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Archive for the ‘curiosità’ Category

Guasti.

Il problema vero arriva quando te ne rendi conto. Fai una data cosa per un periodo, magari non è la tua attività preferita ma comunque ti porta verso una certa direzione. Poi per una qualche casualità questa cosa non puoi più farla, e la routine si tronca. Esempio: passavi otto ore al giorno a lavorare di fronte a un computer, si rompe il modem e non puoi più fare niente fino all’arrivo del tecnico. E il tecnico tarda, così ti ritrovi ad avere due interi giorni liberi, nei quali però sei costretto a rimanere in ufficio per attendere il famoso tecnico. Io ho risolto l’annosa questione del tempo che non passa semplicemente leggendo, per sedici ore di fila, durante le quali ho concluso un libro e ho potuto leggere buona parte di un altro, per un totale di circa quattrocentocinque pagine.

Ma poi il tecnico è arrivato, tutto si è sistemato, i computer sono tornati a vivere e il lavoro è ripreso. E’ qui che è iniziato effettivamente il problema. Perché ho ricominciato a svolgere i miei compiti con una strana fatica. Non amo il mio lavoro, non è ciò che voglio fare nella vita, ma prima del guasto avevo comunque un certo piacere a svolgere le stesse cose ogni giorno – aprire l’ufficio, dare aria alle stanze, avviare i computer, ordinare i dati eccetera. Faceva tutto parte della mia piccola routine giornaliera, sulla quale piano piano avevo imparato ad adagiarmi, e che il guasto ha spezzato. Quando il sistema è tornato a funzionare, sono rimasta una buona mezz’ora a fissare lo schermo e pensare che avrei preferito leggere. Oh, quanto avrei preferito leggere. E ho preso a svolgere i miei compiti svogliatamente, in maniera strascicata, una cosa dopo l’altra non per il gusto di concludere davvero qualcosa, ma giusto per ammucchiare i fogli completati e dirmi che – ah, finalmente ho ripreso a lavorare. No, non mi piace per niente. Ma proprio per niente. E il tecnico del telefono, – che faccia tosta – dopo aver messo a posto l’aggeggio bloccato, mi ha persino chiesto di prendere un caffè insieme.

Il libro che ho concluso è “Il libro nero” di Orhan Pamuk. Con questo mi sento di dire a Daniel Pennac che si sbaglia di grosso quando sostiene che il lettore è libero di saltare le pagine che lo annoiano, per arrivare alla conclusione. Grandissimo, enorme, spregevole errore. “Il libro nero” mi ha annoiata a morte per le prime duecento pagine, una fatica che non sto a spiegare, e mi ha sorpresa e completamente coinvolta nelle ultime trecento – che se non avessi letto dopo essermi trascinata per le prime duecento non mi sarei goduta allo stesso modo. Quindi grazie Orhan per avermi scartavetrato gli zebedei per un po’, ne è valsa la pena.

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Qualcuno mi rammenta i Digimon.
I Digimon è uno dei pochi cartoni animati dei quali ho potuto vedere la prima puntata, insieme ai Pokèmon, Lady Oscar, Heidi e Fiocchi di Cotone. Da piccola questa cosa mi emozionava, vedere la prima o l’ultima puntata di una serie, mi riempiva di entusiasmo, perché le fasi intermedie si potevano beccare ogni pomeriggio, invece il principio e la conclusione capitavano solo due volte. Mi sono affezionata un sacco a questi cartoni animati, sono quelli che ricordo con più amore, in effetti.

Avevo un’amica brutta e antipatica che veniva ogni estate in vacanza in montagna, mi pare si chiamasse Caterina. A dodici anni pensava e agiva già come una quarantenne, era alta, magra, sobria, vestiva solo Lacoste e colori pastello quali bianco, azzurrino, verdino. Portava i capelli castani lisci come spaghetti legati in una coda di cavallo, a guardarla bene sembrava sempre che fosse in procinto di andare a giocare a tennis. Non ricordo assolutamente come la conobbi, per quanto possa pensarci non mi viene in mente. Ma finì che cominciammo a uscire insieme. Io non la sopportavo, a volte mi scatenava un odio profondo, però mi faceva anche una gran pena. I suoi argomenti di discussione preferiti riguardavano la barca a vela del padre (“ma è solo un guscio di noce, davvero piccola”) e la  scuola – era una gran secchiona, almeno per quel che diceva, una volta finite le medie si sarebbe iscritta al liceo scientifico indirizzo Brocca, “quello più difficile” ribadiva. Io sentivo “Brocca” e scoppiavo a ridere perché mi pareva assurdo che una scuola si potesse davvero chiamare così, lei puntualmente si offendeva e io piombavo nell’imbarazzo più grottesco, di fronte ai suoi musi lunghi non sapevo mai come comportarmi, sembravo una specie di Yeti ferito, ma questa è un’altra storia. Per quanto però mi stesse antipatica il fatto di passare un po’ di tempo con lei non mi pesava. Perlomeno non era stronza quanto le altre ragazzine con cui uscivo. A volte mi faceva addirittura sentire bene, e doveva essere un sentimento reciproco perché una sera se ne uscì dicendo “vorrei che tu mi considerassi la tua migliore amica”, cose da vomito insomma. Io diventai rossa come un peperone, me ne andai senza dire niente e non ne volli più sentir parlare.

