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Archive for the ‘condizioni’ Category

Ho voluto perdere l’ultima occasione di vederti.

Questo pensavo seduta nell’aereo che mi riportava a casa il ventisette luglio, sulle ginocchia una Settimana Enigmistica appena iniziata. Di solito parto dai cruciverba grandi, quelli che richedono un po’ di tempo per essere completati e hanno defininizioni simpatiche per giustificare le tante vocali che si raggruppano negli angolini alla fine delle parole (ad esempio “Fiume elvetico che sfocia nel Reno – Aar“. Normalmente impiego un’oretta a trovare tutte le risposte e riempire le caselline di lettere; quel giorno ne avevo già finito uno prima del decollo. Fare cruciverba mi tiene le mani e la testa occupate quando non voglio pensare.

Ero certa di aver rinunciato a incontrarti un’ultima volta prima che tu morissi; mi sento in colpa del fatto che non riesca a sentirmi in colpa, ma non avrei potuto fare altrimenti. Negli ultimi anni non c’è cosa che mi abbia logorata tanto come vederti stesa quasi immobile su quel letto spoglio, notare la tua pelle ogni volta farsi più sottile e gli occhi più chiusi, sentirti farfugliare qualche risposta alle mie domande sciocche  – “Allora, era buono il budino oggi?” – raccontarti cosa succedesse fuori: della neve alta che ricopriva le strade a febbraio, della pioggia che riempiva i canali ad aprile. Sentirmi chiamare per nome, quando riuscivi a ricordare appena il tuo. Uscire ogni volta dalla tua stanza fingendo di sorridere ripetendoti che tutto andasse bene e che fossi felice, poi varcare la porta e sentire la gola stringersi, le lacrime pesantissime rigarmi il volto e andare a posarsi stremate alla base del collo, finalmente libere dopo essere state trattenute tanto a lungo.

Sono nata col tumulto dentro e tu l’hai sempre saputo. Eri l’unica che lo avesse capito dall’inizio, da quando a sei mesi appena compiuti mi sedevo sulla culla e parlavo coi fantasmi, come ti divertivi a raccontare alle tue amiche. In tanti anni difficili dove casa non voleva dire altro che paura, la tua, di casa, è stata il mio porticciolo riparato. Le tue cure e la tua severità irremovibile, tipica di chi abbia vissuto negli anni difficili della guerra, che a volte non riuscivo a comprendere e alla quale mi opponevo ferocemente, sono state il motore silenzioso che mi ha permesso di diventare quella che sono nonostante le ferite e i sentieri bui che ho dovuto attraversare.

Ho sempre somigliato a te, sia nell’aspetto che nel carattere. Quando nel tuo paesino di origine, sperso tra le colline toscane, gli anziani del luogo mi chiamavano col tuo nome – Anna – anziché col mio, tanto eravamo simili, mi sentivo bellissima e piena di orgoglio. Per me eri (e sempre sarai) la ragazzina che andava a lavorare nei campi e scavava le buche in cui ripararsi dagli attacchi aerei durante la guerra; la donna scappata di casa verso la fortuna in città, quella che metteva a tavola quindici, venti persone, cucinando almeno cinque portate. 

Mi sono ritrovata spesso a guardare il calendario immaginandomi quando sarebbe successo; a me le date piacciono molto, e mi fa sempre un certo effetto pensare che alcune siano legate indissolubilmente a eventi o persone importanti. Tu avevi smesso di vivere dieci anni fa, e mi sono chiesta tante volte cosa stessi aspettando ad andartene definitivamente, per non soffrire più. Ora che l’hai fatto, ho capito. Volevi che io tornassi a stare bene e fossi circondata da amore. Il giorno prima che tu te ne andassi, poco prima di addormentarmi, ho abbracciato forte l’uomo che amo e ho pensato: questo è stato un giorno perfetto. Lo sapevi: avevo finalmente un cuscino morbido su cui attutire il colpo.

