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Archive for the ‘incontri’ Category

Suona il telefono. Rispondo.

“Istituto ***, buongiorno”

Salve signorina, chiamo dalla Telecom, volevo informarla che siete stati selezionati per ricevere in regalo un pc portatile Toshiba…”

“Guardi scusi, la ringrazio molto ma non ci interessa”

“Ah. E perché?”

Ridacchio. “Beh…signore, qui ne abbiamo già quattro di computer, un altro, per quanto gratuito, non sapremmo nemmeno dove metterlo.” Continuo a ridacchiare.

“Ahahahaha…com’è buffa signorina…lei mi fa ridere, ahahaha. Mi scusi tanto se rido con lei, ma oggi ho avuto una brutta giornata e questa è la prima cosa simpatica che mi succede. Sa, sono stato in banca a ritirare lo stipendio, ma c’era la fila, allora ho fatto tardi al lavoro e i miei capi mi hanno fatto una strigliata che non se la immagina. Pensi che non mi hanno dato nemmeno la pausa per pranzare! Ahahah che divertente…lei è davvero divertente”

“Mi dispiace signore…possibile che non abbia nemmeno cinque minuti per buttar giù un panino?”

“Purtroppo no…li ho fatti proprio arrabbiare sa. Signorina…grazie ancora, lei è…buffa.”

Continuo a ridere. “Grazie a lei signore. Buona serata”.

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Una volta ho conosciuto una taglia quarantadue. Voglio dire, ho conosciuto una ragazza che come lavoro faceva la taglia quarantadue, nel senso che alcune aziende di moda prendevano le misure su di lei quando dovevano stabilire quanto fosse larga, lunga o corta una taglia quarantadue. Facevamo la fila alla posta insieme in uno di quegli uffici giganteschi sempre pieni zeppi in qualsiasi momento del giorno, dove per sbrigare quello che hai da fare ti ci vuole un’ora se sei fortunato. Aveva i capelli ricci tutti scompigliati, un giacchetto di jeans, pantaloni sportivi rossi, un paio di scarpacce consumate fino l’osso con le stringhe ciondoloni e in mano un pacchetto di soldi stropicciati. Si guardava intorno tutta contenta e ballettava in qua e là, aspettando il suo turno. Fu lei ad attaccare bottone. Disse che quello era il suo primo stipendio – proprio così “Sai, questo è il mio primo stipendio” – che la pagavano in contanti ogni tre mesi. “Faccio la taglia quarantadue, sto tutto il giorno in piedi a farmi misurare braccia, gambe e spalle…è per le case di moda” disse. Disse anche che non era un lavoro per niente noioso; mentre la misuravano centimetro dopo centimetro ascoltavano la radio e ogni due ore potevano fare una pausa caffè, ma a lei il caffè faceva schifo e prendeva sempre il latte. Non faceva nessuna dieta perché era sempre stata così magra, e lavorava solo tre giorni a settimana, perciò aveva un sacco di tempo libero. Mi sembrò tutto molto curioso. In effetti mi era capitato di chiedermi come stabililssero la misura delle taglie. “Certo dev’essere buffo”, le dissi. Avrei anche continuato a parlare, ma venne il suo turno e si avvicinò allo sportello senza salutare. Raccontò tutto sul suo lavoro anche alla signora della posta, sempre muovendosi a destra e a sinistra come un grillo scoordinato, e dopo aver versato i soldi sul suo conto si avviò trotterellando verso l’uscita gridandomi “Buona fortuna!” – chissà perché; nella nostra conversazione non avevo fatto che ascoltare, senza dire quasi niente.

Ho pensato molto alla taglia quarantadue, in seguito. La vedevo spuntare dagli angoli delle strade, venir fuori dai negozi e dai bar; sempre col suo sorriso leggero e i suoi passetti nervosi da insetto. Mi pentivo di non averle chiesto niente, quel giorno alla posta, avrei voluto sapere la sua larghezza, la sua lunghezza, i centimetri esatti che correvano tra la sua spalla destra e quella sinistra. O anche solo perché portava quelle scarpe, forse avrei osato toccarle i capelli. Ma la taglia quarantadue non l’ho più vista, per qualche ragione ho la certezza che non la rivedrò più – e forse è meglio così.

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In partenza da un posto di passaggio, a un posto che di passaggio è stato. Arrivo in aeroporto con il primo treno della mattina, dopo aver percorso a piedi la strada che costeggia la ferrovia. Ho lasciato la mia bicicletta a casa, devo stare fuori qualche giorno e abbandonarla al parcheggio della stazione per più di una notte non è prudente.

