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Archive for the ‘libri’ Category

Di inizi.

A chi me lo chiede rispondo in maniera confusa, ma in realtà ricordo perfettamente da dov’è nata tutta questa storia del Giappone e del giapponese. In seconda elementare avevamo un libro di testo chiamato “Ali di gabbiano”. La copertina ritraeva una scena marittima, un faro su uno scoglio e due gabbiani in cielo; non so per quale ragione lo amassi così sconsideratamente, ma tant’è che me lo portavo sempre dietro e lo leggevo spesso. Una raccolta di brani semplici, filastrocche di Gianni Rodari, estratti di quello stronzo di Pinocchio, tutti accompagnati da un disegnino a tema. Un libro di testo qualsiasi per la seconda elementare, insomma.

Capitò che durante una lezione d’italiano leggessimo questo pezzo di poche righe, intitolato “La scrittura giapponese ” o giù di lì. Raccontava che i giapponesi hanno vari modi di scrivere, tra i quali i kanji, di provenienza cinese, che rappresentano delle cose o dei concetti e in tutto sono circa 50.000; per questo i giapponesi vanno sempre in giro con un piccolo taccuino in tasca e se vedono un kanji che non conoscono lo annotano e lo studiano per impararlo a memoria. Il brano era completato dall’immagine del kanji 木 “Ki” (albero).  Tutta questa cosa mi lasciò completamente sbalordita. L’idea di un giapponese che durante la sua giornata, in un qualsiasi momento, tira fuori il taccuino e si segna il kanji che ha visto e non conosceva ancora mi fece talmente caso che per tutto il giorno e per gran parte dei giorni a venire non parlai d’altro. “Mamma lo sai che i giapponesi vanno in giro con un quadernino perché hanno un sacco di lettere e nemmeno loro le conoscono tutte?” “Babbo lo sai che…?” “Nonna lo sai che…?” e così via. Non solo, questa storia la sciorino ancora adesso quando parlo con qualcuno di scrittura giapponese. Comunque, mi preposi come obiettivo primo della vita quello di imparare quella lingua e soprattutto quella scrittura, poi ci sono state un sacco di cose e bla bla bla ma insomma gira e rigira adesso che ho ventitré anni lo sto facendo davvero.

Niente, ci pensavo prima mentre imparavo il mio trentacinquesimo kanji – 包Tsutsu (mu) o Hou – che significa incartare, avvolgere, ed è infinitamente brutto, e pensavo che per potermi muovere con una certa sicurezza dovrò memorizzarne almeno altri millenovecentosessantacinque e poi ho pensato “madonna, in realtà sarebbero addirittura 50.000” ed eccomi qui.

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Sono ferma oramai da molto tempo, ed è una sensazione nuova. Più o meno ogni giorno mi scorrono di fronte le stesse strade, con le stesse chiavi apro le medesime porte che ho già aperto il giorno prima e quello prima ancora, e che ancora aprirò chissà per quanto. Sono due le finestre dalle quali scruto fuori gran parte delle mie ore e lì di fronte niente cambia. Una parete gialla e grigia, due finestre decentrate con le imposte chiuse. Un filo nero per tirar giù la tapparella, che quando c’è vento dondola da destra a sinistra, in una danza poco elegante. E ancora dei vetri decorati, sopra il cielo che muta nei giorni.

Mi sono messa in viaggio non appena mi è stato possibile. Dopo aver aspettato per anni, ho chiuso la mia piccola valigia e sono andata via da quello che avevo sempre avuto – senza dubbio per scappare, ma anche per mille altre ragioni che non potrei riportare a parole. Ho visto alcuni posti, invero non molti, ho vissuto in maniere diverse portando abiti diversi e con nuovi risvegli, nuove colazioni, piccole abitudini. Mi sono stancata alla svelta di certi luoghi e ne ho abbandonati altri a malincuore. Ho avuto molte storie da raccontare, gran parte delle quali non sono nemmeno mai uscite dalla mia testa. Di cose da vedere ce ne sono state, spiagge, mari, prati, boschi, sentieri, fiumi, ponti, laghi, case, tetti, giardini spogli e decorati, e se non fosse stato per alcune vicissitudini avrei probabilmente continuato questo disordinato vagare a lungo. Avevo delle cose da cercare e molti nodi da sciogliere. Talvolta mi sono chiesta se non avrei davvero concluso qualcosa in più rimanendo sdraiata sul letto di casa mia a guardare il soffitto e pensare, ma senza darmi risposta. Certo è che queste otto pareti nelle quali vivo gran parte delle mie ore ad oggi spesso mi fanno paura e mi diverto a immaginare quello che sarà quando di nuovo mi muoverò.