Ma dicevo, i Digimon. Capitava che qualche volta mi fermassi da Caterina per cena. Abitava con la nonna in una graziosa casina del centro storico, mi piaceva stare lì. Era tutta di legno, il pavimento, le travi sul soffitto, i mobili, davvero carina. Una sera vedemmo la pubblicità di questo cartone animato e io impazzii letteralmente; ero già una fan sfegatata dei Pokèmon, dovevo assolutamente seguire anche questa nuova serie. A dire il vero la prima reazione fu di rabbia “li hanno copiati!! hanno copiato i Pokèmon!”, ma poi mi calmai e decisi di prendere saggiamente in analisi la prima puntata. Caterina mi chiese se potevamo vedercela insieme, l’avrebbero trasmessa pochi giorni dopo verso le quattro del pomeriggio, e acconsentii anche se tutta la faccenda mi sembrava strana dal momento che lei non guardava nessun tipo di cartone animato.

Alla fine la guardammo davvero insieme quella puntata, e fu divertente sebbene i Digimon non mi piacquero molto. Sì, la grafica era carina, e anche la storia tutto sommato, però c’era qualcosa che non mi convinceva, forse il fatto di sentire che in qualche modo stavo tradendo i Pokèmon. Continuai a seguire tutta la serie, ogni pomeriggio, anche quando la scuola cominciò e Caterina tornò al suo paese e da lì non credo di averla più vista, in effetti l’avevo completamente rimossa e magari se non fosse stato per i Digimon non l’avrei ricordata proprio mai più.

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Freddo.

E’ improvvisamente freddo. Un freddo di quelli pungenti e asciutti che di solito si sentono solo a febbraio. Questo mi rende piuttosto felice, da parte mia spero che duri. Tuttavia, mi sono resa conto di avere un rapporto strano con i cambi di stagione. Ora che è freddo, non riesco a ricordare cosa provassi quando avevo caldo. Fino a qualche settimana fa uscivo dal lavoro, mi recavo in biblioteca per leggere o studiare nel cortile interno, attenta a stare lontana dai raggi del sole – non sopporto il calore, è qualcosa che mi annulla completamente. Bastavano dieci minuti fuori casa per ritrovarmi madida di sudore e boccheggiare, questo lo ricordo vivamente. Ma è come se non riuscissi ad aggrapparmi a questa immagine, adesso sto rinchiusa dentro il mio giubbotto tutta tremolante e proprio non arrivo a capire come potessi, solo qualche tempo fa, andare in giro non solo senza giacca, ma addirittura sbracciata, ed avere comunque caldo.  Forse anche questo fa parte della mia limitatezza. Che è la stessa ragione per cui non riesco a fare bene i conti, odio il telefono, mi arrabbio per le stupidaggini e penso che le persone possano scomparire da un momento all’altro.

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Armadio.

E guardando il mio, di armadi, che cosa se ne dovrebbe dedurre?

E’ piccolo, di legno. Sulle due ante scure ho appiccicato un sacco di miei disegni, qualche feticcio, alcune scritte incomprensibili. Non ha cassetti; dentro, a prima vista, sembra esserci solo un gran caos nero e rosso. Ma in effetti lo ordino. A modo mio certo, ma lo ordino.

I vestiti e le gonne sono tutti appesi alle stampelle. Ce ne sono di colorati e a tinta unita. Reggiseni, biacheria e calze stanno avvoltolati alla rinfusa in uno di quei retini brutti da Ikea. Sotto, una distesa nera di maglie a collo alto, golfini, giacche, tutto molto semplice. Il lato negativo del vestire quasi unicamente di nero è che al mattino, appena svegli, distinguere un capo dall’altro è un’impresa ardua. Ho solo tre paia di pantaloni, che non indosso quasi mai. Trovo che i pantaloni siano per niente comodi e decisamente antiestetici, almeno per quanto riguarda le ragazze.

