Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘crescita’ Category

Usciamo dalla porta del piccolo teatro e ci assale una fame spaventosa. Contrariamente alle nostre aspettative, il concerto di pianoforte al quale abbiamo appena assistito ci ha annoiati e innervositi, tanto che camminiamo verso la stazione senza dire una parola.

E’ la terza volta che ci vediamo, io e T. Le ore che trascorriamo insieme passano in silenzio, senza troppi fronzoli, ed è questo che ci piace. Ci siamo conosciuti qualche tempo fa, al locale dove gli altri colleghi vanno di solito a prendere qualcosa dopo il lavoro. Non combiniamo mai niente di esaltante, ma qualcosa – una sorta di sensazione fisica dalle parti dello stomaco – ci accomuna, e ci fa sentire il bisogno di stare insieme continuamente.
T. mi ha chiamata nella tarda mattinata, per invitarmi al concerto – durante una delle nostre sporadiche conversazioni devo avergli raccontato del mio amore viscerale per il pianoforte – così, in tutta fretta, mi sono preparata ed ho preso il primo treno per la città. Come ogni volta,  mi ha aspettata di fronte al chiosco dei giornali con una scatola di ciambelle glassate tra le mani.
E’ il nostro modo di darci il benvenuto.

Così, dopo il concerto non ci parliamo per più di mezz’ora. Il pianista era davvero terribile, uno dei peggiori che entrambi avessimo mai sentito – timbro confuso, poca leggerezza, nessuna sfumatura personale – e il piccolo teatro ammuffito, straripante di studenti universitari che normalmente si recano lì più come punto di ritrovo che per vero interesse verso gli spettacoli, era intriso del fumo delle centinaia di sigarette che ci si accendevano intorno. Questo miscuglio di elementi negativi ha contribuito a renderci più bruschi e taciturni del solito, così continuiamo la nostra passeggiata infastidita con le bocche serrate. Il silenzio è tanto denso da sembrare quasi solido, produce uno strano contrasto con il brusio delle persone che ci circondano. Venerdì sera, un quartiere centrale di questa metropoli, ma potrebbe essere una qualsiasi città di un qualsiasi continente del mondo. I liceali entrano ed escono dai pub allegri ed esaltati dai benefici dell’ alcool, alcuni impiegati si radunano ai bordi della strada per chiacchierare e ridere insieme dopo aver cenato in uno dei tanti ristoranti le cui insegne decorano e fanno brillare strade e facciate. Guardare in alto confonde, in effetti, un gran minestrone di luci viola, rosa e verdi che non sempre riesco a decifrare. E’ anche questo uno dei motivi per cui ho scelto di affittare il mio appartamento in un sobborgo, dove in effetti succede meno che niente. La sera mi sento tanto satura della città che ho bisogno solo del silenzio, della piccola stazione vicino casa con un solo binario e del parco abbandonato. Anche T. sembra essere confuso. Ha rallentato il passo e fissa un punto indefinito alla fine del corso in cui ci troviamo. Io penso che ho fame, una gran fame – non abbiamo messo in bocca altro che quelle ciambelle, nel primo pomeriggio – ma non dico niente per via della strana tensione che si è creata.
Cerco di non peggiorare la situazione evitando di assaporare i  profumi appetitosi che escono dalle varie cucine che ci circondano, finché lo stomaco di T. non si mette a gorgogliare rumorosamente. Un lamento lento, dilatato, che inizialmente cerchiamo entrambi di ignorare con grande sforzo per mantenere la nostra ostinata fermezza. Ma non passa molto tempo che anche la mia pancia si abbandona alla sua disperazione e prende ad emettere suoni buffi e continui, dapprima piano, poi più forte. A questo punto non possiamo fare a meno di fermarci e scoppiare a ridere come due pazzi. T. mi indica con la bocca spalancata e si piega su se stesso contento, quasi non avesse mai sentito una cosa del genere. Io mi fingo offesa, sghignazzo divertita sotto i baffi ed imito i borbottii della sua pancia. I nostri stomaci sembrano essere andati in tilt, due sacche vuote e lamentose che reclamano urgentemente qualcosa di solido. Ascoltiamo per un po’ il buffo concerto che nostro malgrado produciamo, finché non ci decidiamo ad entrare in un 24-hours market per comprare del cibo.

