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Archive for the ‘dolore’ Category

Ho voluto perdere l’ultima occasione di vederti.

Questo pensavo seduta nell’aereo che mi riportava a casa il ventisette luglio, sulle ginocchia una Settimana Enigmistica appena iniziata. Di solito parto dai cruciverba grandi, quelli che richedono un po’ di tempo per essere completati e hanno defininizioni simpatiche per giustificare le tante vocali che si raggruppano negli angolini alla fine delle parole (ad esempio “Fiume elvetico che sfocia nel Reno – Aar“. Normalmente impiego un’oretta a trovare tutte le risposte e riempire le caselline di lettere; quel giorno ne avevo già finito uno prima del decollo. Fare cruciverba mi tiene le mani e la testa occupate quando non voglio pensare.

Ero certa di aver rinunciato a incontrarti un’ultima volta prima che tu morissi; mi sento in colpa del fatto che non riesca a sentirmi in colpa, ma non avrei potuto fare altrimenti. Negli ultimi anni non c’è cosa che mi abbia logorata tanto come vederti stesa quasi immobile su quel letto spoglio, notare la tua pelle ogni volta farsi più sottile e gli occhi più chiusi, sentirti farfugliare qualche risposta alle mie domande sciocche  – “Allora, era buono il budino oggi?” – raccontarti cosa succedesse fuori: della neve alta che ricopriva le strade a febbraio, della pioggia che riempiva i canali ad aprile. Sentirmi chiamare per nome, quando riuscivi a ricordare appena il tuo. Uscire ogni volta dalla tua stanza fingendo di sorridere ripetendoti che tutto andasse bene e che fossi felice, poi varcare la porta e sentire la gola stringersi, le lacrime pesantissime rigarmi il volto e andare a posarsi stremate alla base del collo, finalmente libere dopo essere state trattenute tanto a lungo.

Sono nata col tumulto dentro e tu l’hai sempre saputo. Eri l’unica che lo avesse capito dall’inizio, da quando a sei mesi appena compiuti mi sedevo sulla culla e parlavo coi fantasmi, come ti divertivi a raccontare alle tue amiche. In tanti anni difficili dove casa non voleva dire altro che paura, la tua, di casa, è stata il mio porticciolo riparato. Le tue cure e la tua severità irremovibile, tipica di chi abbia vissuto negli anni difficili della guerra, che a volte non riuscivo a comprendere e alla quale mi opponevo ferocemente, sono state il motore silenzioso che mi ha permesso di diventare quella che sono nonostante le ferite e i sentieri bui che ho dovuto attraversare.

Ho sempre somigliato a te, sia nell’aspetto che nel carattere. Quando nel tuo paesino di origine, sperso tra le colline toscane, gli anziani del luogo mi chiamavano col tuo nome – Anna – anziché col mio, tanto eravamo simili, mi sentivo bellissima e piena di orgoglio. Per me eri (e sempre sarai) la ragazzina che andava a lavorare nei campi e scavava le buche in cui ripararsi dagli attacchi aerei durante la guerra; la donna scappata di casa verso la fortuna in città, quella che metteva a tavola quindici, venti persone, cucinando almeno cinque portate. 

Mi sono ritrovata spesso a guardare il calendario immaginandomi quando sarebbe successo; a me le date piacciono molto, e mi fa sempre un certo effetto pensare che alcune siano legate indissolubilmente a eventi o persone importanti. Tu avevi smesso di vivere dieci anni fa, e mi sono chiesta tante volte cosa stessi aspettando ad andartene definitivamente, per non soffrire più. Ora che l’hai fatto, ho capito. Volevi che io tornassi a stare bene e fossi circondata da amore. Il giorno prima che tu te ne andassi, poco prima di addormentarmi, ho abbracciato forte l’uomo che amo e ho pensato: questo è stato un giorno perfetto. Lo sapevi: avevo finalmente un cuscino morbido su cui attutire il colpo.

