Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘ferite’ Category

La verità è che mi manca come l’aria.

Mi rendo conto di quanto questa sia un’espressione trita e banale; io stessa non avrei mai pensato di usarla in vita mia. Ma so bene cosa si provi a rimanere senza aria: l’affanno, la disperazione, lo smarrimento. Ed è esattamente quello che sento ogni volta che penso a lui.

In questo momento mi trovo nella sala di attesa di un pronto soccorso, insolitamente deserta. Ne ho visti tanti di posti simili, negli ultimi due anni. Gli ospedali si somigliano tutti, talmente tanto che se non fossi certa di quale parte del pianeta io sia, per quanto mi riguarda potrei essere a New York, Roma o Kuala Lumpur. Ci sarebbero le stesse pareti, gli stessi telefoni che suonano a vuoto e lo stesso odore di disinfettante. Ho il mento coperto di sangue e la bocca dolorante. Guardandomi allo specchio, poco fa, ho pensato di somigliare a uno di quei terrificanti pupazzi da ventriloquo.

Si apre una porta verde alla mia sinistra e ne esce un dottore giovane con gli occhiali tondi, che senza dire troppe parole mi fa mi accomodare in una stanza piccola e male illuminata. Mi chiede cosa sia successo. Gli dico che anche stavolta è stata colpa del Sakurajima e lui mi guarda perplesso da sopra gli occhiali. Cosi’ gli racconto dell’incidente in palestra. Del tapis-roulant impostato a 8.7 miglia orarie (ultimamente tengo sempre questa velocita’), dell’iPod a volume alto, della TV di fronte che trasmetteva il notiziario, di quando hanno mandato in onda le vecchie immagini dell’eruzione del Sakurajima, del fatto che non le vedessi da almeno due anni, della concentrazione persa, di come senza neanche accorgermene mi sia ritrovata a terra, accartocciata tra le due file di macchinari col tizio che mi guarda sempre il culo mentre corro piegato su di me con l’espressione preoccupata e le mani sulle guance sudaticce. Non so cosa ci facessi in palestra alle undici e trenta della sera, gli dico, rimane aperta fino a mezzanotte e mezzo e mi andava di sudare un po’, che poi non e’ altro che la verita’. Scarabocchia qualcosa sul suo taccuino e mi spedisce a farmi medicare. Me ne torno a casa dopo quaranta minuti e tante lacrime – sono una fifona, ho paura degli aghi e non tollero il dolore – con cinque punti stampati in verticale sotto il labbro inferiore.

Quando il Sakurajima e’ eruttato, due anni fa, io e lui vivevamo insieme nella piccola casa gialla vicino ai campi di zucche. Eravamo felici. Ricordo quanto fosse bello svegliarsi al mattino e come prima cosa accorgermi della sua presenza accanto, sentire il suo corpo caldo ancora addormentato, accendere il fornello sotto la caffettiera preparata da lui la sera prima, fare colazione insieme sempre con le stesse tazze, ascoltare i rispettivi oroscopi sull’iPhone, giocare a qualche giochino stupido e prepararsi cosi’, dolcemente, alla giornata. Di quei momenti ricordo tutto, perfino lo strofinaccio che usava per asciugare le finestre dallo strato di umidita’ depositatosi durante la notte. Ricordo i taglieri colorati, il coltello verde, i bicchieri con i delfini. Devono essere ancora da qualche parte, in una delle tante scatole seppellite nel mio scantinato.

Se qualcuno mi chiedesse perche’ durante l’eruzione io abbia deciso di non prendere la sua mano nonostante le sue urla, nonostante quanto lui abbia provato a trascinarmi dall’altra parte con se, non saprei dirlo. Non saprei proprio cosa rispondere. A volte provo a chiudere gli occhi e ripensare con tanto sforzo all’istante in cui mi sono voltata iniziando a correre fortissimo nella direzione opposta alla sua, ed e’ come se vedessi un’altra persona. Ad ogni buon conto, in una maniera o nell’altra –  e solo per causa mia – io sono rimasta di qua senza rifletterci un momento, lasciando lui e tutto quello che avevamo costruito al di la’ della voragine. Nello strano mondo in cui viviamo non c’e’ modo di passare da una parte all’altra, ne’ di vedere gli abitanti dell’altra zona, neppure temporaneamente. E’ possibile avventurarsi fino alla voragine; alcuni hanno addirittura provato a saltare per arrivare dall’altra parte, ma senza successo. E’ come se l’aria sopra quel buco fosse di gomma, e per quanto si possa provare non si puo’ che rimbalzare indietro, seguiti passo dopo passo dall’occhio attento del Sakurajima che sembra quasi accorgersi divertito di questi goffi tentativi di fuga.

