogatari, nel frattempo ho letto altri libri e adesso sono in deliquio per Tess dei d’Urbervilles, di Thomas Hardy. Ho anche dipinto il mio primo quadro.  C’è stato il mio compleanno, tempo fa. Ho avuto un incidente in bicicletta. Ho rincontrato una mia amica di vecchia data, e con lei sono venuti su un sacco di pensieri e di cose che credevo sepolte oramai da tempo, semplicemente scambiandoci due parole, ma credo che funzioni così per tutti.

Sto bene, credo.

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