Qui è dove sono arrivata, qualche mese fa. Quel giorno pioveva tanto da non poter riconoscere nemmeno i colori del posto dall’oblò dell’aereo, non sapevo bene cosa mi aspettasse. Avevo chiacchierato per tutto il tempo con Marieke, una ragazza appena conosciuta che mi scrisse su un foglietto il suo numero di telefono, se mai avessi avuto bisogno di un posto dove dormire ad Amsterdam. In seguito, è capitato spesso che andassi in città, ogni volta più o meno allo sbaraglio, ma non l’ho mai richiamata, non so per quale ragione. Non ricordo esattamente cosa successe quel giorno; tendo a cancellare facilmente le prime impressioni, forse per i troppi pensieri che mi si attorcigliano in testa.
La famiglia che mi ospitava mi accolse agli arrivi, i bambini zuppi per aver corso dalla macchina all’aeroporto sotto i goccioloni incessanti, senza ombrello. Gli impermiabili rosa, gialli e azzurri, qualcuno che mi prende per mano. Gli interni di un’automobile tedesca, non molto pulita, una casa che non conosco, silenzio.

Sono di nuovo in questo piccolo aeroporto e ci tornerò tra un anno, per la prima volta in compagnia di qualcuno, ma ancora non posso saperlo. I check-in hanno appena aperto, c’è odore di caffè. A giudicare dal numero di persone che girellano per le varie zone dell’edificio, devono partire al massimo tre, quattro voli; la maggior parte di chi vedo si aggira sui trent’anni, due famiglie siedono in attesa sulle panchine di plastica, coi bambini ancora caldi di sonno accasciati sulle valigie. L’orologio segna le 7:45, i pannelli indicatori si scuotono dallo stand-by: compaiono esattamente tre destinazioni, non mi sbagliavo. Barcelona, Bruxelles, Londra. Mi avvio lentamente verso la coda dei controlli. I bambini alle mie spalle si svegliano e prendono a giocare con due palline di carta, mentre i genitori radunano i bagagli.

Gli aeroporti sono fatti di file. Per entrare, per essere controllati, per mostrare i documenti, per accedere all’aereo, per trovare il posto. In una delle tante attese che mi separano dalla partenza scorgo una ragazza. Minuta, abitino nero e scarpe rosse, stile anni trenta, tacco alto.  La trovo tanto graziosa da rimanerne incantata. Ne seguo i movimenti. Scompare e riappare tra le varie file, e ogni volta che sparisce ho un tuffo al cuore. Quando credo di averla persa del tutto, la ritrovo, diretta verso il mio stesso gate. Il fatto che stiamo andando nella stessa direzione  mi riempie di sollievo, chissà perché. Comincio a sperare che una volta dentro l’aereo mi si sieda vicino, e in effetti così succede.

Si chiama Mariolijn, vive ad Utrecht. Sta andando a trovare un’amica a Londra. I genitori gestiscono una nota maglieria artigianale, e questo spiega la particolare bellezza del suo abitino. Ha i capelli scuri, raccolti in uno chignon ordinato, le labbra tinte di rosso intenso. Sebbene i suoi colori siano nell’insieme piuttosto forti e appariscenti, non trasmette nulla di eccessivo o volgare. Ha una bocca bellissima. La ammiro parlare e sorridere, sorrido anche io, di riflesso. Non capita spesso che abbia un’intesa così profonda con una donna. Di solito le odio a prima vista, o evito di parlarci, perché i discorsi delle ragazze sono sempre quelli, le inflessioni della voce tutte uguali, le espressioni simili e costruite. Finisce sempre che comincio a sentirmi inadeguata, e non spiccico parola. Mariolijn, che si pronuncia Mariolàin, invece mi piace moltissimo. Per tutto il viaggio penso che se fossi un uomo me ne innamorerei. Chiacchieriamo di un sacco di cose, passano due ore e siamo già a destinazione. Di comune accordo, decidiamo di prendere lo stesso autobus per raggiungere il centro della città. Penso che trascorreremo almeno un’altra ora insieme e mi sento incredibilmente felice. In effetti, è la prima volta che provo sentimenti simili per una donna, ma tutto è talmente naturale e spontaneo che non me ne stupisco.

Mi chiede di ascoltare della musica. Siamo entrambe molto stanche, e ci appisoliamo l’una sulla spalla dell’altra. Il peso del suo corpo sul fianco mi fa sentire sicura, è una sensazione nuova. Fuori dal vetro scorrono le colline, poi le case di mattoni, poi il traffico londinese. Restiamo per un bel po’ intrappolati tra le automobili, e mi accorgo di sorridere. Mi aspetta una bellissima vacanza, eppure non ho per niente voglia di scendere da questo autobus. Mi viene da pensare che resterei in questo torpore felice per altre mille ore.