Tra gli scaffali stipati di prodotti ci siamo solo noi. Il commesso è impegnato a commentare a bassa voce una partita di football americano che segue in una piccola televisione portatile, così pensiamo, nonostante la fame, di decidere con tutta calma cosa comprare. Vogliamo assolutamente trovare qualcosa di perfetto, esattamente quello che le nostre pance vuote chiedono con tanta insistenza, e dividercelo equamente. Non dobbiamo accontentarci della prima cosa che ci capita sotto gli occhi; crediamo entrambi che soddisfare la fame con quello che ci vuole doni un appagamento sereno e totale, come trovarsi in  un letto morbidissimo e confortevole quando si ha un sonno esagerato, l’attimo prima di scivolare nell’oblio del sonno. Così, io vado verso il reparto dolciumi e T. si addentra nella zona salati.

Di fronte a me si erge maestoso un corridoio con centinaia di incarti colorati, confezioni lucide e scritte che rimandano al contenuto delle scatole. Barcollo come un’ubriaca tra i vari ripiani per un po’, decido che niente di tutto quello che ho visto fin’ora fa al caso nostro e mi reco alla ricerca di T. Setaccio il negozio in lungo e largo, ma sembra proprio essere sparito nel nulla. Controllo ogni reparto senza successo, chiedo al commesso se per caso il ragazzo moro, alto, coi capellil un po’ scompigliati che era entrato qualche minuto prima con me non fosse già passato di lì, ma si limita a scuotere la testa senza scollare gli occhi dalla partita. Scoraggiata, esco dalle porte scorrevoli e mi appoggio alla parete, in attesa. Odio questo tipo di situazioni. Mi lascio sopraffare dall’ansia, aspettare è una delle cose che mi riescono peggio. Immagino sempre che siano successe delle catastrofi, il cuore mi batte all’impazzata, divento rossa e respiro forte. Per tranquillizzarmi, di solito penso alle liste di nomi sugli elenchi telefonici – lettere e numeri in successione sono un buon rimedio al panico – ma stavolta, chissà perché,  comincio a fischiettare un motivetto. Naturalmente T. appare quasi subito dall’angolo della strada, sorride contento. In mano regge un sacchetto da tre chili, gonfio di mandarini. “Scusami, ma sono stato all’altro negozio, quello che vende anche la frutta. Ho fatto bene, no? Avevano solo sacchi da tre chili, ma che importa. Se non li mangiamo tutti stasera, potrai portarli a casa con te. Ti piacciono molto se non ricordo male, no?”.
Lo guardo sollevare felice e orgoglioso la sacca di frutta, come un gatto che porta la preda catturata al padrone.
Ha ragione. I mandarini sono esattamente quello che ci voleva.

Ci sediamo su una panchina del parco vicino e apriamo il sacchetto con foga. Non parliamo quasi, ognuno impegnato nel laborioso atto di mangiare. I mandarini sembrano essere tanti da non finire mai, io sbuccio i miei con impetuosità, come un bambino che scarta i regali la mattina di Natale, masticando lentamente spicchio dopo spicchio. T. invece agisce con pazienza, partendo dalla cima del frutto e creando millimetro dopo millimetro una spirale di buccia perfetta. Quando me ne accorgo, smetto di darmi da fare e rimango imbambolata ad ammirare i suoi gesti eleganti. T. sorride. “E’ solo questione di pazienza, sai? Fai un piccolo taglio in alto, e scendi piano piano seguendo la linea del mandarino. Non è difficile, prova”. Così cerco di imitarlo, e dopo i primi tre goffi tentativi inizio anche io a fare delle spirali discrete. T. mi guarda imbronciato, annuendo in silenzio. Ha la bocca contratta in un’espressione buffa, sembra poco più che un ragazzino. Porta una maglia rossa, e una felpa nera – anche lui, come me, non ha una grande passione per i guardaroba colorati. Non lo conosco da molto, ma quello che ci lega mi fa sentire bene, l’inizio di una storia serena dove anche io mi sento stranamente serena. Mi perdo nelle sciocche visioni di un nostro probabile futuro, e agguanto un altro piccolo frutto. “I mandarini mi fanno venire in mente le virgole”, dico, “chissà come mai. Forse perché non smetterei mai di mangiarli, così come non smetterei mai di mettere giù virgole quando scrivo”. “Ah, ah. A me invece non fanno venire in mente niente. Niente di concreto almeno. Richiamano qualcosa, in effetti, ma non saprei descriverlo. Hanno a che fare con quando ero bambino, credo”.