È un tesoro grande quello che mi hai lasciato. È la base di tutto quello che sono e dell’amore che riesco a dare. Nella mia piccola televisione, rivedo spesso le migliaia di ricordi che ho legati a te; fa male, ma è un dolore dolce, come scorgere una stella cometa l’attimo prima che scompaia per sempre. Conservo lì la sensazione della pelle morbidissima delle tue mani. Il profumo dei tuoi capelli. L’odore del pane fresco nella tua dispensa, il mobiletto con la cioccolata, il contenitore di vetro pieno di caramelle Rossana, il congelatore stracolmo di lamponi, le carote alla julienne che sapevi che adoravo e che per quanto io provi e riprovi non riesco a preparare come te, il nostro libro “Trecentosessantacinque dolci con Lisa Biondi” dove sceglievamo le ricette delle torte da preparare dopo scuola, l’odore della tua stufa a legna nei giorni d’inverno, e mille altre cose che non serve che io stia qui a elencare.

Se potessi esprimere un desiderio in questo momento sarebbe solo uno. Vorrei poterti vedere ancora una volta come qualche anno fa, quando ancora stavi bene, seduta sul divano immersa in una delle tante telenovelas che guardavi – o “fotoromanzi” come li chiamavi tu – un giorno qualunque dopo pranzo. Mettermi il cappotto dopo aver lavato i piatti e sistemato la cucina, abbracciarti forte e dirti: “via nonnina, buona serata, ci vediamo domani”.

Mi mancherai, nonna, come mi manchi ormai già da tanto. E mentre sento questo grande pezzo di me che si scioglie e si perde nel tempo lasciando tanti piccoli segni nel mio cuore, ti dico: fai buon viaggio. So che, prima o poi, ci rivedremo.

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La signora al controllo passaporti apre il mio, con sguardo annoiato. L’avevo gia’ notata qualche momento fa dalla fila; mi era sembrata una di quelle persone sempre arrabbiate, con la bocca piegata in giu’. Chissa’ quanta gente vede ogni giorno, ho pensato. Forse anche io avrei l’espressione scocciata, dopo il duemilatredicesimo turista che mi sfila di fronte diretto chissa’ dove – o meglio, diretto ad Amsterdam, Parigi, Lille, Londra o Marsiglia, perche’ da qui sono solo queste le destinazioni. La vedo sorridere, anzi, direi proprio ridacchiare, sotto i baffi. Studia la mia foto nel passaporto, mi lancia uno sguardo divertito, poi si toglie gli occhiali. Io ho gli occhi gonfi di pianto, e il suo sorriso e’ la prima cosa che mi fa sentire bene da almeno due giorni. “Quando hai cambiato colore di capelli?” chiede, in francese. “Due anni fa. Anzi, direi tre”. “Vorresti cambiarlo di nuovo?” “No”, le dico, mentendo, perche’ e’ gia’ da qualche tempo che ho iniziato a pensare a tingermi la testa nero corvino, senza nessun riflesso. Solo nero. La signora continua a guardare la mia foto, gongolandosi sulla sedia girevole. “Stai molto bene con i capelli rossi. Non cambiarli”.

Mi siedo in un angolo della sala d’attesa. Sono arrabbiata e triste, cosi’ tanto da aver dimenticato di prendere la crema spalmabile di speculoos – una delle cose che preferisco al mondo. Come sempre, essere in una stazione mi fa sentire piu’ tranquilla. Nelle stazioni e negli aeroporti non devo essere niente, non devo fare niente se non aspettare il mezzo che mi portera’ via, la vita fuori quasi scompare. Scompaiono i negozi chiusi, le famiglie che tornano a casa dopo la giornata festiva, le nuvole, i panifici e i caffe’. Metto le cuffie alle orecchie e mi faccio piccina piccio’ nel sedile del treno, con la testa poggiata al finestrino.

Una volta tanto, sono felice di tornare a casa.

 

 

 

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Questo è uno di quei giorni in cui ho bisogno di mangiare solo dolci. Dolci a colazione, a pranzo e a cena. Il sapore del caramello, della cannella, della mela e dell’impasto che si scioglie in bocca. Non mi serve altro. Dicono che non faccia bene. Ma forse questo è l’unico vero vizio che ho. Non fumo, non bevo, alla droga non sono mai stata interessata. Soltanto qualche volta mi concedo questo menu speciale, a base di ciò che amo di più.

Ho passeggiato a lungo per arrivare fin qui. Casa mia si trova in periferia, quasi più vicina alla città seguente che al centro di questa. La primavera sembra essere arrivata, tardiva, soltanto uno dei ciliegi del viale ha iniziato a sbocciare, timidamente, quasi imbarazzato dei suoi colori in mezzo a tanto grigio. Verrà presto il tempo anche per gli altri alberi, mi raccontano, ma io non sarò qui.