È un tesoro grande quello che mi hai lasciato. È la base di tutto quello che sono e dell’amore che riesco a dare. Nella mia piccola televisione, rivedo spesso le migliaia di ricordi che ho legati a te; fa male, ma è un dolore dolce, come scorgere una stella cometa l’attimo prima che scompaia per sempre. Conservo lì la sensazione della pelle morbidissima delle tue mani. Il profumo dei tuoi capelli. L’odore del pane fresco nella tua dispensa, il mobiletto con la cioccolata, il contenitore di vetro pieno di caramelle Rossana, il congelatore stracolmo di lamponi, le carote alla julienne che sapevi che adoravo e che per quanto io provi e riprovi non riesco a preparare come te, il nostro libro “Trecentosessantacinque dolci con Lisa Biondi” dove sceglievamo le ricette delle torte da preparare dopo scuola, l’odore della tua stufa a legna nei giorni d’inverno, e mille altre cose che non serve che io stia qui a elencare.

Se potessi esprimere un desiderio in questo momento sarebbe solo uno. Vorrei poterti vedere ancora una volta come qualche anno fa, quando ancora stavi bene, seduta sul divano immersa in una delle tante telenovelas che guardavi – o “fotoromanzi” come li chiamavi tu – un giorno qualunque dopo pranzo. Mettermi il cappotto dopo aver lavato i piatti e sistemato la cucina, abbracciarti forte e dirti: “via nonnina, buona serata, ci vediamo domani”.

Mi mancherai, nonna, come mi manchi ormai già da tanto. E mentre sento questo grande pezzo di me che si scioglie e si perde nel tempo lasciando tanti piccoli segni nel mio cuore, ti dico: fai buon viaggio. So che, prima o poi, ci rivedremo.

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Non so dire quando sia successo esattamente. Devo aver letto da qualche parte che quando passi tanto tempo con qualcuno, quando vivi con qualcuno, le reciproche cellule si scambiano particelle e informazioni in maniere che io da ignorante quale sono non riesco a spiegare, e va a finire che nell’uno c’e’ un po’ dell’altro – che e’ un discorso un po’ complicato da spiegare ma neanche troppo se ci pensate bene. Come quando in una ciotola di vetro si mette il cous cous e lo si ricopre di acqua bollente; all’inizio non si vedono che le due parti separate, il cous cous giallo sotto e l’acqua trasparente sopra. Ma se si ha pazienza di aspettare, dopo qualche minuto le due parti si saranno unite in un composto unico, morbido e piacevole da mangiare.

Oppure sara’ stato per tutte le volte che abbiamo fatto l’amore. Lo abbiamo fatto talmente tante volte – almeno tremila – e ci siamo trasmessi talmente tante particelle che se dovessero fare un controllo della composizione dei nostri corpi, se questa fosse una cosa cosa che in qualche futuro si potesse fare, vedrebbero che il suo e’ composto da me al settanta percento e il mio e’ composto da lui al settanta percento. In poche parole: ci siamo scambiati. Io sono diventata lui e lui e’ diventato me.

Me lo fa notare un mio caro amico per primo. Sembra che vi siate scambiati, dice; a volte accade. Non mi pare troppo sorpreso della cosa. Io invece di primo impatto sono incredula, non mi va neanche di accettare quello che dice. Mi suggerisce di fare caso a tutto quello che faccio in una settimana e che, passato questo tempo, ne avremmo riparlato. Cosi’ ho pensato di scrivere tutto quello che faccio durante una settimana; giusto perche’ non ho niente di meglio da fare.

Al mattino mi sveglio e preparo la colazione; questa e’ una cosa tipicamente da me. Di solito porridge di avena/di riso/di semolino con banana, latte di mandorla e frutta secca. Poi lavoro, sempre concentratissima, perche’ lavorare e’ una delle cose che mi riescono meglio. Forse e’ l’unica cosa che mi riesce veramente bene. Torno a casa, vado a correre quasi ogni sera (tranne le due sere che ballo), normalmente seguo una tabella ma ultimamente mi spingo sempre un po’ piu’ avanti perche’ quando corro non penso a niente, niente mi preoccupa e niente mi fa pensare. Una volta finito mi preparo la cena, spesso pesce e verdure, talvolta un banalissimo toast giusto per riempire lo stomaco. A volte sono sola, a volte con qualcuno; piu’ spesso sola. Capita che riceva messaggi a cui non mi va di rispondere e chiamate che fingo di non vedere. Prima di dormire pulisco la cucina e leggo qualche pagina finche’ gli occhi non iniziano a chiudersi da soli. Non mi importa niente di avere un nido, delle notizie che mi arrivano, delle foto che involontariamente vedo. Mi importa solo di finire il bel muro che ho iniziato a costruirmi intorno, un mattoncino alla volta. Potrei persino iniziare a decorarlo; ora che ci penso, ho dei bellissimi poster di Astro Boy da utilizzare per lo scopo.

