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Archive for the ‘desideri’ Category

Heaven, I’m in heaven
And my heart beats so that I can hardly speak
And I seem to find the happiness I seek
When we’re out together dancing cheek to cheek
Heaven, I’m in heaven
And the cares that hung around me through the week
Seem to vanish like a gambler’s lucky streak
When we’re out together dancing cheek to cheek
Oh I love to climb a mountain
And reach the highest peak
But it doesn’t thrill (boot) me half as much
As dancing cheek to cheek
Oh I love to go out fishing
In a river or a creek
But I don’t enjoy it half as much
As dancing cheek to cheek
dance with me
I want my arm about you
That charm about you
Will carry me through…

to heaven, I’m in heaven
And my heart beats so that I can hardly speak
And I seem to find the happiness I seek
When we’re out together dancing, out together dancing 
Out together dancing cheek to cheek

Eh sì!Nonostante il naso tappato stasera canto. Che felicità che felicità!

Che Ella Fitzgerald sia con me 🙂

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Dal tuo spiraglio, poco fa ho sentito sussurrare rabbia. Non importa, non c’entra. Vorrei solo poterti abbracciare.

Stasera, la mia voce è ritornata. Prima aggrappandosi in fondo alla gola, poi lentamente risalendo fino a riempirmi la bocca; si era nascosta nello stomaco, dice, perché non era il momento di esserci.

Non ancora piena e definita, si ripara dietro l’ombra bianca di un velo.

Quanto ne ho sofferto qualche sera fa – quando la mia testa era decisa a cantare, scorrendo a memoria note e parole, ma la voce non rispondeva; le idee rimbalzavano tra le corde vocali aride, e tutto quello che riuscivo ad ottenere erano pochi suoni ferrosi, irti e scricchiolanti.

Dovevo riprovare, stasera. Anche per te, che non lo sai ma sei un motivo.
E così ho aperto la bocca, e timorosamente il primo “Aaaa” si è srotolato dalla mia lingua.
Ho continuato a tentare – prima con titubanza, poi sempre più decisa.
Ho cantato per un’ora, con la poca voce che ho. E’ stato un tempo bellissimo, intenso; un riconoscersi, salutarsi. Per dirci che funzioniamo ancora io e lei, la mia voce.
Non che avessi mai pensato che una semplice influenza avrebbe potuto dividerci, ma l’ho già detto: ogni volta che se ne va ho il terrore di non ritrovarla.
Il mio strumento. Una tra le cose più importanti che ho.

Chissà se in qualche modo ti sei accorto che cantavo per te.
Forse hai sentito un sussurro, o un solletico alla base delle orecchie.
Io ci credo che cantare è magia.

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Uno.

Alphen an den Rijn, stazione centrale. Leggo un libro poggiata ad uno dei pali scuri della pensilina, quando sento una donna sbraitare istericamente in italiano, con un forte accento milanese.

“Maledizioneee!!!si decidessero a metterle in italiano ste cazzo di macchinette per i biglietti, adesso perdo l’aereo!Porca puttana!”

Istintivamente, alzo gli occhi dalla lettura. E’ una signora bassa, distinta. Firmata da capo a piedi, borsetta alla mano ritraente uno dei più famosi loghi di alta moda. Ha dei grossi occhiali da sole, e una ventiquattrore scura. Grida da sola, cercando di non aprire troppo la bocca per non sciupare il trucco.

Mi avvicino.

“Signora…ha bisogno di una mano per fare il biglietto?”

“OH!!Santo cielo, grazie!Oggi c’è lo sciopero dei Taxi, un casino guarda, in dieci anni che vengo qui non ho mai preso uno di questi maledetti treni…!”

“Andiamo, la la accompagno”.

Corriamo verso la biglietteria, “een kartjie naar Amsterdam Schiephol autjeblieft…seconda classe no…?”

“NO!prima, prima, diglielo svelta, FIRST CLASS!”

“ok, erste klaas, geen korting…fanno 13 euro signora”

La commessa sorride, vedendo la signora in preda al panico e me calmissima. Poi, dopo aver digitato qualcosa sul computer, stampa in fretta il biglietto. Appena pronto, io e la ricca megera corriamo verso il treno in arrivo. Durante il breve tragitto che ci separa dal binario mi rivolge delle domande distratte, credo per ricambiare con un po’ di interesse l’aiuto che le avevo offerto.

“..e…che ci fai tu qui???studi??”