Per diciotto giorni non sono uscita da casa – potrei addirittura dire che per diciotto giorni non ho messo piede fuori dalla mia stanza. Per tutto questo tempo sono rimasta sul letto, come una convalescente, sdraiata, a fissare il soffitto di plastica e la lampada sempre accesa. Ogni tanto qualcuno suonava alla porta, al mattino. Dlin-dlon. “Buongiorno! C’è nessuno in casa?” urlato con voce gentile alla finestra della cucina. Avranno voluto consegnare qualcosa. Cosa, chi lo sa. Non mi sono preoccupata di controllare gli avvisi nella casella di posta.

I primi sei giorni non ho fatto altro che pensare a cosa lei avesse sentito “dopo”. A. stava tornando dalla stazione, correndo veloce sulla bicicletta. Quella sera faceva un freddo terribile. Pensavo alle sue mani rosse, screpolate, stringere le manopole della Land Rover – perché era questa la marca della sua bici, felicemente comprata con il primo stipendio – su per la salita del lungo percorso verso casa. Pensavo al momento in cui, non accorgendosi del semaforo oramai rosso – le dicevo sempre di evitare di ascoltare la musica tanto alta mentre pedalava, che poteva essere pericoloso, ma lei niente, ogni volta che usciva infilava sorridendo gli auricolari nelle orecchie come se le avessi raccontato una filastrocca anziché rimproverarla – pensavo al momento in cui, non accorgendosi del semaforo rosso, A. attraversava il grande incrocio della 248, e la monovolume bianca la colpiva alla velocità di sessanta chilometri orari scaraventandola in mezzo alla corsia opposta, dove un’utilitaria finiva le sue pene fracassandole la testa con il parafango. Continuavo a credere fermamente che A. in quell’istante non si fosse accorta di nulla e che piuttosto avesse continuato a pedalare verso casa, in non so quale universo parallelo. Che fosse entrata – sebbene io non potessi più né vederla né tantomeno sentirla – avesse tirato fuori dal frigo una fetta del suo pane preferito, lo avesse messo a tostare cinque minuti, lo avesse ricoperto di un sottile strato di burro e marmellata di mirtilli, avesse riempito la vasca, si fosse fatta il bagno addormentandosi in acqua, come di consueto, e dopo un paio d’ore si fosse alzata, avesse preparato il letto e fosse scivolata nel sonno col libro aperto accanto al cuscino. Ero talmente convinta di questo, che tornando a casa dall’ospedale – dove ovviamente non ci fu altro da fare che riconoscere il cadavere e firmare qualche pratica – mi misi a cercare il piatto e il coltello che nella mia testa lei avrebbe dovuto usare, controllai la vasca per vedere se una volta tanto si fosse decisa a svuotarla e pulirla ben bene, perché era una brava ragazza, faceva tante cose ma questa proprio mai.

Nel mio “dopo” ideale, A. continuava a vivere come aveva sempre fatto. La mattina mi svegliavo con la convizione che si stesse preparando l’ennesimo caffè troppo forte. Sapevo che non sarebbe mai entrata a disturbarmi, pur di non svegliarmi avrebbe anche evitato di salutarmi uscendo di casa, perciò mi rifiutavo di uscire dalla mia stanza per non rompere l’incantesimo e realizzare finalmente quanto vuoto ci fosse senza il profumo del suo caffè nero.

Anche A. amava i dolci. Ogni volta che tornavo da qualche viaggio di lavoro, le portavo in regalo confezioni di delizie tipiche locali. Impasti colorati e sempre diversi, ripieni a base di frutta, cioccolato, caramello. Tutto per vedere la sua faccina contenta strappare la carta, impaziente, vederla arrossire allargando un sorriso luminoso – “Grazie, mamma!”. Al settimo giorno, quando finalmente dovetti per ragioni fisiologiche alzarmi e raggiungere il bagno – non so come avessi potuto resistere così tanti giorni senza nemmeno fare pipì, credo che il mio corpo avesse subito una specie di stand-by – notai tutte le scatole di dolcetti che aveva ordinatamente impilato all’ingresso. Sosteneva che lì fosse meno umido, che così non si sarebbero rovinate. Le portai tutte in salotto, buttandole sul divano. Aprendole, vidi che di ogni scatola aveva mangiato sì e no due-tre praline; sebbene gliene portassi in quantità, temeva sempre di finirle troppo presto. Così cominciai dalla prima, buttandole giù una dopo l’altra. Cioccolatini, biscotti, wafers, frutta candita, una dolcezza dopo l’altra, senza quasi respirare, finché non le finii tutte. Passai la notte seguente piegata sul water a vomitare. Guardavo il mio vomito stagnare sul fondo della tazza. “Ma davvero il mio stomaco ha potuto contenere tutta questa roba?”.