Penso di essere l’unica qui ad avere scelto di rimanere, da sola. Gli altri si sono ritrovati da questa parte per caso e per sfortuna. A pensarci bene solo uno stupido vorrebbe vivere in questa landa deserta perennemente oscurata dall’ombra del vulcano, dove non crescono neppure gli alberi. All’inizio sognavo quasi tutte le notti di aver preso la sua mano e averlo seguito dall’altra parte. In effetti faccio ancora un sacco di sogni strani con lui, ma questa cosa ho smesso di vederla. Inutile spiegare quanto la mia vita sia cambiata, da allora. Chiunque abbia avuto un lutto importante o abbia perso qualcosa che considerava una parte di se, come una casa, puo’ capire quello che provo. Posso dire certamente di avere imparato un sacco di cose, da quando sto qui. Me la cavo meglio da sola, perche’ non ho altra scelta. Ho anche capito, e seppure a fatica accettato, che e’ sola che saro’ per sempre. E’ un pensiero difficile, ma non impossibile da metabolizzare. Difatti non e’ questo che mi ha fatto perdere totalmente la concentrazione e cadere, qualche ora fa, mentre correvo sul tapis-roulant.

Quando il Sakurajima e’ comparso sullo schermo, con la sua figura nera adornata di zampilli rossi e nubi scure, ho smesso di respirare. Ho rivisto un sacco di piccole cose che sono rimaste incollate chissa’ come alla parete del mio cervello e ho dimenticato dove fossi e quello che stessi facendo. I disegni appiccicati all’armadio della nostra camera da letto. Le canzoncine canticchiate alla nostra maniera buffa. I balletti durante i viaggi in macchina. La spesa. La collezione di calamite. Anche solo nominare queste cose mentre me ne sto sdraiata sul letto, coi cinque punti che pulsano sommessi, mi fa venire le lacrime agli occhi.

Per chissa’ quale via trasversa ho saputo della sua vita. So quanto stia bene, come abbia trovato una nuova compagna, so dei suoi figli. Potrebbe sembrare difficile crederlo, ma ne sono davvero tanto felice. Cio’ non mi impedisce di smettere di respirare in alcuni casi, come quando l’eruzione del Sakurajima compare alla TV. A volte ho pensato che se tornassi nello stesso punto dove ho deciso di andarmene, se la temperatura fosse la stessa di quel giorno e il Sakurajima decidesse di eruttare di nuovo alla stessa maniera, il tempo tornerebbe indietro e potrei seguirlo dall’altra parte. Ma so bene che certe cose non si cambiano, e che le voragini della terra non possono richiudersi.

I punti sono una soluzione fastidiosa. Mi chiedo come sia possibile che con tanti progressi scientifici, ancora nessuno abbia inventato un metodo migliore per sistemare le ferite profonde. Chissa’ se riusciro’ mai ad addormentarmi, con questi fili che mi tirano il mento.

Annunci

Read Full Post »

Uno dei primi viaggi di cui abbia ricordo è quello che facemmo a Roma con i miei genitori, in occasione delle feste natalizie di tanti anni fa. Avrò avuto forse quattro anni. Mio padre decise che sarebbe stato meglio spostarsi senza automobile – per via dei parcheggi, del traffico, e delle strade sconosciute della metropoli –  così prenotammo tre posti sul pullman locale, che all’epoca effettuava una sola cosa di andata e una sola corsa di ritorno alla domenica.

Sedevo vicino alla mamma. Tre ore di viaggio, nella mia testa di bambina, parevano un’odissea infinita. Ricordo che facevo mille domande sulle cose che si vedevano fuori dal finestrino, e altrettante su quelle che vedevo vicino a me. Alzando la testa, potevo scorgere le luci da lettura del pullman, con i rispettivi bottoni di accensione. In mezzo ad esse, un altro strano bottone con l’immagine di un omino, che doveva servire sicuramente a prenotare la fermata. Non so perché – forse proprio a causa del disegno dell’omino – venni colta dal desiderio irrefrenabile di premere quel bottone, e presi ad esasperare mia madre lagnando una serie infinita di “Posso? Dai, mamma, posso? Posso mamma?”. Lei, stanca, dei miei capricci, mi spiegò che non potevo assolutamente schiacciare quel bottone perché era un bottone di emergenza che si poteva premere solo nel caso in cui qualcuno fosse morto, per questa ragione c’era disegnato un omino. La cosa deve avermi scioccata non poco. Me ne sono resa conto ieri, quando ho realizzato che in un pullman di linea evito di prenotare la fermata per timore di premere quel cavolo di bottone, piuttosto preferisco scendere dove scende già qualcun altro.

Se penso a questo, mi viene in mente che forse sono come un animaletto mansueto. Quando succedono casi del genere, mi spavento e imparo la lezione. Una volta il mio gatto, per curiosità, andò ad annusare la pentola dello spezzatino che cuoceva a fuoco lento sui fornelli e avvicinandosi troppo si bruciò completamente il pelo della coda. Del suo bellissimo codone fulvo non rimase che un triste tizzone carbonizzato. Il gatto se ne rendeva perfettamente conto, tanto da vergognarsene e rimanere tutto il giorno acciambellato nella sua cuccia, con la coda nascosta sotto il corpo. Non tornò mai più a ficcare il naso intorno ai fornelli. Ecco, anche io devo essere un po’ così.

Read Full Post »

Talvolta preferirei non sapere l’inglese per evitare di capire ciò che alcune canzoni dicono.

