Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘dilemmi’ Category

Come quando un treno cambia binario. Si avverte una piccola scossa, poi sembra che tutto torni a scorrere normalmente, ma in realtà è un nuovo tragitto, quello che percorriamo.

A volte finisco per ritrovarmi in fondo al pozzo. L’aria è umida. Le pareti che mi circondano sono bagnate e c’è uno strano odore.

Mi capita di scendere quaggiù, non so perché. Lasciare l’altra parte di me ad aspettare, in superficie, col sole tiepido di metà autunno che le riscalda le gambe. Il sorriso sulle labbra e il cappellino viola in testa, così che non prenda freddo.

Non so bene come riesca a raggiungere il fondo. Ma in qualche maniera, se chiudo gli occhi e li riapro dopo qualche istante, vedo buio e so di essere qui. Ci sono delle mattine in cui mi guardo allo specchio, apro grande la bocca e guardo giù. Forse è quello, il mio pozzo. Forse è lì che mi calo, quando ne sento il bisogno.

In fondo al pozzo ho aperto una confezione di formaggio. Il formaggio non era più buono, ormai costellato da piccole macchie di muffa. In fondo al pozzo ho preso un coltello, con il coltello ho tagliato un pezzo di formaggio andato a male, e l’ho mangiato. Il formaggio era morbido e disgustoso. La consistenza rovinata dal tempo e il sapore ormai completamente alterato. Ho assaporato a lungo il pezzo di formaggio andato a male, e sforzandomi l’ho ingoiato. Faccio queste cose in fondo al pozzo, per sapere che effetto fa.

Quaggiù non mi guardo mai intorno, perché c’è poco da guardare. A volte il pozzo diventa il vagone affollato di un treno che si ferma in una stazione qualunque – le stazioni, d’altra parte, sono spesso tutte uguali. La porta si apre e comincia a scendere gente. Io non posso alzare la testa, e fisso il pavimento. Passano centinaia di paia di scarpe diverse, scarpe diverse che però non sono mai le tue.

Annunci

Read Full Post »

C’è una strada dove non passa mai nessuno.

E’ una piccola scorciatoia, che permette di arrivare più velocemente alla fermata della metropolitana (il percorso normale prevede un cammino di circa venti minuti; da questo sentiero se ne impiegano solo dieci).

I figli dei vicini di casa mi hanno raccontato che è per via del deposito dei vecchi elettrodomestici – una specie di strana discarica, un terreno brullo recintato alla buona, dove le persone abbandonano frigoriferi, lavatrici e televisori ormai non funzionanti o obsoleti. Qualcuno tempo prima aveva sparso la voce che da quelle parti si aggirasse un inquietante barbone; dicevano si cibasse di cani e radici, un tipo che tutti etichettarono immediatamente come pericoloso, anche se di fatto non aveva mai danneggiato nessuno, né nessuno l’aveva veramente mai visto mangiare cani. Ad ogni buon conto, da quel giorno tutti cominciarono a evitare la strada della discarica, la scorciatoia verso la fermata. Ora a malapena se ne distinguono i contorni, risucchiati dalle erbacce che crescono tranquille, senza temere di essere strappate.

Ho iniziato a passare da lì un paio di mesi fa. Un po’ per curiosità, un po’ perché la mia sveglia aveva deciso di mettersi a suonare con dieci minuti di ritardo, chissà perché. Quella volta percorsi il sentiero alla svelta, dando soltanto uno sguardo alla discarica di elettrodomestici. Ma qualcosa dovette colpirmi particolarmente, giacché decisi di fare la stessa strada anche al mio ritorno a casa. Sarà stato il bianco accecante dei frigoriferi e delle vecchie lavatrici, quasi irreale sotto il sole tenue della mattina. Tant’è che, dopo essere scesa dal vagone della metropolitana affollato di pendolari, mi diressi con naturalezza verso la scorciatoia, camminando lentamente a passi leggeri. Giunta di fronte al deposito recintato, rimasi per quasi mezz’ora immobile a guardare ciò che si trovava lì rinchiuso, con la mente annebbiata come il ricordo di un sogno. Da quel giorno, questa divenne una mia abitudine.

Talvota mi trattengo al deposito anche due ore. La recinzione è stata rovinata in vari punti, e ci sono dei varchi dai quali è possibile entrare senza fatica. Mi piace davvero stare tra quelle carcasse silenziose. Passeggiare tra le TV distrutte, le tastiere dei computer, le ragnatele di fili aggrovigliati. Ma i miei preferiti rimangono i frigoriferi. Specialmente quelli sdraiati a terra, con lo sportello semiaperto, come una bocca in procinto di dire qualcosa.