Quando riparlo con il mio amico gli do’ un po’ di ragione, anche se gli faccio notare che ancora non mi sono cresciuti i peli sul petto e la barba. “Poi”, dico, “i miei capelli sono ancora rossi”.

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Nuvole.

Capita che di notte non riesca a controllare bene i pensieri e che loro vadano dove vogliono andare.

Mi sono svegliata con le lacrime agli occhi; e’ una cosa che ogni tanto mi succede. Qualche volta mi sveglio canticchiando una canzone (l’ultima che riesco a ricordare e’ Three Little Birds di Bob Marley – e io odio il reggae), altre ridacchiando e altre ancora, appunto, piangendo. Ma non erano lacrime tristi: la tristezza e’ iniziata quando ho capito che quello che avevo vissuto non era altro che un sogno.

Nel sogno eravamo insieme, e c’era una guerra silenziosa – non si sentiva altro che il rumore dei nostri passi sull’asfalto. Le strade scure erano invase dal fumo e i palazzi intorno avvolti nelle fiamme: come se fosse appena scoppiata una bomba e noi fossimo stati gli unici superstiti. Mi sentivo incredibilmente tranquilla. Ti dicevo che non avremmo mai piu’ lasciato andare l’uno la mano dell’altro e tiravo un grande sospiro di sollievo. Nel ristorante abbandonato in cui entravamo venivamo accolti da un piccolo esercito di pentole e posate, scaraventati a terra durante l’esplosione. Poi la sveglia.

Mi chiedo cosa si possa fare quando non c’e’ piu’ niente da fare. Quando non c’e’ piu’ nessuno a cui impacchettare il pranzo. Quando di una casa non restano che le mura spoglie. Quando anche il nome di una strada fa venire le lacrime agli occhi. Quando l’unico momento in cui sembra esserci un po’ di pace e’ dopo aver corso cinque chilometri e respiro, gambe e cervello sembrano essere collegati in una grande nuvola che ti spinge avanti e non c’e’ altro a cui pensare, solo a correre. Ma non si puo’ correre sempre.

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Febbraio.

Fa freddo. Ho un cappottino grigio, una sciarpa arancione e un cappello azzurro. I capelli scuri, lunghi fino le spalle, raccolti in due trecce.

Pedalo per tornare a casa, è buio. Durante il percorso incontro, nell’ordine: un grosso centro commerciale, tutto illuminato, con auto che entrano ed escono dal parcheggio guidate pazientemente dagli instancabili omini del traffico; un cimitero, protetto da un grande torii di marmo grigio; un ristorante specializzato in tonkatsu costruito, chissà perché, imitando lo stile di una baita tirolese; un ristorante di okonomiyaki, una rivendita di mazze da golf usate, Pizza La al cui ingresso riposano ordinati almeno venti motorini da consegna, un piccolo lago, due kombini aperti 24 ore un concessionario di auto francesi, un grosso pachinko con le mura dipinte di nero.

Ho la musica alle orecchie e le lacrime che mi rigano le gote. Ogni tanto chiudo gli occhi e prego perché quello che ho non mi venga mai portato via perché senza, io, non saprei proprio come vivere.