Trascorriamo così almeno tre ore, aggiungendo poche parole tra un mandarino e l’altro. Il tempo passa e perdo l’ultimo treno verso il piccolo sobborgo in cui abito, per strada non resta che qualche barbone ubriaco. Due donne ci sfiorano passeggiando infagottate nei loro cappotti, tornando a casa dopo un probabile serata tra amiche. Il rumore dei loro passi riecheggia nel parco a lungo.
Per tutto il tempo che abbiamo trascorso insieme, io e T. non ci siamo mai toccati. Non ci sono state carezze o baci, nessun complimento. Adesso siamo di nuovo il silenzio, con la pancia piena e appesantita dalla mole di frutta che abbiamo ingurgitato. Mi guardo le punte delle scarpe ed evito di pensare a quello che succederà. Ci rendiamo conto di aver finito tre chili di mandarini, uno dopo l’altro. T. esita un poco prima di aprire bocca, poi si offre di farmi dormire a casa sua. Sotto la panchina, riposa allegra una montagna di bucce arancioni.
Questa notte, per la prima volta, io e T. faremo l’amore.

Annunci

Read Full Post »

Quando scrivevamo nella carta era meglio.

Il primo quaderno me lo regalò la maestra delle elementari, in una di quelle mattine che sembrano notti, tanto è il buio fuori. La copertina era di cartone rosa, e c’era una bambina magrissima arrampicata su un albero. Scrivi quello che fai il giorno, disse, ma scrivilo per te. Da qui cominciai. Non mi aspettavo niente dalle parole, e non chiedevo. Riportavo i pochi avvenimenti che distinguevano le mie giornate, qualche storiella, alcune filastrocche. I miei genitori di questo non sospettavano e nessuno apriva le pagine del mio quaderno che riposava sotto i vestiti dell’armadio.

Nascondere le cose di valore sotto i vestiti è una mia abitudine.

Ho riempito così centinaia di pagine negli anni. Mi sembrava bello, come credo lo sia adesso. Il quaderno era una scatola dove buttare quello che gli altri non avrebbero accettato. Una specie di ripostiglio per le cose da non dimenticare. Insomma, quello che è ed è sempre stato per tutti, perché la carta assorbe e tace. Il silenzio dei quaderni non si aspetta niente, ed è forse per questo che ci sono tornata.

Read Full Post »

Nonostante stanotte abbia sognato la mia professoressa delle medie, buongiorno.

Read Full Post »

Mi piace andare a fare la spesa, mi è sempre piaciuto.  Quando ero piccola, c’era un solo supermercato nel mio paese. Ci andavo ogni venerdì, dopo la scuola, quando mio papà tornava a casa stanco del lavoro. Ogni volta era un piccolo rituale che si ripeteva: parcheggiavamo la macchina di fronte all’entrata, giocavamo un po’ con la porta scorrevole, percorrevamo il negozio secondo la disposizione dei prodotti: frutta, verdura, latticini, uova, carne – c’era uno specchio, in alto, dove ogni volta mi guardavo – biscotti, carta, saponi, cioccolate. E’ buffo, ma ricordo ancora alla perfezione la vista degli scaffali ad altezza bambina; nel reparto marmellate, ad esempio, non riuscivo a vedere oltre la Nutella, che alloggiava al terzo gradino. Mi piacevano le uova tutte uguali, e gli stecchini in fila. I petti di pollo appena affettati, il macellaio che ogni volta usciva da dietro una tenda grigia e salutava mio papà, con la casacca inzaccherata di sangue.
Mi sentivo a disagio solo mentre ce ne stavamo in fila, ad attendere il nostro turno; è un paese piccolo, il mio, dove più o meno tutti conoscono tutti, e la fila delle casse era un continuo spettegolare sul chi fosse figlio di chi e che facesse nella vita. C’era spesso una vecchia coi capelli rosso fuoco, che mi guardava e ad alta voce chiedeva alla sua vicina di carrello chi io fossi; rossa di vergona, allora, mi nascondevo dietro le gambe lunghe di mio papà, e ammiravo le bottiglie colorate dei liquori che mi si paravano di fronte. Eravamo buffi io e mio padre, avvolti nei nostri giacchetti anni 90 dai colori improbabili – lui: blu, verde, arancione / io: giallo, fuxia, arancione – forse la spesa era uno dei pochi momenti nei quali stavamo veramente bene. 

