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Archive for the ‘cuffie’ Category

C’era una volta uno strano anno che giungeva alla fine, e non riusciva tuttavia a smetterla di portare male. C’era una volta Mei con la febbre alta, che festeggiava il capodanno a casa, con Fabrizio Frizzi alla TV.

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Devo ammettere che in effetti il posto in cui vivo è un tantino spettrale. Specialmente a notte fonda, d’inverno.
Forse è per questo motivo che ancora, nonostante sia cresciuta, ho una gran paura a tornare a casa a piedi da sola. Per arrivare, passo in una zona buia e solitaria, tra un inquietante laghetto e una parte di bosco oscuro e minaccioso.
Però ci provo a farmi coraggio. E quasi sempre ci riesco.

Mi accorgo che le cose cominciano ad andare meglio quando, nonostante la mia fama di perdente assoluta, in una sera colleziono due vittore gloriose a tombola. Quando camminando mi rinchiudo tra sciarpa e cappello con la musica alle orecchie e mi sento felice e non penso a niente in particolare, solo al fatto che sono felice, arrivo davanti al portone di casa e la canzone che sto ascoltando finisce nell’istante esatto in cui infilo la chiave nella serratura.

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Un ultimo viaggio su questo treno.

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Ho trovato delle ottime arance all’unico, minuscolo,  supermercato del quartiere. Hanno una bella buccia spessa e porosa, pochi fili bianchi all’interno, e gli spicchi ben separati l’un l’altro. Aprire un’arancia e dover faticare a staccarne gli spicchi è una cosa che ho sempre odiato; si perde una gran quantità di sugo e l’odore del frutto, per quanto buono, stagna tanto a lungo nella stanza da nausearmi. Così stamani a colazione ho mangiato tre di questi buonissimi agrumi, ho attraversato la strada e sono entrata nel parco. C’è una panchina arrugginita nella quale mi siedo sempre, di fronte a un piccolo lago che è più una pozza.  Nei giorni feriali, prima di pranzo, di qui non passa certo nessuno ed è questo che mi piace. Non c’è da chiedere, da aspettare risposte, da parlare o ringraziare.

Minuscoli insetti saltellano tra le foglie cadute oramai fradice che ricoprono l’acqua.

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Io ci provo ad andare alle mostre di arte moderna, perché in mezzo a tanta merda c’è sempre qualcosa di buono, di molto buono che compensa le carenze del resto. Passeggio, guardo, inscatolo e prendo un sacco di spunti – per scrivere e disegnare, anche se poi magari alla fine di cento cose che mi vengono in mente non ne realizzo nemmeno una.
Bene, sono stata alla biennale di Firenze. Vada per la disorganizzazione tipicamente fiorentina –  una marea di lavori accatastati al piano terra della fortezza, senza un minimo di senso logico, messi lì alla cieca a formare un labirinto confuso di colori e forme di ogni tipo. Vada anche per il caldo asfissiante in alcune zone della sala e per il freddo polare nelle parti restanti. Ma i visitatori, e anche alcuni degli artisti, un disastro completo. Tutti uno più gonfio dell’altro, fermi ai lati delle opere, a dire questo e quello, citare questo o quell’altro riportando a memoria pezzetti di Wikipedia. Mi sono sentita esattamente come Bastiano Baldassare Bucci, quando giunge alla città dei Quasi Imperatori, o come si chiamavano non ricordo bene, ma insomma quelli che ci hanno provato a raggiungere il gradino più alto di Fantàsia, magari inizialmente mossi da buone intenzioni, e che però per via della fama e del potere hanno perso ogni desiderio e sono impazziti.
La prossima volta mi porto un paio di cuffie.

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Qualcuno che apre una porta, al piano di sopra. Tende bianche. La tv manda canzoncine per bambini, accompagnate da scenette animate. Domenica mattina, le sette e un quarto. Da molto tempo oramai non riesco a dormire di più. Qualche minuto dopo le sette apro gli occhi, completamente riposata. Guardo il soffitto per un po’, poi mi alzo e inizio a prepararmi. Acqua bollente, estate e inverno.

Qui non c’è quasi nessuno. Oltre la strada asfaltata, dopo le ultime case del piccolo sobborgo, le rotaie. La domenica passeggio lì accanto, a lungo, con la musica alle orecchie. Ogni trenta minuti, dieci secondi di fragore del treno che passa. Mi fermo a guardare.

Una volta non sapevo come parlare. Mi arrabbiavo, forse solo per il gusto di farlo. Non ammettevo di non riuscire ad arrivare dove volevo giungere.

Ora sono sola, non ho niente da dire o da spiegare. Questa quiete perenne mi fa sentire bene.

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[…] Vicino casa mia c’è una delle peggiori gelaterie che conosca. Tutto, dal pavimento, al soffitto, alle decorazioni, ai prodotti in vendita, è artificioso e complesso – mette la stessa malinconia di una vecchia giostra in uno di quei luna park semideserti che si vedono nei film, dove i bambini scompaiono o viene comunque ucciso qualcuno. Luci al neon di vari colori illuminano il soffitto, i gelati risaltano di tinte poco rassicuranti e, trovandosi in un punto strategico di una città turistica, il locale è sempre, inesorabilmente, pieno zeppo di gente. L’aria condizionata non funziona, il pavimento è sporco, i posti a sedere mai liberi, i commessi sempre annoiati, litigano in continuazione e si lanciano frecciatine sottovoce. Il gelato non ha nessun tipo di sapore e consistenza, come mangiare ghiaccio leggermente squagliato. Eppure ci vado, io, in questa gelateria. Non so perché, non so neppure per quale motivo ne stia parlando, ma beh. In effetti mi fa pensare a qualche atmosfera dei libri di Lansdale, sarà quello.

E poi invece c’è un bar molto carino, a due passi dall’ufficio. E’ il bar che frequentano tutti i miei colleghi, per colazioni o aperitivi vari. Io mi sono sempre rifiutata di metterci piede, anche solo per cambiare i soldi. Ma lo trovo grazioso e accogliente. Vedi, sono scollegata, con la testa penso in una direzione e nei fatti vado dall’altra parte. Sarà per questo che cammino strana. Ho anche paura di incrociare le altre persone, se qualcuno viene verso di me sullo stesso marciapiede cambio lato strada velocemente, da sempre. Se proprio non posso spostarmi abbasso la testa e tiro dritta, grattandomi la nuca. Senza occhiali, con la musica alle orecchie. Da fuori devo essere una visione sconcertante.
Se solo tu potessi vedermi.

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