It’s you, it’s you, it’s all for you
Everything I do
I tell you all the time
Heaven is a place on earth with you
Tell me all the things you wanna do
I heard that you like the bad girls
Honey, is that true?
It’s better than I ever even knew
They say that the world was built for two
Only worth living if somebody is loving you
Baby, now you do

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Appena sveglia ho rotto due bicchieri. Uno piano, urtandolo per sbaglio spostando un canovaccio in cucina e facendolo cadere a picco nel lavandino. L’altro senza neanche sapere come, mentre lo tenevo in mano per portarlo verso la bottiglia piena d’acqua; a un tratto ho sentito la superficie tondeggiante incrinarsi e diventare irregolare, quasi senza fare rumore. Non riesco a capire come sia successo.

Ieri, poco prima di andare a dormire, mi sono fatta un taglio profondo sulla mano. Penso sempre che tutte queste cose non succedano per caso.

Oggi e’ uno di quei giorni in cui il sole mi da’ fastidio. Mi fa lo stesso effetto di quando qualcuno nel bel mezzo della notte decide di accendere la luce senza curarsi del fatto che tu stia dormendo. Dovrei uscire ma non mi do coraggio; il cielo azzurro, gli alberi verdi e tutta questa luce mi immobilizzano in casa. Credo di avere in faccia anche la stessa espressione di quando qualcuno ti sveglia di soprassalto: sopracciglia corrugate, occhi semichiusi.

Vi capita mai di credere che il passato continui a esistere da qualche parte. A volte mi succede di ricordare un dettaglio che potrebbe sembrare inutile, ma che mi rimanda in un determinato posto e momento; come ad esempio il rumore di una particolare finestra che si chiude. Mi riporta in quella stessa casa, al mattino, con la nebbia fuori. L’odore del caffe’, le pareti gialle, la finestra aperta per mandare via il vapore, la mia mano che per via del freddo la chiude e quel rumore, quello preciso, quando la maniglia scatta e serra la finestra. Questo, come mille altre cose.

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Mi sento spesso come se fossi divisa a meta’; probabilmente lo sono davvero.

Una parte di me sa amare e dare, e’ disposta a tutto pur di stare al sicuro, avere una casa a cui tornare, sentire il cuore caldo. L’altra parte, quella piu’ buia, e’ quella che vuole perdersi per le linee della metropolitana senza sapere dove arrivare, con un caffe’ tra le mani, le occhiaie scure per aver dormito troppo poco, che si siede e si chiede chi siano le persone davanti a lei, si guarda intorno e immagina storie, e facendo tutto questo sente le farfalle nello stomaco, una specie di brivido che nonostante non le rimanga niente a cui aggrapparsi la fa sentire viva.

Da piccola avrei fatto di tutto pur di accontentare le maestre, la mamma o la nonna. Talvolta, poi, ne combinavo una grossa – distruggevo le aiuole della vicina di casa, rubavo qualcosa, picchiavo qualcuno – senza sapere nemmeno perche’ lo facessi. Ricordo ancora la faccia incredula di mia madre dopo ognuno di questi eventi. Mia nonna invece mi guardava sempre con uno sguardo tra il curioso e il divertito. Credo di essere molto simile a lei in questo.

Da qualche tempo, forse un paio di anni, questa parte piu’ scura si e’ fatta forte ed esigente. Non riesco a tenerla a bada; come un’ondata di slime verde, vuole uscire fuori da tutti gli angoli. Ogni volta che provo a chiuderla dietro un tombino, spinge cosi’ tanto da uscire piano piano dalle fessure laterali fino a farsi di nuovo intera, una massa budinosa, ma concreta ed estremamente resistente.

Io non sono una persona buona, cerco i disastri e loro cercano me. Sto bene solo quando sto male. Arrivata a questo punto, credo di provare piacere solo nel distruggere tutto quello che costruisco. Forse non ho un posto dove tornare perche’ un posto dove tornare non l’ho mai voluto.

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A volte viene da qualcosa di piccolissimo. Un profumo che non indossavo da tanto, un dettaglio nella tappezzeria della metropolitana. Una ragazza bellissima, capelli lunghi biondo cenere, due treccine a decorarle la testa. Il sapore di un cibo mangiato anni fa in Giappone. Tutto diventa offuscato come attraverso il fondo di una bottiglia.

Le nuvole hanno di nuovo chiuso il cielo. C’e’ profumo di erba bagnata.

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