Questo caffè mi piace molto, mi è sempre piaciuto. Ci piaceva venire qui insieme dopo la sua scuola, quando ancora studiava. Per me caffè macchiato e frittella alle mele, per lei sempre e solo cappuccino al caramello e muffin ai mirtilli e formaggio fresco. Non riuscivo bene a spiegarmi come potesse piacerle tanto quell’intruglio, lei che di dolci ne aveva assaggiati a bizzeffe, preferiva a tutti gli altri quello meno dolce. “Mi ricorda la primavera”. Le piaceva la primavera. Non aveva mai avuto amici, ma amava trascorrere i pomeriggi al parco, sebbene fosse tanto lontano da dover prendere un treno per arrivarci. A volte andava lì con la macchina fotografica, ma le foto che faceva non le ho mai viste. Forse dovrei accendere il suo portatile non appena torno a casa.

Oggi è anche la prima volta che mi decido a mangiare dopo quella notte. Digiunare non è stato difficile. Non ho sentito nessun tipo di fame. A dire la verità, digiunare è molto più facile che mangiare, per quanto possa sembrare assurdo. Ma stamattina appena sveglia, ho notato che la mia lingua era come incollata, ricoperta di una strana patina bianca, e il mio stomaco gorgogliava leggermente. Sono andata nella sua stanza e mi sono messa i suoi vestiti preferiti. Leggings grigi sotto gli shorts, una maglia a righe bianche e ocra che non ho mai compreso perché le piacesse tanto, una strana felpa turchese, i calzini a pois, le sue scarpe nuove, che mi recapitarono a casa poco dopo l’incidente, pulite e ben lucidate in una busta di nylon trasparente. Sembro molto più giovane di quanto non sia, vestita così. Potrei quasi passare inosservata in mezzo alla folla di adolescenti alla fine del loro primo giorno di scuola. Oggi è il primo giorno di scuola, qui. Sono tutti in uniforme, eccitati e sorridenti, chiacchierano a voce alta seduti ai tavoli intorno al mio. Dev’essere trascorso un po’ dal mio arrivo, i camerieri hanno cambiato turno già due volte.

Voglio passare dalla stessa strada, tornando a casa. Voglio fermarmi sotto il piccolo ciliegio in fiore e scattare una foto. C’erano anche dei salici piangenti, da quelle parti. E un laghetto con una fontana. Voglio fermarmi lì e scattare una foto.

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Where do we go from here?
The words are coming out all weird
Where are you now, when I need you
Alone on an aeroplane
Fall asleep on against the window pane
My blood will thicken

I need to wash myself again to hide all the dirt and pain
‘Cause I’d be scared that there’s nothing underneath
But who are my real friends?
Have they all got the bends?
Am I really sinking this low?

[No matter what they say. I know who I am and who I’m not. I know what I feel, what I do and why I decide to go left or right. People can say anything.]

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Come quando un treno cambia binario. Si avverte una piccola scossa, poi sembra che tutto torni a scorrere normalmente, ma in realtà è un nuovo tragitto, quello che percorriamo.

A volte finisco per ritrovarmi in fondo al pozzo. L’aria è umida. Le pareti che mi circondano sono bagnate e c’è uno strano odore.

Mi capita di scendere quaggiù, non so perché. Lasciare l’altra parte di me ad aspettare, in superficie, col sole tiepido di metà autunno che le riscalda le gambe. Il sorriso sulle labbra e il cappellino viola in testa, così che non prenda freddo.

Non so bene come riesca a raggiungere il fondo. Ma in qualche maniera, se chiudo gli occhi e li riapro dopo qualche istante, vedo buio e so di essere qui. Ci sono delle mattine in cui mi guardo allo specchio, apro grande la bocca e guardo giù. Forse è quello, il mio pozzo. Forse è lì che mi calo, quando ne sento il bisogno.

