Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘inizi’ Category

Io ho un grande difetto, tra gli altri. Mi ricordo sempre tutto. Ogni data, ogni nome, ogni piccolo racconto. E’ una cosa che normalmente potrebbe tornare molto utile, ma che invece e’ un grande ostacolo quando si cerca di mettere via una parte del proprio passato.

Nonostante cio’, ho notato tanti piccoli cambiamenti. Al mattino sono felice di svegliarmi; non succedeva da tempo. Sentire determinate canzoni non mi fa nessuno strano effetto, cosi’ come leggere nomi buffi e vedere faccine negli oggetti e nei paesaggi di tutti i giorni – cose che potrebbero sembrare sciocchezze, ma che fino a poco fa mi riempivano gli occhi di lacrime.

Lo scorso anno, quando facendomi una violenza infinita mi tiravo fuori dal letto e andavo a correre sotto la pioggia o la neve con le mani e il naso congelati dal freddo, non avrei mai creduto di poter tornare ad essere serena. La verita’ e’ che per quanto abbia tenuto stretti gli ultimi brandelli di ricordi, ho iniziato a dimenticare. E’ una bella sensazione.

Non sono brava a parlare direttamente di quello che sento. Devo sempre cucire i miei pensieri intorno a situazioni inventate, per proteggermi un po’. Stavolta pero’ non riesco a trovare niente dietro cui nascondermi, forse perche’ non ce n’e’ bisogno.

In questi anni mi sono rimproverata a lungo e profondamente per le scelte fatte e per non aver saputo affrontare quello che mi succedeva nella maniera migliore; tuttavia, alla fine, guardando tutto da dove mi trovo ora so di avere fatto quello che andava fatto.

Tempo fa, leggendo Fight Club di Chuck Palahniuk, una frase mi rimase molto impressa: “Sposati prima che il sesso diventi noioso, altrimenti non ti sposerai mai”. Ricordo di aver pensato quanto fosse vera; da allora, ogni volta che prendo una decisione mi viene in mente. E’ una specie di memento.

Non avrei mai pensato di dirlo, ma chiudere vecchi capitoli e’ proprio bello. Poi ci sono cose belle che rimangono belle in ogni momento della vita, come camminare con la musica alle orecchie.

 

Annunci

Read Full Post »

La cucina di mia nonna e’ molto piccola. Nel brevissimo tragitto che separa il frigorifero dal lavandino – due passi, forse tre – si potrebbero sbattere le ginocchia anche quattro volte: una sulla gamba del tavolo, due sulla sedia, una contro il divano a sinistra. Una volta, d’estate, c’era sempre la finestra aperta; dava sul retro della casa, si potevano vedere l’orto del nonno e il giardino della chiesa di fronte.

Qualcuno stamani mi ha chiesto di pensare al ricordo piu’ bello della mia infanzia, per poter ricreare la stessa sensazione nel presente. Mi e’ bastato chiudere gli occhi mezzo secondo per rivedere quella cucina e quella finestra aperta in un giorno di inizio giugno non troppo caldo (non che dalle mie parti faccia mai caldo davvero, di quello brutto che ti schiaccia sul letto); io seduta al tavolo e mia nonna che tira fuori dal congelatore una confezione sbiadita di gelato alla nocciola, dove dentro non c’e’ del gelato ma tantissimi lamponi rossi colti dal nonno il giorno prima, sommersi nello zucchero e messi a freddare. Poi ancora io che prendo un cucchiaio dal cassetto e inizio a separarli piano, godendomi lo scricchiolio del ghiaccio e dello zucchero che cedono ai miei colpetti. Quando li metto in bocca, i lamponi sono freschi e dolcissimi.

Non so quante volte questa scena si sia ripetuta durante la mia infanzia; non sono brava coi numeri e non mi mettero’ certo a contare, ma direi ogni giorno da giugno ad agosto per tutti i miei anni di vita fino ai diciassette. Quella cucina e’ talmente stampata nella mia testa che non ho neanche bisogno di concentrarmi per ricordare esattamente dove stesse il contenitore con le caramelle Rossana, in quale ripiano trovare i biscotti (sempre e solo Oro Saiwa) e il cioccolato, il telecomando coi tasti smangiucchiati dai tanti usi e il colore dei cuscini che coprivano la cassapanca. Riesco quasi a sentire il profumo che c’era: un misto di pane fresco e bucato pulito.

Per quanto possa conoscerla bene non saprei come riprodurre la sensazione di quei giorni nel presente. Mia nonna e’ in ospedale da tempo. Mio nonno e’ morto dieci anni fa, e i lamponi non credo li colga piu’ nessuno. Quel ricordo pero’ rimane un faro acceso, che mi fa pensare che nonostante tutto, da qualche parte c’e’ un luogo da poter chiamare casa. E che quando si va nella direzione giusta, le porte si aprono da sole senza doverle forzare.

Read Full Post »

Read Full Post »

Once I said
Keep me out of your head
To wait it out
A thousand years
Didn’t work

Still
You would house my world
Within yours

Scattered mind
Let me out
Wave goodbye

Still
You would house my world
Within yours

Read Full Post »

Di tanto in tanto mi tornano in mente strani episodi, non so perché. E’ come se da qualche giorno mi fossi ripresa da una brutta testata, e stessi raccogliendo i sassolini e i rametti nudi abbandonati a riva dopo la tempesta.

