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Archive for the ‘felicità’ Category

布団。

Ok. Dormire dentro un futon è bellissimo. Voglio vivere dentro un futon.

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Sono su un’auto nera, seduta a destra. Per strada non c’è traffico. Ogni tanto ci fermiamo per lasciar passare il treno. Accanto, ci sfilano decine e decine di insegne di ristoranti e alberghi, che mi diverto a decifrare. Mi sento a casa. Sono davvero in Giappone.

 

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Da tanto non ballavo come un’indemoniata in giro per la casa.

And it’s hard to dance with a devil on your back
So shake him off

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Devo ammettere che in effetti il posto in cui vivo è un tantino spettrale. Specialmente a notte fonda, d’inverno.
Forse è per questo motivo che ancora, nonostante sia cresciuta, ho una gran paura a tornare a casa a piedi da sola. Per arrivare, passo in una zona buia e solitaria, tra un inquietante laghetto e una parte di bosco oscuro e minaccioso.
Però ci provo a farmi coraggio. E quasi sempre ci riesco.

Mi accorgo che le cose cominciano ad andare meglio quando, nonostante la mia fama di perdente assoluta, in una sera colleziono due vittore gloriose a tombola. Quando camminando mi rinchiudo tra sciarpa e cappello con la musica alle orecchie e mi sento felice e non penso a niente in particolare, solo al fatto che sono felice, arrivo davanti al portone di casa e la canzone che sto ascoltando finisce nell’istante esatto in cui infilo la chiave nella serratura.

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Intanto, riaggiorno la parte dei libri.

Poi, quando avrò tempo, tornerò.

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Suona il telefono. Rispondo.

“Istituto ***, buongiorno”

Salve signorina, chiamo dalla Telecom, volevo informarla che siete stati selezionati per ricevere in regalo un pc portatile Toshiba…”

“Guardi scusi, la ringrazio molto ma non ci interessa”

“Ah. E perché?”

Ridacchio. “Beh…signore, qui ne abbiamo già quattro di computer, un altro, per quanto gratuito, non sapremmo nemmeno dove metterlo.” Continuo a ridacchiare.

“Ahahahaha…com’è buffa signorina…lei mi fa ridere, ahahaha. Mi scusi tanto se rido con lei, ma oggi ho avuto una brutta giornata e questa è la prima cosa simpatica che mi succede. Sa, sono stato in banca a ritirare lo stipendio, ma c’era la fila, allora ho fatto tardi al lavoro e i miei capi mi hanno fatto una strigliata che non se la immagina. Pensi che non mi hanno dato nemmeno la pausa per pranzare! Ahahah che divertente…lei è davvero divertente”

“Mi dispiace signore…possibile che non abbia nemmeno cinque minuti per buttar giù un panino?”

“Purtroppo no…li ho fatti proprio arrabbiare sa. Signorina…grazie ancora, lei è…buffa.”

Continuo a ridere. “Grazie a lei signore. Buona serata”.

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Ho la bicicletta solo da qualche ora e già mi sembra di avere centinaia di storie da raccontare. E’ come se tutti i piccoli avvenimenti che di solito mi succedono andando a piedi – incrociare altri passanti, litigare con gli automobilisti sconsiderati, guardare le vetrine e dentro le finestre delle case al primo piano – grazie alla velocità delle due ruote si fossero moltiplicati ed avessero acquistato forza e importanza. Non riesco a spiegare bene questo processo; forse è perché in bicicletta mi sento più in pericolo ed ho voglia di catturare tutto quello che vedo intorno, o forse avendo un mezzo mi preoccupo meno della lunghezza del tragitto e della fatica e riesco a godere di più del viaggio. Certo, perdo molti particolari che altrimenti, retta solo dalle mie due gambe, avrei potuto afferrare, ma nell’insieme credo di averci guadagnato molto.

Stamattina, dopo aver gonfiato le ruote ed aggiustato le ultime cosette, ho finalmente portato Mariella – perché così ho chiamato la mia bicicletta – in strada. Inutile spiegare quanto fossi terrorizzata. In Olanda ho usato la bici come unico mezzo di trasporto per interi mesi, ma tra girellare nel traffico ordinato e corretto olandese e tra quello furioso e spreciso italiano c’è una bella differenza. Così ho provato ad andare su e giù per una pista ciclabile vicino casa, che porta dritta all’ospedale, e dopo aver acquistato sicurezza sono partita verso il posto in cui dovevo andare. Pian piano anche i muscoli delle gambe che ho lasciato addormentati per un sacco di tempo hanno ripreso a funzionare bene, ed è stata una meraviglia. Le salite le ho fatte a piedi, certo, ma non mi è dispiaciuto. Dall’alto della collina ho potuto ammirare il centro della città, che così lontano sembra ancora bellissimo. Poi ho lasciato Mariella vicino ad un palo, assicurandola con due catene. Le chiavi dei lucchetti sono piccole ed identiche; per distinguerle, ho messo quella della catena anteriore nell’anello delle chiavi di casa di qui, città di F.; quella della catena posteriore sta insieme alle chiavi di casa del mio paese natale, A. Tendo purtroppo a dimenticare questo tipo di associazioni, così mentre pedalavo ripetevo tra me e me “F. davanti, dietro A.” quasi fosse una filastrocca. Ed ho cantato, quanto ho cantato. Non posso ascoltare musica, è senza dubbio troppo pericoloso in bicicletta perché bisogna avere il doppio degli occhi e delle orecchie rispetto a quando si va a piedi, così ho intonato qualche motivetto mentre percorrevo le stradine secondarie, con meno gente. E’ stato un viaggio fresco e leggero, qualcosa di buono.

Tornata a casa, ho lasciato Mariella ed ho aspettato che il semaforo diventasse verde per attraversare. Dall’altra parte della strada un ragazzo coi capelli lunghi guardava nella mia direzione. Gli ho sorriso e quasi gli sono corsa incontro, chissà perché. Mi è venuto da pensare che ci vuole un sacco a costruirsi delle radici e a sentirsi finalmente parte di qualcosa; considerazione banale, ma che in quell’istante mi ha fatto sentire quasi realizzata.

Qualcuno ruberà Mariella un giorno. Forse succederà addirittura stanotte.

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