In fondo al pozzo ho aperto una confezione di formaggio. Il formaggio non era più buono, ormai costellato da piccole macchie di muffa. In fondo al pozzo ho preso un coltello, con il coltello ho tagliato un pezzo di formaggio andato a male, e l’ho mangiato. Il formaggio era morbido e disgustoso. La consistenza rovinata dal tempo e il sapore ormai completamente alterato. Ho assaporato a lungo il pezzo di formaggio andato a male, e sforzandomi l’ho ingoiato. Faccio queste cose in fondo al pozzo, per sapere che effetto fa.

Quaggiù non mi guardo mai intorno, perché c’è poco da guardare. A volte il pozzo diventa il vagone affollato di un treno che si ferma in una stazione qualunque – le stazioni, d’altra parte, sono spesso tutte uguali. La porta si apre e comincia a scendere gente. Io non posso alzare la testa, e fisso il pavimento. Passano centinaia di paia di scarpe diverse, scarpe diverse che però non sono mai le tue.

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C’è una strada dove non passa mai nessuno.

E’ una piccola scorciatoia, che permette di arrivare più velocemente alla fermata della metropolitana (il percorso normale prevede un cammino di circa venti minuti; da questo sentiero se ne impiegano solo dieci).

I figli dei vicini di casa mi hanno raccontato che è per via del deposito dei vecchi elettrodomestici – una specie di strana discarica, un terreno brullo recintato alla buona, dove le persone abbandonano frigoriferi, lavatrici e televisori ormai non funzionanti o obsoleti. Qualcuno tempo prima aveva sparso la voce che da quelle parti si aggirasse un inquietante barbone; dicevano si cibasse di cani e radici, un tipo che tutti etichettarono immediatamente come pericoloso, anche se di fatto non aveva mai danneggiato nessuno, né nessuno l’aveva veramente mai visto mangiare cani. Ad ogni buon conto, da quel giorno tutti cominciarono a evitare la strada della discarica, la scorciatoia verso la fermata. Ora a malapena se ne distinguono i contorni, risucchiati dalle erbacce che crescono tranquille, senza temere di essere strappate.

Ho iniziato a passare da lì un paio di mesi fa. Un po’ per curiosità, un po’ perché la mia sveglia aveva deciso di mettersi a suonare con dieci minuti di ritardo, chissà perché. Quella volta percorsi il sentiero alla svelta, dando soltanto uno sguardo alla discarica di elettrodomestici. Ma qualcosa dovette colpirmi particolarmente, giacché decisi di fare la stessa strada anche al mio ritorno a casa. Sarà stato il bianco accecante dei frigoriferi e delle vecchie lavatrici, quasi irreale sotto il sole tenue della mattina. Tant’è che, dopo essere scesa dal vagone della metropolitana affollato di pendolari, mi diressi con naturalezza verso la scorciatoia, camminando lentamente a passi leggeri. Giunta di fronte al deposito recintato, rimasi per quasi mezz’ora immobile a guardare ciò che si trovava lì rinchiuso, con la mente annebbiata come il ricordo di un sogno. Da quel giorno, questa divenne una mia abitudine.

Talvota mi trattengo al deposito anche due ore. La recinzione è stata rovinata in vari punti, e ci sono dei varchi dai quali è possibile entrare senza fatica. Mi piace davvero stare tra quelle carcasse silenziose. Passeggiare tra le TV distrutte, le tastiere dei computer, le ragnatele di fili aggrovigliati. Ma i miei preferiti rimangono i frigoriferi. Specialmente quelli sdraiati a terra, con lo sportello semiaperto, come una bocca in procinto di dire qualcosa.

Mi fermo ogni volta in un punto diverso. Mi capita di pensare all’esistenza di questi oggetti prima di finire alla discarica. Ognuno di essi è stato parte di una casa, sicuramente di una tra quelle del quartiere – qui le norme per i rifiuti sono molto severe, e non è possibile buttare via le proprie cose a meno che non si sia residenti; sebbene nessuno controlli veramente, è altrettanto vero che a nessuno viene in mente di trasgredire una regola così semplice da rispettare. I frigoriferi sono spesso decorati da piccole fotografie adesive, calamite, tutte sbiadite dopo i tanti giorni al sole. Ci sono immagini di famiglie, adolescenti con buffe scritte intorno, coppie felici. Chissà quante cose avranno visto, questi elettrodomestici, a quante scene quotidiane avranno assistito. Talmente tante che viene il mal di testa a pensarle.