“Si”

“Da quanto sei qua?”

“Più di tre mesi…”

“Oh gesù, io ci vengo una volta al mese e ne ho piene le scatole!comunque in bocca al lupo…cerco la prima classe”

“Arrivederci signora…buon ritorno in Italia”.

Una volta sul treno, la sento litigare al telefono dal mio posto in seconda classe. “…ce la farò a prendere quel cazzo di aereo…questa è la prima e l’ultima volta che vado col treno, vedete di trovami una soluzione migliore al prossimo sciopero dei taxi!”.

Non so perché, mi viene in mente che deve avere un figlio. Maschio, sui 17 anni. Alto come il padre, mi immagino. La testa ornata da voluminosi boccoli biondi.

Lo vedo camminare verso una palla da tennis in un campo arancione. E’ vestito in bianco e azzurro, ha una fascia che gli tiene libero il viso e un polsino di spugna. E’ bello, sereno durante i suoi primi giorni di vacanza da scuola. Intorno, siepi verdissime e un cielo terso. 

Palla alla mano, si prepara al lancio con la sua racchetta.

Devono vivere nei dintorni di Milano, mi dico. Hanno una villetta rosa, non enorme ma carina. Il padre ha una macchina grande e non c’è mai. E’ un uomo alto, biondo. 

Il figlio ne è la copia spudorata.

 

Due.

E’ una delle librerie che amo di più ad Amsterdam. Piccola, due stanzette allacciate da una scala di legno dipinta di nero. Migliaia di volumi addossati l’uno contro l’altro sugli scaffali polverosi.

Fuori, una sfilza di bellissime riviste di design. 

Sento un tonfo provenire dalla stanza superiore.

“Tutto bene lassù?” – mi affaccio. La padrona del negozio, una simpatica signora olandese di mezza età, cerca di rimanere in piedi sotto il peso di decine di libri caduti dal penultimo ripiano.

“eheh…not exactly as you can see” risponde sorridendo, mentre mi accingo a salire le scale per andarla ad aiutare. 

Iniziamo insieme a sistemare i libri. Prima di riporli accuratamente al loro posto li apro e li sfoglio, uno per uno. Mi capita tra le mani una raccolta di ritratti, fotografie scattate in varie parti del mondo.

Rimango incantata dagli occhi di ognuno dei protagonisti, dalla loro tristezza. Finché non trovo questa piccola bambina, vestita in grigio con delle scarpine rosse, una mano a coprire la bocca e gli occhi verso il cielo.

Mi estraneo totalmente dalla situazione, rimango imbambolata.

La proprietaria mi riporta alla realtà.

“E’ anche la mia preferita”, dice. “quante volte mi sono rivista in quella bambina…”.

Già.

Finisco di riordinare, saluto ed esco fuori, mentre la pioggia schiocca sull’asfalto.

 

Tre.

Dovrò aspettare il prossimo treno per 45 minuti, così mi siedo su una panchina inerna intenta a scrivere sul diario. Accanto ho un signore malandato, con un giacchetto rosso fitto di buchi e un cappello bianco con una scritta oramai indecifrabile. Sgranocchia ritmicamente delle noccioline rotonde.

“Posso parlarle, signorina?” mi chiede, in inglese.

“Certo”, rispondo. Chiudo il diario con la penna in mezzo, per non perdere il segno.

“Vede quei bagni laggiù…quelli pubblici. Ecco, io lavoro lì. Mi dirà che come lavoro non è affatto divertente, eppure io ne sono orgoglioso. Prima non avevo niente. Sa, sono venuto ad Amsterdam talmente tanti anni fa che nemmeno riesco a ricordare. Tanta speranza non l’ho mai avuta, a casa mi dicevano sempre che ero un po’ scemo…che non arrivavo alle cose, capisce signorina?”

Annuisco. “Certo”.

“Perciò non ho mai preteso niente. Ero scemo, ne ero convinto perché me lo dicevano, capisce?Ma poi, un bel giorno, mi sono svegliato. E c’è voluto tanto tempo, ma alla fine qualcuno ha accettato di assumermi. E sono bravo. Un gran lavoratore, mi dicono.”

Sorrido. Sorride anche lui, mentre lascia entrare la mano nel sacchetto di noccioline.

“Signorina non deve essere triste. Vedrà che le cose andranno bene, basta che si decida ad aprire gli occhi. Non abbia paura di soddisfare le sue volontà, non si lasci mai nulla indietro. Meglio sbagliare che rimanere nel dubbio”.

