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Archive for the ‘lettere’ Category

Mentre decollavo stavo ascoltando una canzone. Il rullo di tamburi (1:54) è iniziato quando i motori si sono attivati a tutta potenza e la strofa cantata proprio quando l’aereo si staccava da terra. Adoro questo tipo di coincidenze. Succedono una volta ogni tanto, e di solito corrispondono a momenti particolari della mia vita. Un po’ come quando vai al supermercato per comprare un pacco di biscotti che costano un euro e trentasette, ti frughi in tasca mentre la cassiera aspetta con la mano aperta, tiri fuori tutte le monetine che hai – pezzi da uno, due, cinque centesimi – e dopo averli contati tutti il risultato fa proprio unoetrentasette.

In questa stagione piovosa le strade e i fiumi, dall’alto, sembrano budella. Un’altra cosa che mi sorprende sempre, ogni volta che volo, e’ che le nuvole non sono morbide, anzi. Quando ci si passa attraverso e’ un gran trambusto, mi riesce difficile persino leggere.

 

*1 di non so quanti. 

 

 

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Fumare mi calma.

Da qualche parte ho letto che succede perché l’atto di fumare ci ricorda inconsciamente il momento dell’allattamento, e questo aiuta a tranquillizzarci. Ma non è che fumare mi piaccia. Ogni volta che lo faccio, la gola inizia a bruciare terribilmente e mi gira anche un po’ la testa. Solo che è un un piccolo aiuto. Prendere cinque minuti per me; uscire fuori, sedermi, accendere la sigaretta, stare lì a pensare a niente. In un certo senso riesco a fare il vuoto in testa, ed è una sensazione piacevole.

Per me ogni cosa si carica di significato. Ogni oggetto, ogni via, ogni strada o luogo dove ho vissuto qualcosa. Questa potrebbe essere una bella capacità normalmente; legare tutto a un evento, a un certo giorno, e poterlo ricordare con piacere, come avere tante piccole porte verso il passato. Ma diventa una mezza tortura quando invece vorresti staccarti da tutto, guardarti solo dentro o guardare avanti in maniera logica e razionale.

Se vi chiedessero come vorreste essere, cosa rispondereste?

Io direi che vorrei avere controllo. Non vorrei più perdermi nel mare dei pensieri che mi affollano, come una piccola barchetta di legno. Vorrei poter mettere questa mia piccola barchetta nella stiva di un grande transatlantico e assicurarmi un viaggio stabile, sebbene non piacevole.

Certo avere una piccola barchetta ha i suoi pregi. Quando il mare è calmo, sporgendosi un po’ si può vedere il fondale, e si possono incontrare vari compagni di viaggio. Delfini e balene, soprattutto. A me piacciono le balene. Un giorno vorrei poter imparare la loro lingua e capire quello che si raccontano. Chissà quante storie hanno da dire. Si dice che le balene siano gli umani del mare.

Ma quando invece il mare è in tempesta, è difficile rimanere aggrappati all’albero maestro. E i canti delle sirene?

Questa mattina inizia con una fuga da casa. Una corsa attraverso la città, nel giorno che comincia, una sosta veloce per prendere un accendino – “Va bene giallo, signorina?” – e una strana colazione al bar – cappuccino, brioche semplice e un bicchiere d’acqua – mentre Mina canta “Grande grande grande”.
A quello che succederà in seguito, ancora non penso. Mi limito ad ascoltare.

Con te dovrò combattere
non ti si può pigliare come sei
i tuoi difetti son talmente tanti
che nemmeno tu li sai.
Sei peggio di un bambino capriccioso
la vuoi sempre vinta tu,
sei l’uomo più egoista e prepotente
che abbia conosciuto mai.
Ma c’è di buono che al momento giusto
tu sai diventare un altro,
in un attimo tu
sei grande, grande, grande, le mie pene
non me le ricordo più.
Io vedo tutte quante le mie amiche
son tranquille più di me,
non devono discutere ogni cosa
come tu fai fare a me,
ricevono regali e rose rosse
per il loro compleanno
dicon sempre di sì
non hanno mai problemi e son convinte
che la vita è tutta lì.
Invece no, invece no
la vita è quella che tu dai a me,
in guerra tutti i giorni sono viva
sono come piace a te.
Ti odio poi ti amo poi ti amo, poi ti odio, poi ti amo,
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.
Ti odio poi ti amo poi ti amo,  poi ti odio poi ti amo
non lasciarmi mai più
sei grande, grande, grande
come te sei grande solamente tu.