Se mi sdraio in mezzo al deposito, sopra i pochi ciuffi d’erba rimasti, posso guardare in alto. Il profilo del cielo è interrotto e modellato dalle figure degli oggetti abbandonati. E’ un po’ come stare al centro di una città in miniatura, tra i palazzi e le costruzioni. Sarebbe bello se ognuno di questi elettrodomestici fosse brulicante di piccole persone indaffarate, di telefoni che squillano e documenti da preparare. E se ci fossero tante piccole automobili, e strade, e lampioni, e supermercati, e negozi. Sarebbe davvero, davvero bello.

Un giorno finirò per addormentarmi qui.

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Fumare mi calma.

Da qualche parte ho letto che succede perché l’atto di fumare ci ricorda inconsciamente il momento dell’allattamento, e questo aiuta a tranquillizzarci. Ma non è che fumare mi piaccia. Ogni volta che lo faccio, la gola inizia a bruciare terribilmente e mi gira anche un po’ la testa. Solo che è un un piccolo aiuto. Prendere cinque minuti per me; uscire fuori, sedermi, accendere la sigaretta, stare lì a pensare a niente. In un certo senso riesco a fare il vuoto in testa, ed è una sensazione piacevole.

Per me ogni cosa si carica di significato. Ogni oggetto, ogni via, ogni strada o luogo dove ho vissuto qualcosa. Questa potrebbe essere una bella capacità normalmente; legare tutto a un evento, a un certo giorno, e poterlo ricordare con piacere, come avere tante piccole porte verso il passato. Ma diventa una mezza tortura quando invece vorresti staccarti da tutto, guardarti solo dentro o guardare avanti in maniera logica e razionale.

Se vi chiedessero come vorreste essere, cosa rispondereste?

Io direi che vorrei avere controllo. Non vorrei più perdermi nel mare dei pensieri che mi affollano, come una piccola barchetta di legno. Vorrei poter mettere questa mia piccola barchetta nella stiva di un grande transatlantico e assicurarmi un viaggio stabile, sebbene non piacevole.

Certo avere una piccola barchetta ha i suoi pregi. Quando il mare è calmo, sporgendosi un po’ si può vedere il fondale, e si possono incontrare vari compagni di viaggio. Delfini e balene, soprattutto. A me piacciono le balene. Un giorno vorrei poter imparare la loro lingua e capire quello che si raccontano. Chissà quante storie hanno da dire. Si dice che le balene siano gli umani del mare.

Ma quando invece il mare è in tempesta, è difficile rimanere aggrappati all’albero maestro. E i canti delle sirene?

Questa mattina inizia con una fuga da casa. Una corsa attraverso la città, nel giorno che comincia, una sosta veloce per prendere un accendino – “Va bene giallo, signorina?” – e una strana colazione al bar – cappuccino, brioche semplice e un bicchiere d’acqua – mentre Mina canta “Grande grande grande”.
A quello che succederà in seguito, ancora non penso. Mi limito ad ascoltare.

Con te dovrò combattere
non ti si può pigliare come sei
i tuoi difetti son talmente tanti
che nemmeno tu li sai.
Sei peggio di un bambino capriccioso
la vuoi sempre vinta tu,
sei l’uomo più egoista e prepotente
che abbia conosciuto mai.
Ma c’è di buono che al momento giusto
tu sai diventare un altro,
in un attimo tu
sei grande, grande, grande, le mie pene
non me le ricordo più.
Io vedo tutte quante le mie amiche
son tranquille più di me,
non devono discutere ogni cosa
come tu fai fare a me,
ricevono regali e rose rosse
per il loro compleanno
dicon sempre di sì
non hanno mai problemi e son convinte
che la vita è tutta lì.
Invece no, invece no
la vita è quella che tu dai a me,
in guerra tutti i giorni sono viva
sono come piace a te.
Ti odio poi ti amo poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo,
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.
Ti odio poi ti amo poi ti amo,  poi ti odio poi ti amo
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.

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