Mi sono fermata a pensare un paio di volte. Ho ricordato del giorno che visitammo Firenze alle elementari, avrò avuto otto anni o poco più. Ci fermammo al giardino dei Boboli, che ancora riesco a figurarmi piuttosto dettagliatamente, nonostante quella sia stata la mia unica visita. Avevo nello zainetto un panino con la frittata e uno tonno e maionese, mi piacevano solo così. Dopo aver camminato un po’, ci fermammo a mangiare in una panchina con un paio di amiche. Davanti a me stava sdraiato un giovane giapponese con un taccuino in mano, scriveva chissà cosa in verticale – allora non potevo sapere niente della sua lingua – eppure, non appena ho ricordato questo particolare mi sono resa conto che anche lui ha contribuito a portarmi sulla strada in cui sono adesso. Rimasi imbambolata a fissare la sua mano disegnare strane linee, fini e  precise, non so per quanto. Posso ancora sentire l’ardore che provavo al momento di riuscire a comprendere cosa ci fosse dietro quelle figure a me completamente sconosciute. Forse, dopotutto, può darsi che c’entri davvero con la mia passione per questa lingua, e l’ho capito poco fa.

Pensavo anche al giorno che andai a visitare il liceo nel quale ho poi studiato per cinque anni. Chissà perché, ho ricordato perfettamente come fossi vestita (un paio di pantaloni grigi, una orribile felpa anch’essa grigia con rifiniture giallo fluorescenti) e come fossero i miei capelli (lisci, tutti pari come una suorina, fin sotto le spalle). La sera prima di visitare la scuola ero stata con le amiche al cinema a vedere “L’Esorcista”. Ho sempre odiato i film horror, perché mi impressionano all’inverosimile, ma ho sempre evitato di dirlo agli altri per vergogna, e ai tempi godevano di ottima popolarità tra noi pre-adolescenti perciò ogni settimana finivo mio malgrado a vederne uno. Nel posto accanto a me stava un ragazzo più grande, che appena si spensero le luci mi sussurrò a un orecchio – “vedrai che figata la scena in cui la tipa vomita piselli” ridacchiando, e adducendo commenti di disprezzo per gli effetti speciali tanto scadenti. Era la terza volta che vedeva quel film. Durante la visione mi unii agli sghignazzi degli altri, per non passare male, mentre silenziosamente morivo di paura. Forse è il film che più mi ha inquietata in assoluto. Passai la notte a tremare rannicchiata in un fortino di coperte, temendo che da un momento all’altro il letto avrebbe preso a tremare e il diavolo, o un qualsiasi altro essere maligno, sarebbe saltato fuori da sotto il pavimento pronto a rapirmi  e portarmi tra le tenebre. Durante la presentazione del liceo non facevo che ripensare alle scene del film, ricordo che non ascoltai una sola parola della professoressa che ci guidava attraverso le aule. Ancora non riesco a capire cos’è che mi terrorizzò tanto. Forse l’aver fatto la chierichetta per molti anni ed essere stata molto credente durante tutta l’infanzia aveva contribuito a rendermi ostile Satana e ciò che lo riguardava, ma in qualche modo sento che questo non c’entrasse nulla.

Ad ogni buon conto, credo di aver smosso qualcosa.

Read Full Post »

Intanto, riaggiorno la parte dei libri.

Poi, quando avrò tempo, tornerò.

Read Full Post »

Del giorno in cui entrai in fissa con le balene potrei raccontare che la notte prima avevo fatto un sogno molto strano, ma nessuno ci crederebbe. Nel sogno attraversavo a piedi un grande ponte sul mare, e ad un tratto vedevo questa maestosa rampa di scale che andava su, sopra le nuvole. Iniziavo a scalare i gradini, uno dopo l’altro, la scala non aveva protezioni e sentivo una gran paura. In più c’era un vento fortissimo, così decidevo di riposarmi su uno spiazzo più grande, senza trovare il coraggio per continuare. Ma poi salivo ancora e dopo le nuvole c’era una grandissima sala con una buffa donnina ad aspettarmi. La donnina mi diceva che dovevo uccidere tutti gli esseri umani che in qualche modo avevano rovinato la terra o fatto del male agli animali; allora mi mostrava una serie di immagini di balene uccise, dissanguate, fatte a pezzi. Al che pensavo: “lo farò senza dubbio” ma poi immaginavo il fatto di dover sparare a un bambino e tutta la mia determinazione andava in fumo; il dilemma è stato risolto dalla sveglia che ha suonato in quel momento.

Comunque, quel giorno dopo aver fatto colazione ho iniziato a documentarmi sulle balene. A leggere delle varie specie e a guardare immagini. La balenottera azzurra è l’animale più grande del pianeta, mentre il capodoglio vanta il primato del cervello più pesante e grosso in assoluto – in alcuni esemplari arriva a pesare nove chili – è l’animale più rumoroso del mondo e vive fino a ottant’anni. Gli piace scendere a fondo, è un ottimo subacqueo, può trattenere il respiro per due ore consecutive. E poi ci sono orche, beluga, narvali e molti altri, ognuno con le sue caratteristiche. Tutti i cetacei presentano molte somiglianze con gli esseri umani, per via delle proporzioni tra cervello e corpo, per la curiosità, la capacità di comunicare e l’uso dei cinque sensi. Può darsi che abbia appena scritto un sacco di stupidaggini, ma è quello che ho potuto capire io.

Di foto ne ho viste molte, più che altro di balene morte. Capodogli dissanguati, stipati su grossi rimorchi, balenottere sgonfie fatte a pezzi, piccoli beluga arenati. Ma alcune erano ancora vive, nuotavano nel blu profondissimo e sono le immagini che mi hanno colpito di più. Riuscivo a pensare solo a quel blu assoluto, e a nient’altro. Così da quel momento faccio un gioco. Chiudo gli occhi, immagino di essere lì in fondo con le balene e mi addormento. Ho provato varie volte – sul divano, nel treno, a letto –  ed ha sempre funzionato.
Le balene mi piacciono e le penso spesso.

Read Full Post »

Older Posts »