Lo guardo, sospiro. Il cuore mi batte forte, ed ho voglia di piangere. E’ bello, ma fa anche tanto male quando qualcuno ti scava così a fondo.

Nel frattempo, i freni del treno in arrivo scricchiolano forte nelle nostre orecchie. Mi alzo, intontita.

“Signore, è arrivato il mio treno. La ringrazio per la chiacchierata.”

“Arrivederci signorina”, saluta con la mano. “E non lasci il suo cuore così chiuso. L’amore non è fatto per essere nascosto”.

 

Nel treno, ho pianto.

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Un giorno, scriverò una lettera ad ognuno di quelli che hanno avuto un ruolo nel mio Mondo. 

“Caro xxx,

sono Mei, o Alessia, o Lesz, o insomma chiamami come cavolo ti pare. Scrivo per informarti che hai avuto una parte in una delle tante situazioni, o storie, o vicende che volendo sono sinonimi ma non coincidono, io alla storia dei sinonimi ci credo poco, beh per farla breve diciamo che “ci sei stato”.

Non lo sai, ma io lo so. Non ti ho disturbato nel corso della tua esistenza, non hai speso un momento in quello che io ho vissuto, ma volente o no hai dato vita a un turbine emozionale e le emozioni  – si sa – sono vere e non si dimenticano. Perché io in queste faccende o storie o vicende, c’ero davvero, tutta intera. Il mio cuore batteva mentre tu non sapevi e chissà a che pensavi.

Distinti saluti

Mei, o Alessia, o Lesz, o insomma ci siamo capiti.”

E se sarò talmente brava da ricordare, raccontero all’interessato/a, persino la storia di cui ha fatto parte.

“…per la precisione ci siamo incontrati in questo posto. Abbiamo fatto questa, questa, e quest’altra cosa, siamo andati qui, qui e qui, siamo stati un sacco insieme. Abbiamo riso, pianto, giocato, gioito. E’ tutto.”.

Peccato che queste fiabe mentali siano talmente tante da volare via come bolle di sapone. Poi magari ogni tanto tornano in mente, e il cuore batte di nuovo.

Dovrei cominciare ad annotarle, no?

(Flavio!hai scatenato un post. Un po’ scemo, ma è pur sempre un post. :))

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Ho un rivolo di sangue che mi sgorga dal tallone. Divertente. Quando ero piccola adoravo questo tipo di ferite; se cadevo coi pattini e mi sbucciavo il ginocchio, speravo sempre di vedere un sacco di sangue. Mi faceva sentire forte e vissuta.

Ora niente cadute di stile dai pattini, o mentre correvo. Mi sono semplicemente fatta del male fisico portando delle scarpe scomode. Però erano così carine. A volte riesco ad essere molto frivola, non c’è che dire.

Stamattina mi è successa una cosa magica. Stavo camminando verso la stazione, e ascoltavo “Dragonfly” di My brightest diamond. Ero quasi commossa, pensavo a un sacco di cose, vagavo con la testa, e ad un certo punto mi si palesa davanti questa libellula GIGANTE. Giuro non ne avevo mai vista una così grande. Inizia a volteggiarmi intorno, mentre io mi immobilizzo per lo shock in mezzo alla strada.

Nel frattempo, uno sciame di ciclisti incazatissimi inizia a scampanellarmi. “Ma che cazz’ ci fa questa a bocca aperta in mezzo alla strada?”

Sono rimasta bloccata finché la mega-libellula non è andata via, verso l’acqua. E’ stata un’esperienza mistica. Proprio mentre ascoltavo quella canzone. La Libellula. Gigante. Insomma, ci siamo capiti.

Ma è stata una giornata stramba sin dall’inizio. Appena sveglia ho fatto scattare l’allarme aprendo la porta sul retro della mia camera, buttando così fuori dal letto tutta la casa. Non vi dico che sguardi omicidi mi sono stati rivolti. Con ragione eh, mica dico di no.

Poi ho rovesciato un vaso di fiori. Sul MIO tappeto. Maledizione. Sono una cretina.

Però penso positivo, ché di solito quando combino tutti questi disastri nel giro di pochissimo tempo, significa che mi succederà qualcosa di bello. Spero che sia collegato con quello che penso. Ma DEVO smetterla di costruirmi i supercastelli in aria con questo cervellaccio bacato.

BASHTAH.

E ora a letto. Che domani è Lunedì. Pfff.

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