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[…] Vicino casa mia c’è una delle peggiori gelaterie che conosca. Tutto, dal pavimento, al soffitto, alle decorazioni, ai prodotti in vendita, è artificioso e complesso – mette la stessa malinconia di una vecchia giostra in uno di quei luna park semideserti che si vedono nei film, dove i bambini scompaiono o viene comunque ucciso qualcuno. Luci al neon di vari colori illuminano il soffitto, i gelati risaltano di tinte poco rassicuranti e, trovandosi in un punto strategico di una città turistica, il locale è sempre, inesorabilmente, pieno zeppo di gente. L’aria condizionata non funziona, il pavimento è sporco, i posti a sedere mai liberi, i commessi sempre annoiati, litigano in continuazione e si lanciano frecciatine sottovoce. Il gelato non ha nessun tipo di sapore e consistenza, come mangiare ghiaccio leggermente squagliato. Eppure ci vado, io, in questa gelateria. Non so perché, non so neppure per quale motivo ne stia parlando, ma beh. In effetti mi fa pensare a qualche atmosfera dei libri di Lansdale, sarà quello.

E poi invece c’è un bar molto carino, a due passi dall’ufficio. E’ il bar che frequentano tutti i miei colleghi, per colazioni o aperitivi vari. Io mi sono sempre rifiutata di metterci piede, anche solo per cambiare i soldi. Ma lo trovo grazioso e accogliente. Vedi, sono scollegata, con la testa penso in una direzione e nei fatti vado dall’altra parte. Sarà per questo che cammino strana. Ho anche paura di incrociare le altre persone, se qualcuno viene verso di me sullo stesso marciapiede cambio lato strada velocemente, da sempre. Se proprio non posso spostarmi abbasso la testa e tiro dritta, grattandomi la nuca. Senza occhiali, con la musica alle orecchie. Da fuori devo essere una visione sconcertante.
Se solo tu potessi vedermi.

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Fingo di saperlo fare, ma sono sempre stata incapace di fronte alle attese. Ad ogni modo, so che non arriverai. La città mi offre le sue luci dalla piccola finestra della mia stanza, io mi siedo sul cornicione bianco e guardo fuori. Case tutte uguali, tetti con la stessa inclinazione. Più avanti un parco, dove ogni mattina passeggio con Charlotte, la musica alle orecchie.

Ho una camera essenziale, giusto lo spazio per un letto e un armadio. Qualche crudele coincidenza ha voluto che nel muro dritto davanti a me fosse appeso un mappamondo gigante, la prima cosa che vedo quando mi sveglio, e l’ultima immagine prima di addormentarmi. Non posso fare a meno di percorrere la diagonale che ci divide, io al centro, in alto, tu in basso a sinistra. Entrambi con il mare intorno. A tracciarla col dito indice della mano destra, questa distanza, ci vogliono dieci secondi – più o meno. A pensarla con la testa, invece, almeno altre tredici settimane. Mentre io riposo, tu trovi un alloggio di fortuna in un peschereccio abbandonato. Mentre tu boccheggi sotto gli alberi secolari che ti riparano dal sole, io mi stringo le spalle nella copertina rosa. Fuori saranno cinque gradi, il cielo è coperto.
Stanotte nevicherà.

Nel tragitto che mi separa da casa, prima, guardavo scorrere i supermercati chiusi dal piano superiore dell’autobus. Avevo una ragazza bionda, accanto, d’improvviso ho sentito una gran sete. Le ho chiesto di offrirmi un po’ dell’acqua che stava bevendo; lei, dopo avermi guardata per qualche istante con aria sospetta – non è certo cosa comune offrire la propria bottiglia a una sconosciuta in piena notte a Londra – decide che non sono affetta da nessuna malattia contagiosa e mi porge il contenitore di plastica, con l’imboccatura imbrattata di rossetto arancione. Bevo avidamente, succhiando via anche l’aria, la bottiglia scrocchia sotto la mia insistenza. Ho ancora il sapore chimico del suo rossetto, sulle labbra. Mi ricorda mia madre.