Arriviamo a Victoria station. Mariolijn ed io sembriamo due amiche di vecchia data, parliamo e scherziamo in grande confidenza. Anziché prendere ognuna la sua strada, senza dire niente entriamo insieme in un caffè della stazione. Qualcosa ci trattiene dal separarci, ma non saprei dire cosa. Sediamo su un piccolo tavolo in disparte, lei si offre di andare a prendere due tazze di caffè e qualcosa per calmare la fame. Torna con un vassoio colmo di muffin e pezzi di torta, tutta contenta. Adora i dolci inglesi, mi dice, non smetterebbe mai di mangiarli. Le faccio volentieri compagnia, piano piano divoriamo un dolcetto dopo l’altro. Sono tutti squisiti, alla frutta, al cioccolato e alla vaniglia. Tutto sembra succedere per via di una qualche strana dilatazione del tempo che non sappiamo spiegarci, ma alla quale ci abbandoniamo allegramente. Passano altre due ore e finiamo di mangiare. Abbiamo impiegato un sacco di tempo a fare colazione.

Ci rendiamo improvvisamente conto che è giunto il momento di separarci, allora Mariolijn salva il mio numero nella rubrica del suo telefono, e scrive il suo nel mio quaderno. Mi dice di chiamarla, una volta tornata in Olanda. Utrecht non dista molto da dove vivo, e le farebbe moltissimo piacere rivedermi. Non so perché, ma mi suona un po’ come un invito ad uscire, e penso che non mi dispiacerebbe per niente. Dopo esserci abbracciate ci salutiamo, sorridendo e scuotendo la mano, come due bambine dopo la scuola. Mariolijn si volta e cammina a passi veloci tra la folla. La guardo allontanarsi verso l’uscita, finché non riesco più a distinguerla.

Non l’ho mai più rivista.

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Qualcuno è sparito anche dalla mia vita, senza dare troppe spiegazioni. Dopo una lunga e tormentata situazione, e un periodo di apparente felicità, un bel giorno ha spento il telefono ed è scomparso. Succedeva tempo fa, ero ancora una ragazzina. Per quattro anni ho atteso il suo ritorno, quasi immobile, o almeno una sorta di giustificazione. Dopo la scuola, immaginavo che mi attendesse di fronte alla porta di casa, pronto a raccontarmi che cosa lo aveva portato a fuggire da me. Lo sognavo. Quando uscivo, aguzzavo la vista in cerca disperata della sua figura. Le poche volte che mi è capitato di avvistarlo, in lontananza, non sono riuscita a fare altro che tremare, e non dire una parola. Durante questa sfiancante attesa, ho trascorso due anni con un altro ragazzo, che non ho amato.

Di questa storia non parlo quasi, e non riesco a scriverne, mi sembra assurdo averla liquidata in queste poche righe. Non ne faccio un vessillo o una giustificazione a quello che sono ora, non ne trascino i segni come cicatrici indissolubili. Ho lasciato che si adagiasse in un angolo della mia città, silenziosamente, che fosse ricoperta dalla polvere, o che marcisse e scomparisse, finalmente. Non è successo. Semplicemente, se ne sta lì e mi guarda, in attesa di qualcosa. Non capisco di che cosa. E’ talmente difficile anche solo pensare a quel periodo che ogni tre parole mi tormento i capelli, o mi mangiucchio le unghie. Di tanti episodi non resta che un vago ricordo, più simile a un sogno che a qualcosa di veramente vissuto. Ho questa specie di capacità, che forse tutti abbiamo, di eliminare dalla memoria ciò che fa male. A cosa mi serva tornare a voltarmi in quella direzione non lo so, eppure c’è qualcosa che chiama. Tutto è partito col sogno di stanotte: ero una bambina in un bosco, dopo aver camminato a lungo giungevo in una sorta di rudere – forse un antico anfiteatro – dove mi attendevano un gatto gigante e quel ragazzo. Nessuno dei due parlava. Io guardavo il gatto, poi il ragazzo, e non facevo niente. Osservavo. Il cielo era scuro e frizzante di stelle, la strada per tornare indietro si celava oramai sotto l’erba alta. Dovevo rimanere.

Sarà che devo ripercorrere certe zone come puntini in una mappa, legarle con un filo rosso e soltanto alla fine guardare il disegno che si è venuto a creare. O più probabilmente, sarà che ho troppa immaginazione. Procedo in avanti, comunque. Qualcosa succederà.

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Lo guado attenta, mentre sceglie l’album da inserire nel lettore.
“Non mettere musica italiana, non ho intenzione di capire ogni singola parola.”
“Va bene”, risponde, “nessun problema. Metto un misto. Non ho altro.”
“Lo sai che odio i misti. Ma vabbè, metti, metti.”

Siamo stanchi. Durante il tragitto parliamo poco e respiriamo forte. Ci fermiamo per una sigaretta e ricominciamo a viaggiare. Io mi srotolo sul sedile, scomposta, e canticchio. Canticchia anche lui.
“Siamo buffi come coro. Io sembro un gesso su una lavagna ruvida, tu una specie di stilografica su un foglio liscissimo”
“Non credo di capire”, rispondo, incerta.
“Sì, dico. Le nostre voci, dai”.
Annuisco. Si susseguono le curve scure aldilà del finestrino.

