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Archive for the ‘delusioni’ Category

Where do we go from here?
The words are coming out all weird
Where are you now, when I need you
Alone on an aeroplane
Fall asleep on against the window pane
My blood will thicken

I need to wash myself again to hide all the dirt and pain
‘Cause I’d be scared that there’s nothing underneath
But who are my real friends?
Have they all got the bends?
Am I really sinking this low?

[No matter what they say. I know who I am and who I’m not. I know what I feel, what I do and why I decide to go left or right. People can say anything.]

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Io ci provo ad andare alle mostre di arte moderna, perché in mezzo a tanta merda c’è sempre qualcosa di buono, di molto buono che compensa le carenze del resto. Passeggio, guardo, inscatolo e prendo un sacco di spunti – per scrivere e disegnare, anche se poi magari alla fine di cento cose che mi vengono in mente non ne realizzo nemmeno una.
Bene, sono stata alla biennale di Firenze. Vada per la disorganizzazione tipicamente fiorentina –  una marea di lavori accatastati al piano terra della fortezza, senza un minimo di senso logico, messi lì alla cieca a formare un labirinto confuso di colori e forme di ogni tipo. Vada anche per il caldo asfissiante in alcune zone della sala e per il freddo polare nelle parti restanti. Ma i visitatori, e anche alcuni degli artisti, un disastro completo. Tutti uno più gonfio dell’altro, fermi ai lati delle opere, a dire questo e quello, citare questo o quell’altro riportando a memoria pezzetti di Wikipedia. Mi sono sentita esattamente come Bastiano Baldassare Bucci, quando giunge alla città dei Quasi Imperatori, o come si chiamavano non ricordo bene, ma insomma quelli che ci hanno provato a raggiungere il gradino più alto di Fantàsia, magari inizialmente mossi da buone intenzioni, e che però per via della fama e del potere hanno perso ogni desiderio e sono impazziti.
La prossima volta mi porto un paio di cuffie.

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Viene, nella notte, a trovarmi un bambino. Porta con sé un grande sacco di velluto grigio – “è da gonfiare” – dice, col sorriso sulle labbra. Ha il profumo del vapore sui capelli, sembra assurdo riconoscerne la voce, come se gli anni non fossero mai trascorsi e niente fosse accaduto. E gonfiamolo allora questo guscio vuoto, ma per quanto possa sforzarmi nel soffiare, niente si smuove, tutto resta fermo.

Scosta un ciuffo dal mio viso, il bambino, mi ricorda che sediamo sul letto di una mamma. Ci sporgiamo verso le scarpe sotto e sembra tutto più grande. Ho paura e non voglio scendere.

Torna il riflesso di un sabato mattina assonnato, e un cappuccino troppo caldo. Due donne, di fronte, mi raccontano di un pianista incapace di donare ad ognuna delle sue dita lo stesso peso. Ne descrivono i suoni goffi – pam pa pam doon – e mi viene da sorridere.

Il silenzio di una camera da letto, dopo che la luce si è spenta, con poca convinzione. Chiudere nel sonno ciò che si ha da dire e pensare, per stavolta mandar giù è la cosa migliore. O almeno, così sembra.

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Stamattina è successo un miracolo. Poco gradito, ma pur sempre un miracolo.

Ho chiesto alla mia fornaia di fiducia di mettermi gentilmente una sfoglia alla crema in un sacchettino. Ho seguito ognuno dei suoi movimenti, dalla selezione della sfoglia alla chiusura del pacchetto, e me ne sono uscita trotterellando. Poi ho guardato nel sacchettino, e con mia grande sorpresa, non ho trovato nessuna sfoglia.

Al suo posto troneggiava tronfia una brioche ripiena, che mi guardava con aria beffarda e vittoriosa.
Ora; io odio le brioche, e ogni giorno le prendo in giro dal vetro dello scaffale dei dolci. Sono brutte e gonfie, e come se non bastasse mi ricordano l’odore di una tizia che avevo in classe – che detestavo. Perciò niente colazione, per stavolta.

Eh vabbè. Avrei dovuto immaginarmelo che prima o poi si sarebbero vendicate dei miei sbeffeggiamenti.

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