Accendo una sigaretta. Hanno un bel dire alcune persone, di non voler essere dipendenti da niente e nessuno. Io riconosco di non esserne capace, e di goderne, anzi. Amo la mia dipendenza da tabacco, perché piacevolmente moderata. Da anni fumo al massimo quattro, cinque sigarette al giorno, e nel tempo in cui ognuna di esse brucia mi sento bene. Non penso a niente, forse per via del sapore schifoso che mi scende in gola, o del caldo sulla lingua. Anche la mia dipendenza da musica, mi piace. E quella da libri. Se non ho sempre con me almeno un libro in borsa, impazzisco. Seppure non ci sia occasione per aprirne le pagine e leggerlo, devo percepirne il peso e la consistenza. E’ così da quando ho sei anni.

Passerà il tempo. Nella strada in cui ci vedremo, dopo così tanto, sarà difficile riconoscere i nostri volti. Già distinguo a malapena i tratti del tuo, questo è il potere della distanza. Non saremo più quelli che si sono salutati, qualche mese fa, con la promessa di rimanere uniti. Cadrà la polvere dagli scaffali addormentati della nostra casa, niente sarà più uguale, ci sentiremo lontani pur essendo insieme, eppure, di aspettarti, ne sarà valsa la pena.

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(grazie a non so chi per la foto)

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Ogni volta che perdo la voce ho il terrore di non ritrovarla.

Anche se in questo momento, a poco servirebbe; come a poco è servita nell’intento.

E’ una notte sorridente. 

Credo di avercela fatta.

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Uno.

Alphen an den Rijn, stazione centrale. Leggo un libro poggiata ad uno dei pali scuri della pensilina, quando sento una donna sbraitare istericamente in italiano, con un forte accento milanese.

“Maledizioneee!!!si decidessero a metterle in italiano ste cazzo di macchinette per i biglietti, adesso perdo l’aereo!Porca puttana!”

Istintivamente, alzo gli occhi dalla lettura. E’ una signora bassa, distinta. Firmata da capo a piedi, borsetta alla mano ritraente uno dei più famosi loghi di alta moda. Ha dei grossi occhiali da sole, e una ventiquattrore scura. Grida da sola, cercando di non aprire troppo la bocca per non sciupare il trucco.

Mi avvicino.

“Signora…ha bisogno di una mano per fare il biglietto?”

“OH!!Santo cielo, grazie!Oggi c’è lo sciopero dei Taxi, un casino guarda, in dieci anni che vengo qui non ho mai preso uno di questi maledetti treni…!”

“Andiamo, la la accompagno”.

Corriamo verso la biglietteria, “een kartjie naar Amsterdam Schiephol autjeblieft…seconda classe no…?”

“NO!prima, prima, diglielo svelta, FIRST CLASS!”

“ok, erste klaas, geen korting…fanno 13 euro signora”

La commessa sorride, vedendo la signora in preda al panico e me calmissima. Poi, dopo aver digitato qualcosa sul computer, stampa in fretta il biglietto. Appena pronto, io e la ricca megera corriamo verso il treno in arrivo. Durante il breve tragitto che ci separa dal binario mi rivolge delle domande distratte, credo per ricambiare con un po’ di interesse l’aiuto che le avevo offerto.

“..e…che ci fai tu qui???studi??”

“Si”

“Da quanto sei qua?”

“Più di tre mesi…”

“Oh gesù, io ci vengo una volta al mese e ne ho piene le scatole!comunque in bocca al lupo…cerco la prima classe”

“Arrivederci signora…buon ritorno in Italia”.

Una volta sul treno, la sento litigare al telefono dal mio posto in seconda classe. “…ce la farò a prendere quel cazzo di aereo…questa è la prima e l’ultima volta che vado col treno, vedete di trovami una soluzione migliore al prossimo sciopero dei taxi!”.

Non so perché, mi viene in mente che deve avere un figlio. Maschio, sui 17 anni. Alto come il padre, mi immagino. La testa ornata da voluminosi boccoli biondi.