“Non ci si capisce niente lì fuori, è tutto buio” dico.
“Già. Potrebbe sembrare un enorme ammasso di blob”
“Ma il blob si muove. E poi qui ogni tanto si vede una luce, no?”
“Già.”
“Una volta, qualche tempo fa, ho fatto l’amore in mezzo a quel buio.”
“Ah sì? E dove?”
“E come faccio ad indicartelo con precisione? E’ tutto uguale. Più o meno da queste parti.”
“Ah”.

Passa il tempo. Nella strada che ci porta verso casa penso che a poterlo, rimarrei per sempre in questa automobile, di notte, mentre l’asfalto docile si lascia calpestare.
“Bisogna avere pazienza, sempre”, dice. Io fingo di essere addormentata e non rispondo.

Bisogna avere pazienza, sì. Già.

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Mi piacciono i giorni dissociati. Sapere che è il primo giugno, aprire la finestra e vedere il cielo coperto, sentire il vento freddo sul viso. E’ quasi estate ed io vado a ripescare nell’armadio i miei vestiti autunnali: calze maglia nere, vestitino nero semplicissimo, lungo pressappoco fino al ginocchio, maglia nera a collo alto; poi un ombrellino nero, per ripararmi dalla pioggerella debole che riga il mattino.

Ierisera, sul treno, accanto a me sedeva un ragazzo con una grossa stella tatuata sul collo. Circoscritto nella stella, il volto noto e corrucciato di Che Guevara. Il ragazzo ogni tanto mi guardava e sorrideva, quasi imbarazzato, nascondendosi il disegno con la mano, ostentanto una certa disinvoltura che non gli era propria. Dev’essere uno strascico dell’adolescenza, ho pensato. Io di quel periodo mi porto dietro solo l’indirizzo email, del quale mi vergogno e che trovo piuttosto ridicolo, ma immagino che dover convivere per sempre con un tatuaggio fatto a seguito di non si sa bene quale passione infervorata non debba essere proprio semplice. Mi chiedo come ci si possa convincere, a 13, 14, 15 o 16 anni, a stamparsi indelebilmente un’immagine addosso. A me sembrava tutto talmente passeggero, ai tempi, e in evoluzione, che a fare una cosa simile non ci ho nemmeno mai pensato. Neppure adesso lo farei, ma in quegli anni men che mai, senza dubbio.

Sono un puntino nero che cammina nella pioggia. Firenze è grigia e oppressa, l’aria sembra pesare sulla testa. Passo accanto a una vetrina e penso che le mie gambe siano effettivamente buffe, ma che importa. Suona Teardrop nel mio Ipod.

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Cinque giorni nella città grigia e tre nel paese verde, da qualche settimana. Senza sapere effettivamente quale sia la casa, e quale invece il porto di passaggio. Si dipanano i giorni verso i mesi estivi, e i miei capelli ricoprono a ciuffi disordinati il pavimento sotto la sedia. Penso al sorriso di stamattina, dopo aver letto la parola “pingue”. Bella a dirsi, “pingue”, e a immaginarsi. Perché mi viene in mente rosa e simpatica.

Volevano rubargli il teschio a quello, è rimasto col coltello in mano proprio quando l’orologio ha segnato le 9 dando il via alla giornata lavorativa. E’ il tempo che mi obbliga a lasciare i capitoli a metà, e me ne dispiaccio. Vorrei poter nascondere il libro da qualche parte, aprirlo nei momenti di tedio e procedere con la storia, lasciarmi portare avanti – ora da un lato, ora dall’altro.

La zona grigia è quella che preferisco, silenziosa e decadente. Mi riporta ai sogni che faccio, e alle cose che sento. E’ laggiù che raggomitolo rabbia e paura, quando non ho modo di lasciarle andare. Ieri ci ho buttato una pagina scritta tempo fa, è caduta in uno dei canali raggrinziti, dove non scorre più acqua e non galleggia barca alcuna. Proprio in quel momento i due passeggiavano silenziosi poco lontano dalla sponda, ammirando con occhi consapevoli le fabbriche abbandonate. Io che mi nascondevo nel foglio stracciato, li ho visti camminare verso l’angolo della strada, dove cominciano i caseggiati operai. Ho pensato a quello che si sarebbero detti, una volta che il loro tempo si fosse concluso. Alla notte che scivolava lenta nel cielo e alle luci che si accendevano oltre le finestre. Qualcuno deve avermi raccontato del velluto della notte, anni fa. Una signora con un lungo vestito, così la descriveva, che passando, posava leggero il suo manto scuro sui nostri tetti.

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