– [… ] A che ti serve, allora, tanto viaggiare?
– E’ sera, siamo seduti sulla scalinata del tuo palazzo, spira un po’ di vento – rispose Marco Polo. – Qualsiasi paese le mie parole evochino intorno a te, lo vedrai da un osservatorio situato come il tuo, anche se al posto della reggia c’è un villaggio di palafitte e se la brezza porta l’odore di un estuario fangoso.
– Il mio sguardo è quello di chi sta assorto e medita, lo ammetto. Ma il tuo? Tu attraversi arcipelaghi, tundre, catene di montagne. Tanto varrebbe che non ti muovessi di qui.
[…] Marco Polo immaginava di rispondere che più si perdeva in quartieri sconosciuti di città lontane, più capiva le altre città che aveva attraversato per giungere fin là, e ripercorreva le tappe dei suoi viaggi, e imparava a conoscere il porto da cui era salpato, e i luoghi familiari alla sua giovinezza, e i dintorni di casa, e un campiello di Venezia dove correva da bambino.
A questo punto Kublai Kan l’interrompeva o immaginava d’interromperlo, o Marco Polo immaginava d’essere interrotto, con una domanda come: – Avanzi col capo voltato sempre all’indietro? – oppure: – Ciò che vedi è sempre alle tue spalle? – o meglio: – Il tuo viaggio si svolge solo nel passato?
Tutto perché Marco Polo potesse spiegare o immaginare di spiegare o essere immaginato di spiegare o riuscire finalmente a spiegare a se stesso che quello che lui cercava era sempre qualcosa davanti a sé, e anche se si trattava del passato era un passato che cambiava man mano che egli avanzava nel suo viaggio, perché il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.
Marco entra in una città; vede qualcuno in una piazza vivere una vita o un istante che potevano essere suoi; al posto di quell’uomo ora avrebbe potuto esserci lui se si fosse fermato nel tempo tanto tempo prima, oppure se tanto tempo prima a un crocevia invece di prendere una strada avesse preso quella opposta e dopo un lungo giro fosse venuto a trovarsi al posto di quell’uomo in quella piazza. Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.
– Viaggi per rivivere il tuo passato? – era a questo punto la domanda del Kan, che poteva anche essere formulata così: – Viaggi per ritrovare il tuo futuro?
E la risposta di Marco: – L’altrove è uno specchio in negativo. Il viaggiatore riconosce il poco che è suo, scoprendo il molto che non ha avuto e non avrà.

Da Le città invisibili – I. Calvino.

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Il pittore.

Dovrei dipingere in modo che, disposti i colori, le forme e l’atmosfera, io possa esclamare “Ecco dov’era il mio cuore!” e riconoscervi immediatamente me stesso. Ecco come devo dipingere, in modo da provare le sensazioni di un padre che in cerca del figlio perduto vaga nei sessanta e più paesi* senza dimenticarlo né quando dorme né da sveglio, e, incontrandolo un giorno fortuitamente a un’incrocio, istintivamente grida: “Ah, eccoti!” Ma è difficile.
Se solo riuscirò a produrre quest’ effetto non m’importerà dei commenti della gente. Non proverò rancore nemmeno se m’insulteranno dicendo che non è un dipinto. Se l’armonia dei colori esprimerà anche solo una parte di questa sensazione, se la sinuosità o la rigidezza delle linee mostrerà almeno una frazione di questo sentimento, se la disposizione globale del dipinto rivelerà qualcosa di questa squisita atmosfera, non m’importerà se la forma che ne risulterà sarà un bue o un cavallo, o né l’uno né l’altro né niente.