Ebbene, sono qualcuno che non sa niente di me, di fronte al mio armadio aperto. Cosa penso? Di sicuro che la proprietaria dev’essere una ragazza disordinata. Non una sportiva. Incostante, incoerente, indecisa. Un  po’ depressa. Certo che è difficile analizzare sé stessi fingendo di non conoscersi, almeno un pochino.

E’ che io ci provo a tenere le cose in ordine, lì dentro. Ogni tanto mi rimbocco le maniche e butto tutti i vestiti fuori, li piego e li sistemo uno ad uno, ma quelli devono avere una vita propria giacché ogni volta che torno ad aprire le due piccole ante, è tutto di nuovo indistinguibile e arrotolato. Un disastro totale. Un po’ come nella mia testa. Ce la metto tutta per sciogliere i nodi che mi accartocciano i pensieri, eppure dopo poco tornano ad avvolgersi uno sull’altro, senza tregua. Ma forse allora è vero che l’armadio è un po’ il riflesso di quello che siamo.

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Dato che buona parte dei lettori occasionali del blog giunge qui tramite questa colorita chiave di ricerca (che ieri ha raggiunto un picco storico di 54 visite, con le varianti “ingoiare bene”; “ingoiare tutto”;”mandare giù”) mi sembra doveroso offrire un consulto in materia.

Dunque, il segreto è: tenerlo poco in bocca (il liquido). Non ingoiare è poco elegante, perdipiù lascia una sensazione generale di incompletezza che non fa mai troppo piacere. Ingoiare lentamente può risultare disgustoso, e causare spiacevoli effetti collaterali (vedi conati convulsi, vomito). Quindi, la soluzione è attendere pazientemente l’arrivo del tanto atteso liquido e mandare giù in un colpo solo, senza pensarci troppo.

Di quale liquido si parli poi decidetelo voi.

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Faccio la spesa, mentre fuori piove. Esco in strada carica di due bustone stracolme, e decido di sedermi al riparo dalle gocce, per fumare una sigaretta in santa pace. 

Quando l’omino passa, so già per certo che tornerà verso di me. Io attiro i matti, oramai è appurato; giusto ieri un tizio assurdo mi ha chiesto la mano mentre ero intenta a consultare alcuni volumi in libreria, per non parlare degli innumerevoli episodi passati che avrei da raccontare. Questo di oggi è basso, ha gli occhi stretti. Mi si avvicina con ostentata indifferenza; estrae un biglietto stropicciato dalla tasca del giubbotto in simil-pelle, e me lo porge, esitante.

“E’ il mio ultimo libro, quello che ho pubblicato”, dice. Guardo il pezzetto di carta distrattamente, tutto ciò che riesco a leggere è “perché mi scappa la pipì?”, scritto in fuxia, in mezzo a una serie di altre frasi. “Ho fatto alcune interviste a quaranta donne tra i venti e i cinquant’anni. Ora sto scrivendo un nuovo libro, e proprio per questo volevo chiederti…posso farti un test brevissimo?”.
Perché no, penso. “Perché no” dico, infatti. L’omino, seppur strambo, sembra simpatico ed ha un che di buono. Ammetto di essere confusa dalla situazione, ma continuo a sorridere, incuriosita. “Andiamo dove possiamo evitare di bagnarci”, dice. E andiamo.

Sotto un tetto sporgente disegna, poggiandosi al muro, una specie di grande U rovesciata, sul retro di un altro di quegli strani volantini del suo fantomatico libro.
“E ora disegna ciò che questa figura ti fa venire in mente”, mi dice. “Io ci vedo un arcobaleno, ma non ho i colori per farlo”, spiego. “Fallo lo stesso. Tanto che è un arcobaleno lo hai detto”. E così traccio sei righe che seguono la curva di quella originale, più grande. 
“Fatto.”
“Bene. E ora dimmi: una parola per descrivere te stessa” 
“Mmm…albero?”
“Perfetto. E ora, se ti dico sesso, che cosa ti viene in mente?”
“Mmm…fuoco?”
“Benissimo. Grazie, è stato un vero piacere” e sparisce tra i motorini parcheggiati, senza aggiungere altro. “In bocca al lupo per il libro!” – provo ad urlare – ma già non riesco più a distinguerne la figura. Chissà chi cavolo era, mi chiedo. Poi penso al bigliettino che mi ha lasciato; leggo velocemente i titoli dei capitoli e giungo alla conclusione che non lo comprerò, senza dubbio. Mi scervello un po’ sulle domande che mi ha fatto, mi chiedo per che cosa potranno mai essere utilizzate; poi faccio spallucce e cammino veloce verso casa, con la musica alle orecchie.

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