Ancora oggi mi piacciono i supermercati. Non sono più nel mio piccolo paese, non ho più un solo negozio in cui andare, pur essendo piuttosto bassa arrivo – almeno a vedere – fino allo scaffale più alto, la vista della carne affettata mi disgusta un po’, nessuno qui mi conosce e non ho gambe dietro le quali potermi nascondere. La sola idea di andare a fare la spesa, però, mi mette allegria e mi fa sentire un po’  di sicurezza, fosse anche solo per i ricordi che mi porta alla mente. Mi sento un po’ meno estranea, e un po’ più a casa, forse perché ogni supermercato è simile all’altro.

Read Full Post »

Si fanno delle scelte drastiche, talvolta; io per esempio ho appena disattivato il mio account Facebook. E ne sono molto felice.

Read Full Post »

Il problema è: che cavolo pensavo io durante i miei 15 – 16 anni? Frequentavo il 2°/3° liceo. E fin qui ci siamo. Avevo i capelli lunghissimi e mi vestivo male (stile freak dai colori completamente casuali) e fin qui ci siamo. Il mio cuore era appena stato ridotto in poltiglia dallo stronzo di turno (uno particolarmente stronzo, devo dire) e anche qui, niente da ribattere. Al mattino, nel tragitto che mi separava da casa a scuola la mia immancabile playlist includeva: Homogenic (Bjork), OK Computer (Radiohead), Ho ucciso paranoia (Marlene Kuntz), One hot minute (RHCP). Disegnavo (come adesso), scrivevo e leggevo molto (come adesso). Facevo danza. Non ricordo di aver avuto amici in particolare (ah-ah, come adesso, sì); al mattino mangiavo un cornetto alla marmellata e vivevo di Estathè. La gran parte delle mie coetanee mi era indifferente, le poche con cui mi confrontavo erano, e forse ancora sono, piccole disagiate (ognuna con un problema diverso che poteva includere: droga, odio della razza umana, abuso di psicofarmaci). Avevo ancora un amico invisibile, che al tempo usavo chiamare Sindri (n.d.r. il figlio di Bjork. Il mio amico invisibile ha cambiato nome negli anni in base alla passione del momento: Atreyu, Fantaghirò, Anthony Kiedis, e via discorrendo). La notte non dormivo. Trascorrevo il mio tempo libero a guardare cartoni animati con mio fratello e studiarne le colonne sonore. Adoravo cantare (per la gioia dei miei vicini, che si sono goduti le mie urla convulse fino all’ultimo). Mi sentivo a disagio nel 99% delle situazioni che mi includevano (dove l’1% risiede nei sabati sera, durante i quali ero spesso talmente ubriaca da non accorgermi di ciò che avevo intorno). Le mie “amiche” solevano chiamarmi con dei simpatici soprannomi, tra i quali figuravano Secchiello, Lesbica, Occhiale, Robot, Alieno. Ero un’adolescente qualunque? Probabilmente sì, anzi, sicuramente. Ed essendolo mi sentivo, come tutti, differente. 

Tuttavia, caro A., non credo di poterti esaudire. Ho pensato tutto il giorno a cosa avrei scritto nel mio “supersweetsixteen” post. All’inizio mi sono detta: ah,ah, sarà facile. Mi basterà impersonarmi con una di quelle sciocche americane che mi sculettano ogni giorno davanti. Ma poi ho commesso un errore madornale. Ho avuto la bella idea di tentare di ricordare come fossi io a 16 anni, e il risultato è quello che hai appena letto. Beh, che dire: la stessa Mei riflessiva e lagnosa di sempre. Però almeno qualche risata te la sarai fatta. 

Ed ora, lascia che imposti l’header che mi hai appena mandato. Ti ho già detto che ti voglio bene? In caso contrario, te lo ripeto: ti voglio bene.

Read Full Post »

Eppure, sebbene mi sia difficile crederlo, un anno è già passato. Mi si stringe la gola, a pensarci.

Read Full Post »

Older Posts »