Read Full Post »

E’ nel momento in cui mi rendo conto di non aver imparato praticamente niente, che mi sento triste.

Read Full Post »

Il problema è: che cavolo pensavo io durante i miei 15 – 16 anni? Frequentavo il 2°/3° liceo. E fin qui ci siamo. Avevo i capelli lunghissimi e mi vestivo male (stile freak dai colori completamente casuali) e fin qui ci siamo. Il mio cuore era appena stato ridotto in poltiglia dallo stronzo di turno (uno particolarmente stronzo, devo dire) e anche qui, niente da ribattere. Al mattino, nel tragitto che mi separava da casa a scuola la mia immancabile playlist includeva: Homogenic (Bjork), OK Computer (Radiohead), Ho ucciso paranoia (Marlene Kuntz), One hot minute (RHCP). Disegnavo (come adesso), scrivevo e leggevo molto (come adesso). Facevo danza. Non ricordo di aver avuto amici in particolare (ah-ah, come adesso, sì); al mattino mangiavo un cornetto alla marmellata e vivevo di Estathè. La gran parte delle mie coetanee mi era indifferente, le poche con cui mi confrontavo erano, e forse ancora sono, piccole disagiate (ognuna con un problema diverso che poteva includere: droga, odio della razza umana, abuso di psicofarmaci). Avevo ancora un amico invisibile, che al tempo usavo chiamare Sindri (n.d.r. il figlio di Bjork. Il mio amico invisibile ha cambiato nome negli anni in base alla passione del momento: Atreyu, Fantaghirò, Anthony Kiedis, e via discorrendo). La notte non dormivo. Trascorrevo il mio tempo libero a guardare cartoni animati con mio fratello e studiarne le colonne sonore. Adoravo cantare (per la gioia dei miei vicini, che si sono goduti le mie urla convulse fino all’ultimo). Mi sentivo a disagio nel 99% delle situazioni che mi includevano (dove l’1% risiede nei sabati sera, durante i quali ero spesso talmente ubriaca da non accorgermi di ciò che avevo intorno). Le mie “amiche” solevano chiamarmi con dei simpatici soprannomi, tra i quali figuravano Secchiello, Lesbica, Occhiale, Robot, Alieno. Ero un’adolescente qualunque? Probabilmente sì, anzi, sicuramente. Ed essendolo mi sentivo, come tutti, differente. 

Tuttavia, caro A., non credo di poterti esaudire. Ho pensato tutto il giorno a cosa avrei scritto nel mio “supersweetsixteen” post. All’inizio mi sono detta: ah,ah, sarà facile. Mi basterà impersonarmi con una di quelle sciocche americane che mi sculettano ogni giorno davanti. Ma poi ho commesso un errore madornale. Ho avuto la bella idea di tentare di ricordare come fossi io a 16 anni, e il risultato è quello che hai appena letto. Beh, che dire: la stessa Mei riflessiva e lagnosa di sempre. Però almeno qualche risata te la sarai fatta. 

Ed ora, lascia che imposti l’header che mi hai appena mandato. Ti ho già detto che ti voglio bene? In caso contrario, te lo ripeto: ti voglio bene.

Read Full Post »

After all, all I have in my mind
Is just silence all around
A thousand times I have tried to find
Pieces of dreams, visions and sounds
And then I pray for better days

Do you know how it is without anyone
Do you know anyone?
Don’t let it go
Never forget that when
I think of you
You’re not alone

After all, all I have in my heart
Are the pieces, that I found
Shades of blue, swimming in the moon
Counting the stars all around
I say a prayer for better days

Do you know how it is without anyone
Do you know anyone?
Don’t let it go
Never forget that when
I think of you
You’re not alone

Do you know how it is without anyone
Do you know anyone at all?

(Bebel Gilberto, Masaharu Shimizu, Marius De Vries)

Read Full Post »

Viene, nella notte, a trovarmi un bambino. Porta con sé un grande sacco di velluto grigio – “è da gonfiare” – dice, col sorriso sulle labbra. Ha il profumo del vapore sui capelli, sembra assurdo riconoscerne la voce, come se gli anni non fossero mai trascorsi e niente fosse accaduto. E gonfiamolo allora questo guscio vuoto, ma per quanto possa sforzarmi nel soffiare, niente si smuove, tutto resta fermo.

Scosta un ciuffo dal mio viso, il bambino, mi ricorda che sediamo sul letto di una mamma. Ci sporgiamo verso le scarpe sotto e sembra tutto più grande. Ho paura e non voglio scendere.

Torna il riflesso di un sabato mattina assonnato, e un cappuccino troppo caldo. Due donne, di fronte, mi raccontano di un pianista incapace di donare ad ognuna delle sue dita lo stesso peso. Ne descrivono i suoni goffi – pam pa pam doon – e mi viene da sorridere.

Il silenzio di una camera da letto, dopo che la luce si è spenta, con poca convinzione. Chiudere nel sonno ciò che si ha da dire e pensare, per stavolta mandar giù è la cosa migliore. O almeno, così sembra.

Read Full Post »

Older Posts »