Lo vedo camminare verso una palla da tennis in un campo arancione. E’ vestito in bianco e azzurro, ha una fascia che gli tiene libero il viso e un polsino di spugna. E’ bello, sereno durante i suoi primi giorni di vacanza da scuola. Intorno, siepi verdissime e un cielo terso. 

Palla alla mano, si prepara al lancio con la sua racchetta.

Devono vivere nei dintorni di Milano, mi dico. Hanno una villetta rosa, non enorme ma carina. Il padre ha una macchina grande e non c’è mai. E’ un uomo alto, biondo. 

Il figlio ne è la copia spudorata.

 

Due.

E’ una delle librerie che amo di più ad Amsterdam. Piccola, due stanzette allacciate da una scala di legno dipinta di nero. Migliaia di volumi addossati l’uno contro l’altro sugli scaffali polverosi.

Fuori, una sfilza di bellissime riviste di design. 

Sento un tonfo provenire dalla stanza superiore.

“Tutto bene lassù?” – mi affaccio. La padrona del negozio, una simpatica signora olandese di mezza età, cerca di rimanere in piedi sotto il peso di decine di libri caduti dal penultimo ripiano.

“eheh…not exactly as you can see” risponde sorridendo, mentre mi accingo a salire le scale per andarla ad aiutare. 

Iniziamo insieme a sistemare i libri. Prima di riporli accuratamente al loro posto li apro e li sfoglio, uno per uno. Mi capita tra le mani una raccolta di ritratti, fotografie scattate in varie parti del mondo.

Rimango incantata dagli occhi di ognuno dei protagonisti, dalla loro tristezza. Finché non trovo questa piccola bambina, vestita in grigio con delle scarpine rosse, una mano a coprire la bocca e gli occhi verso il cielo.

Mi estraneo totalmente dalla situazione, rimango imbambolata.

La proprietaria mi riporta alla realtà.

“E’ anche la mia preferita”, dice. “quante volte mi sono rivista in quella bambina…”.

Già.

Finisco di riordinare, saluto ed esco fuori, mentre la pioggia schiocca sull’asfalto.

 

Tre.

Dovrò aspettare il prossimo treno per 45 minuti, così mi siedo su una panchina inerna intenta a scrivere sul diario. Accanto ho un signore malandato, con un giacchetto rosso fitto di buchi e un cappello bianco con una scritta oramai indecifrabile. Sgranocchia ritmicamente delle noccioline rotonde.

“Posso parlarle, signorina?” mi chiede, in inglese.

“Certo”, rispondo. Chiudo il diario con la penna in mezzo, per non perdere il segno.

“Vede quei bagni laggiù…quelli pubblici. Ecco, io lavoro lì. Mi dirà che come lavoro non è affatto divertente, eppure io ne sono orgoglioso. Prima non avevo niente. Sa, sono venuto ad Amsterdam talmente tanti anni fa che nemmeno riesco a ricordare. Tanta speranza non l’ho mai avuta, a casa mi dicevano sempre che ero un po’ scemo…che non arrivavo alle cose, capisce signorina?”

Annuisco. “Certo”.

“Perciò non ho mai preteso niente. Ero scemo, ne ero convinto perché me lo dicevano, capisce?Ma poi, un bel giorno, mi sono svegliato. E c’è voluto tanto tempo, ma alla fine qualcuno ha accettato di assumermi. E sono bravo. Un gran lavoratore, mi dicono.”

Sorrido. Sorride anche lui, mentre lascia entrare la mano nel sacchetto di noccioline.

“Signorina non deve essere triste. Vedrà che le cose andranno bene, basta che si decida ad aprire gli occhi. Non abbia paura di soddisfare le sue volontà, non si lasci mai nulla indietro. Meglio sbagliare che rimanere nel dubbio”.

Lo guardo, sospiro. Il cuore mi batte forte, ed ho voglia di piangere. E’ bello, ma fa anche tanto male quando qualcuno ti scava così a fondo.

Nel frattempo, i freni del treno in arrivo scricchiolano forte nelle nostre orecchie. Mi alzo, intontita.

“Signore, è arrivato il mio treno. La ringrazio per la chiacchierata.”

“Arrivederci signorina”, saluta con la mano. “E non lasci il suo cuore così chiuso. L’amore non è fatto per essere nascosto”.

 

Nel treno, ho pianto.

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