Mi fermo ogni volta in un punto diverso. Mi capita di pensare all’esistenza di questi oggetti prima di finire alla discarica. Ognuno di essi è stato parte di una casa, sicuramente di una tra quelle del quartiere – qui le norme per i rifiuti sono molto severe, e non è possibile buttare via le proprie cose a meno che non si sia residenti; sebbene nessuno controlli veramente, è altrettanto vero che a nessuno viene in mente di trasgredire una regola così semplice da rispettare. I frigoriferi sono spesso decorati da piccole fotografie adesive, calamite, tutte sbiadite dopo i tanti giorni al sole. Ci sono immagini di famiglie, adolescenti con buffe scritte intorno, coppie felici. Chissà quante cose avranno visto, questi elettrodomestici, a quante scene quotidiane avranno assistito. Talmente tante che viene il mal di testa a pensarle.

Se mi sdraio in mezzo al deposito, sopra i pochi ciuffi d’erba rimasti, posso guardare in alto. Il profilo del cielo è interrotto e modellato dalle figure degli oggetti abbandonati. E’ un po’ come stare al centro di una città in miniatura, tra i palazzi e le costruzioni. Sarebbe bello se ognuno di questi elettrodomestici fosse brulicante di piccole persone indaffarate, di telefoni che squillano e documenti da preparare. E se ci fossero tante piccole automobili, e strade, e lampioni, e supermercati, e negozi. Sarebbe davvero, davvero bello.

Un giorno finirò per addormentarmi qui.

Read Full Post »

Fumare mi calma.

Da qualche parte ho letto che succede perché l’atto di fumare ci ricorda inconsciamente il momento dell’allattamento, e questo aiuta a tranquillizzarci. Ma non è che fumare mi piaccia. Ogni volta che lo faccio, la gola inizia a bruciare terribilmente e mi gira anche un po’ la testa. Solo che è un un piccolo aiuto. Prendere cinque minuti per me; uscire fuori, sedermi, accendere la sigaretta, stare lì a pensare a niente. In un certo senso riesco a fare il vuoto in testa, ed è una sensazione piacevole.

Per me ogni cosa si carica di significato. Ogni oggetto, ogni via, ogni strada o luogo dove ho vissuto qualcosa. Questa potrebbe essere una bella capacità normalmente; legare tutto a un evento, a un certo giorno, e poterlo ricordare con piacere, come avere tante piccole porte verso il passato. Ma diventa una mezza tortura quando invece vorresti staccarti da tutto, guardarti solo dentro o guardare avanti in maniera logica e razionale.

Se vi chiedessero come vorreste essere, cosa rispondereste?

Io direi che vorrei avere controllo. Non vorrei più perdermi nel mare dei pensieri che mi affollano, come una piccola barchetta di legno. Vorrei poter mettere questa mia piccola barchetta nella stiva di un grande transatlantico e assicurarmi un viaggio stabile, sebbene non piacevole.

Certo avere una piccola barchetta ha i suoi pregi. Quando il mare è calmo, sporgendosi un po’ si può vedere il fondale, e si possono incontrare vari compagni di viaggio. Delfini e balene, soprattutto. A me piacciono le balene. Un giorno vorrei poter imparare la loro lingua e capire quello che si raccontano. Chissà quante storie hanno da dire. Si dice che le balene siano gli umani del mare.

Ma quando invece il mare è in tempesta, è difficile rimanere aggrappati all’albero maestro. E i canti delle sirene?

Questa mattina inizia con una fuga da casa. Una corsa attraverso la città, nel giorno che comincia, una sosta veloce per prendere un accendino – “Va bene giallo, signorina?” – e una strana colazione al bar – cappuccino, brioche semplice e un bicchiere d’acqua – mentre Mina canta “Grande grande grande”.
A quello che succederà in seguito, ancora non penso. Mi limito ad ascoltare.