* Anticamente il Giappone era diviso in più di sessanta province.

Natsume Soseki – Guanciale d’erba

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Alla fine di questo libro sono serena. E’ una sera fresca e poco rumorosa, la gatta mi sveglierà presto al mattino, ed ho un gran bisogno di dormire. Arrivederci.

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Io non so in che modo certi avvenimenti o certe parole si facciano strada in me, senza che io me ne accorga in superficie, e riescano a produrre delle reazioni ed avere conseguenze apparentemente inspiegabili. Prima, ad esempio, leggevo un libro. Nel capitolo si parlava di quando i due protagonisti si erano conosciuti, del periodo precedente al matrimonio. Della prima volta che avevano fatto l’amore. Il ragazzo descriveva la ragazza, che per tutta la durata del rapporto era rimasta rigida e distante, con gli occhi rivolti chissà dove. Stavo leggendo in un momento nel quale avrei dovuto fare tutt’altro, eppure non riuscivo a distogliere gli occhi e la testa dal libro. Improvvisamente ho pensato che è successa anche a me, una volta, una cosa simile. E sono scoppiata a piangere, dove non avrei dovuto. Non so perché, è successo e basta. E adesso sono sinceramente sconvolta, non so in che maniera potrà continuare questa giornata. Cioè, so che uscita da qui me ne andrò a casa, prenderò la sacca dei vestiti e per un’ora sarò occupata al wash & dry del quartiere, ad ammirare cestelli che girano e sentire le chiacchiere dei clienti nella birreria di fronte. Ma manca qualcosa, mi si è piazzata una patina cupa in mezzo al petto e non vuole andare via. Continuerò a leggere, più tardi, qualcosa succederà. Non so che, ma qualcosa di sicuro. Forse dovrei solo tappare il rubinetto che ho in testa.

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Da che mi ricordi, la sensazione di non poter rimanere ferma, in qualche modo, è stata sempre una presenza molto forte in me. Per questo motivo ho sempre evitato di caricarmi di zavorre superflue, e non ho mai sentito troppo dolore nel lasciarmi indietro oggetti di vario tipo. Succedeva già quando ero bambina, in maniera figurata e ridotta, è divenuto un atteggiamento concreto quando finalmente ho potuto staccarmi dalla mia famiglia e iniziare a viaggiare.

Mi è stato in effetti chiesto molte volte come mai, da lettrice costante e appassionata quale sono (non ho in memoria nessun periodo della mia vita che non sia stato accompagnato da libri), la mia biblioteca non fosse affatto fornita, e anzi, mancasse proprio di quei volumi e di quelle opere delle quali tanto parlavo. Il motivo è proprio questo; comprare libri, per me, significava – fino a poco tempo fa – caricarmi di un fardello che non avrei potuto probabilmente portarmi appresso negli spostamenti, e della cui separazione avrei sentito non poco dolore.

Li ho sempre avuti in prestito, dunque, i libri. Almeno in gran parte. Ma da qualche tempo, senza rendermene neppure troppo conto, ho iniziato a comprarli, invero non pochi, e a dedicar loro tutto l’amore e la cura che avrei sempre voluto; piano piano, anche per via di questo fatto, si insinua in me l’idea che io, a modo mio, stia iniziando a mettere delle radici, o comunque a stabilirmi. E’ un pensiero che fa paura, e mi inquieta. Per quanto i miei giorni somiglino sempre più a gusci vuoti, e io stessa non sia altro che un sacco di niente, la mia trottola sembra essersi davvero fermata – senza dubbio placata.
I libri, al momento, costituiscono l’unica fuga da questo.

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Non mi era mai capitato di piangere a dirotto per la fine di un libro. Mi sento infinitamente triste, ma anche felice, e serena, è strano. Si è aperto qualcosa, si è mosso, ed ha iniziato a gorgogliare. Ho vissuto con lui, ho avuto la sua fame, sentito la sua stanchezza; sono affogata con la sua ombra, nel lago.
Adesso ho solo una gran voglia di dormire.

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