Con te dovrò combattere
non ti si può pigliare come sei
i tuoi difetti son talmente tanti
che nemmeno tu li sai.
Sei peggio di un bambino capriccioso
la vuoi sempre vinta tu,
sei l’uomo più egoista e prepotente
che abbia conosciuto mai.
Ma c’è di buono che al momento giusto
tu sai diventare un altro,
in un attimo tu
sei grande, grande, grande, le mie pene
non me le ricordo più.
Io vedo tutte quante le mie amiche
son tranquille più di me,
non devono discutere ogni cosa
come tu fai fare a me,
ricevono regali e rose rosse
per il loro compleanno
dicon sempre di sì
non hanno mai problemi e son convinte
che la vita è tutta lì.
Invece no, invece no
la vita è quella che tu dai a me,
in guerra tutti i giorni sono viva
sono come piace a te.
Ti odio poi ti amo poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo,
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.
Ti odio poi ti amo poi ti amo,  poi ti odio poi ti amo
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.

Read Full Post »

Non avevo mai pensato alla voce delle persone che incontro ogni giorno in biblioteca. Al loro modo di fare e comportarsi, fuori dal silenzio della sala di lettura.

Vado spesso e mi trattengo poco, giusto il tempo di ripassare qualche argomento e tornare puntuale al mio lavoro. La prima cosa che mi viene in mente di quei momenti è il dolore alle mani per il troppo scrivere, calcando forte la penna sul foglio. Non riesco a farlo in un modo diverso, e premo talmente tanto da sentire dolore fino alla spalla. A volte penso che per ricordare bene ho bisogno di “incidere” quello che devo imparare, nel quaderno e da qualche parte nel mio cervello. Ci dev’essere una parete grande, dove riposano kanji, nozioni grammaticali, espressioni di uso comune della lingua giapponese. La mia insegnante si sorprende della mia memoria. Per vanità, non credo che le rivelerei mai questo mio segreto. Capirebbe che in qualche modo anche io ho un “trucco”, e forse non penserebbe più che sono un po’ speciale.

Poi mi viene in mente il legno antico degli arredamenti. I vecchi libri silenziosi, poggiati l’uno sull’altro, e le pareti altissime. Il lucernario, attraverso il quale il cielo sembra sempre coperto, così che ogni volta che esci fuori è una sorpresa trovare il sole.

Infine le altre persone. Di questi tempi non rimaniamo che io e forse altri due – tre ragazzi, che approfittano degli ultimi giorni in città prima delle vacanze per sistemare fogli e documenti, o cominciare a leggere qualche nuovo libro di testo. Ma normalmente siamo in tanti, ognuno occupato nel suo angolo di tavolo.
Mi piace osservare gli altri. C’è chi studia ascoltando la musica, chi legge, chi ripete muovendo solo la bocca, senza emettere suoni. Gente con i libri tutti sottolineati a matita ed evidenziatori di colori diversi, fogli sparsi, gomme, lapis.

In particolar modo mi incuriosiscono quelli che vengono in biblioteca da soli, non in gruppo. I gruppi sono antipatici, fanno chiasso e ridacchiano di continuo. Mentre le persone sole sono così silenziose, e buffe da guardare. Spesso immagino la loro vita, quello che fanno normalmente, o che tipi siano. Posso capire quello che studiano dalle costole dei loro libri. La gran parte si occupa di legge. In un certo senso ammiro gli studenti di legge. Io non potrei mai occuparmi di una cosa così noiosa, senza distrarmi o divagare. Ma forse loro pensano lo stesso di quello che studio io, chi può saperlo.

Tutte queste persone non le sento mai parlare ad alta voce. Non so che tono abbiano, come si esprimano. Ma qualche settimana fa è capitato che incontrassi due dei ragazzi fuori dalla biblioteca, mentre camminavo verso la mia bicicletta. Passeggiavano anche loro, lentamente, diretti non so dove. Ho potuto sentire le loro voci chiaramente, parlare della vita al sud e di come sia Cosenza. Sono rimasta davvero molto sorpresa. Non so perché ma non avrei mai pensato che potessero avere un accento così marcato. Quando immagino la vita dei ragazzi della biblioteca penso a loro come se fossero personaggi di un libro, o di un film, con un italiano perfetto senza inflessioni, e con comportamenti già stabiliti dallo scrittore, dal regista o da chicchessia.

In sostanza, sono rimasta un po’ male, come se si fosse spezzato un incantesimo. Avrei preferito non sentirli.

Talvolta mi capita di credere che anche io sia il personaggio di qualche libro. Che nel momento in cui chiuderò gli occhi, quello che ho intorno a me sparirà e mi ritroverò nel corridoio buio di un hotel, schiacciata dalle pareti strette a origliare da una porta qualcuno che parla.
Non so perché, ma questo mi fa sentire tranquilla.

Read Full Post »

Le persone sono strane e io non le capisco. Però ci sono in mezzo.

Read Full Post »

Da tempo.

Ho trovato una moneta da duecento lire in fondo a un cassetto, riordinando. Deve avermela data per sbaglio il giornalaio qualche giorno fa, come resto del giornale che ogni mattina porto in ufficio.

Le monete da duecento lire mi piacevano un sacco. Potevo giocarci al flipper, fare una telefonata alla cabina telefonica, comprarci due gomme da masticare San Carlo  (quelle lunghe rosa dolcissime che di solito sull’involucro ritraevano gatto silvestro) o qualche altro personaggio dei cartoni animati. Che quando le mangiavi ti frizzava la base del collo, tanto erano zuccherose.

***

In realtà ho iniziato a scrivere questa cosa due mesi fa e non ho mai continuato. Mi sono ritrovata molte volte qui di fronte ad aggiungere qualche riga su varie faccende, ed ho puntualmente ri-cancellato tutto. Allora dico, tanto per chiudere, che ho finito di leggere Genji Monogatari, nel frattempo ho letto altri libri e adesso sono in deliquio per Tess dei d’Urbervilles, di Thomas Hardy. Ho anche dipinto il mio primo quadro.  C’è stato il mio compleanno, tempo fa. Ho avuto un incidente in bicicletta. Ho rincontrato una mia amica di vecchia data, e con lei sono venuti su un sacco di pensieri e di cose che credevo sepolte oramai da tempo, semplicemente scambiandoci due parole, ma credo che funzioni così per tutti.

Sto bene, credo.

Read Full Post »

Una volta ho conosciuto una taglia quarantadue. Voglio dire, ho conosciuto una ragazza che come lavoro faceva la taglia quarantadue, nel senso che alcune aziende di moda prendevano le misure su di lei quando dovevano stabilire quanto fosse larga, lunga o corta una taglia quarantadue. Facevamo la fila alla posta insieme in uno di quegli uffici giganteschi sempre pieni zeppi in qualsiasi momento del giorno, dove per sbrigare quello che hai da fare ti ci vuole un’ora se sei fortunato. Aveva i capelli ricci tutti scompigliati, un giacchetto di jeans, pantaloni sportivi rossi, un paio di scarpacce consumate fino l’osso con le stringhe ciondoloni e in mano un pacchetto di soldi stropicciati. Si guardava intorno tutta contenta e ballettava in qua e là, aspettando il suo turno. Fu lei ad attaccare bottone. Disse che quello era il suo primo stipendio – proprio così “Sai, questo è il mio primo stipendio” – che la pagavano in contanti ogni tre mesi. “Faccio la taglia quarantadue, sto tutto il giorno in piedi a farmi misurare braccia, gambe e spalle…è per le case di moda” disse. Disse anche che non era un lavoro per niente noioso; mentre la misuravano centimetro dopo centimetro ascoltavano la radio e ogni due ore potevano fare una pausa caffè, ma a lei il caffè faceva schifo e prendeva sempre il latte. Non faceva nessuna dieta perché era sempre stata così magra, e lavorava solo tre giorni a settimana, perciò aveva un sacco di tempo libero. Mi sembrò tutto molto curioso. In effetti mi era capitato di chiedermi come stabililssero la misura delle taglie. “Certo dev’essere buffo”, le dissi. Avrei anche continuato a parlare, ma venne il suo turno e si avvicinò allo sportello senza salutare. Raccontò tutto sul suo lavoro anche alla signora della posta, sempre muovendosi a destra e a sinistra come un grillo scoordinato, e dopo aver versato i soldi sul suo conto si avviò trotterellando verso l’uscita gridandomi “Buona fortuna!” – chissà perché; nella nostra conversazione non avevo fatto che ascoltare, senza dire quasi niente.

Ho pensato molto alla taglia quarantadue, in seguito. La vedevo spuntare dagli angoli delle strade, venir fuori dai negozi e dai bar; sempre col suo sorriso leggero e i suoi passetti nervosi da insetto. Mi pentivo di non averle chiesto niente, quel giorno alla posta, avrei voluto sapere la sua larghezza, la sua lunghezza, i centimetri esatti che correvano tra la sua spalla destra e quella sinistra. O anche solo perché portava quelle scarpe, forse avrei osato toccarle i capelli. Ma la taglia quarantadue non l’ho più vista, per qualche ragione ho la certezza che non la rivedrò più – e forse è meglio così.

Read Full Post »

Older Posts »